Out of office

Mezz’ora prima di uscire dall’ufficio mi prende una frenesia tale che non riesco più a scrivere. Devo ri-imparare come si mette l’out of office su Outlook, è da una vita che non lo faccio, e per di più in tedesco, dove sarà mai nascosto nelle impostazioni?

Accanno a metà l’ultima traduzione, salto in sella alla bici, esco dal cancello dell’ufficio e improvvisamente mi sembra di volare. Era da un anno e mezzo che non prendevo un giorno di ferie. Cioè, ne ho presi cinque in quattro mesi mentre lavoravo nell’ostello in Norvegia l’anno scorso, solo che non avevano il sapore dei giorni di ferie normali, ma quello della disperazione, dato che lavoravo sette giorni su sette, ventiquattr’ore al giorno praticamente, e quello che potreste definire un giorno di ferie era per me semplicemente il primo giorno di riposo dopo più di due mesi di lavoro ininterrotto. Continua a leggere

La parola magica

Anche se teoricamente non sarebbe il mio lavoro, quando al call center telefonano dalla Spagna e la collega madrelingua non c’è, il ragazzo del servizio clienti mi fa un cenno, mi tolgo le cuffie e lui mi dice la parola magica: Spagna! Continua a leggere

La stella immaginata

Alle quattro meno venti già sta finendo la notte. Mentre guido verso ovest, verso casa, alle mie spalle c’è un chiarore che comincia a far sparire le stelle. Le stelle, tante, le ho riviste dopo mesi in questa breve notte. Avevo dimenticato cosa volesse dire fare una gita in mezzo alla natura, è troppo accogliente il guscio in cui mi sono rifugiata, questa piccola città all’apparenza così sicura. Continua a leggere

Sul confine

C’è un televisore schiantato nella piazza vicino casa, quella popolata dai junkies e dagli skaters, a pochi metri da dove sono caduta con la bici l’altra sera, quando pioveva a dirotto, come qui non succede mai, e uscita dal lavoro avevo dovuto eccezionalmente aspettare sotto una tettoia che la pioggia si desse una calmata. E tu che sotto quella pioggia ci stavi lavorando – pedalando – mi hai chiesto di andare in copisteria per te un minuto prima che fosse FeierabendE quando sei arrivato avevo già formattato, stampato e tagliato i volantini e siamo ripartiti in bici e un brutto uomo ti ha detto di spostarti dalla pista ciclabile, tu e il tuo grande zaino-cubo di Foodora che è anche un arredo del tuo soggiorno, e io mi sono lasciata scappare un insulto in spagnolo bisbigliato a mezza bocca eppure lui l’ha sentito e forse capito, e così è stata quasi rissa e conseguente fuga, e io sono caduta con la bici sul marciapiede rosso bagnato, senza conseguenze per me e per la mia bici, ma non per la tua bici, che misteriosamente, forse per telepatia, ha sputato via la catena e ha rifiutato di continuare a funzionare. E così tu te ne sei andato verso il tuo appuntamento con i volantini freschi di stampa e la mia piccola bici a fiori fucsia e io in pizzeria al porto a piedi con la tua, rotta, quella che già avevi prestato a mio fratello, con un livido in più e il sorriso di chi si sente più vivo degli altri.

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L’impresa eccezionale

No, non è la sorte a portarti in un posto piuttosto che un altro, non è la sorte a regalarti la felicità che desideri, o almeno quella serenità che ti fa svegliare la mattina senza ansie e senza paure. Io la apprezzo, ogni giorno, quella serenità, perché da quando sono andata via i giorni spensierati sono stati ben pochi, rispetto ai giorni in cui mi sono svegliata sopraffatta dai pensieri e dalle preoccupazioni. La felicità sfrenata, quando c’è, la assaporo fino alle lacrime che mi scorrono sul viso mentre ascolto una canzone che mi sorprende nel mezzo dell’orario di lavoro. Ho sempre avuto il vizio di piangere quando sono davvero felice. Soprattutto se c’è il sole o una musica buona. Ma sto iniziando a imparare che la felicità così intensa poi svanisce e lascia rapidamente il posto al suo contrario, e mi lascia sola a lottare per riacciuffarla, quella felicità, prima che il treno passi e se ne vada senza di me. Continua a leggere

Le ferite

Non sono solita ricondividere i miei vecchi post, ma è bello guardare alla me stessa di due anni fa, quella che ancora non aveva il grande zaino verde e parlava un paio di lingue in meno, che non immaginava che davvero sarebbe andata via, e che non aveva ancora imparato che quasi tutto quello che aveva era superfluo, ma stava iniziando ad accorgersene Continua a leggere

Il mercatino della felicità

Da quando ho lasciato il mio vecchio lavoro e la mia vecchia vita, e da quando prima in Spagna e poi in Norvegia ho vissuto a lungo lontano dalla città, uno dei cambiamenti più radicali che ho osservato in me è che ho iniziato a detestare i negozi. Non mi è mai più capitato di andare a fare shopping per combattere il malumore, anzi.

Mi capita qualche volta di accompagnare qualcuno per negozi: per esempio i miei genitori (mamma e papà, scusate se vi uso come esempio!) in visita qui in Germania volevano comprare qualcosa prima di ripartire, non necessariamente qualche souvenir, ma semplicemente delle cosette tipiche di qui, che ne so, una tazza termica come la uso io, o i filtri per il caffè (pur senza avere la macchina da caffè del tipo che si usa qui). E mentre giravamo per i grandi magazzini del centro mi saliva uno strano nervosismo che ho fatto fatica a non far trasparire. E continuavo a dire loro: no, questo non lo comprate, no, questo no, è inutile, non è adatto, e così via. Mamma e papà, perdonatemi! Continua a leggere