“Io me ne vado via
dove chiudendo gli occhi senti i cani abbaiare
dove se apri le orecchie non le chiudi dalla rabbia e lo spavento
ma ragioni giusto seguendo il volo degli uccelli e il loro ritmo lento
dove puoi trovare un dio nelle mani di un uomo che lavora
e puoi rinunciare a una gioia per una sottile tenerezza
dove puoi nascere e morire con l’odore della neve
dove paga il giusto chi mangia, chi beve e fa l’amore
dove, per dio! la giornata è ancora fatta di ventiquattr’ore
e puoi uccidere il tuo passato col Dio che ti ha creato
guardando con durezza il loro viso
con la forza di un pugno chiuso e di un sorriso
e correre insieme agli altri ad incontrare il tuo futuro
che oggi è proprio tuo
e non andar più via”

Mi sa che l’ho trovato, il posto di cui parla questa canzone di Lucio Dalla. E c’è pure una casa tutta in legno con una grande vetrata,  come quella in Abruzzo che abbiamo adocchiato da un po’ di mesi sulla strada per andare ad arrampicare. Ci sono persone gentili che ti fanno sentire a casa, ti vengono a prendere in macchina alla fermata dell’autobus a 5 chilometri di sterrato da qui, ti accolgono con il caffè e con i cioccolatini fatti in casa ripieni di uvetta, siccome lo zaino è pesante ti portano a bordo di una specie di mini-trattore fino alla casa con la grande vetrata, dove c’è la camerata dell’ostello, ti chiedono se tutto va bene e offrono di risolverti qualunque problema e di spiegarti qualunque cosa.

Ma basta davvero niente. Il tempo è cattivo e nel pomeriggio faccio una camminata di due ore nella valle, sotto una pioggia sottile e fastidiosa. La valle, che sta in fondo al fiordo, dove il mare diventa palude e poi terra, è bellissima. Ci sono tre o quattro fattorie, il resto è fiori gialli, le pietre di una frana, montagne più innevate di come dovrebbero essere a inizio luglio (quest’anno ha nevicato moltissimo), diverse specie di uccelli. Il paesaggio è tipico alpino, solo che siamo al livello del mare. In Islanda vegetazione e paesaggio rispetto alle Alpi sono sfasati di duemila metri. Qui a quota mille è come a tremila sulle Alpi.

Dopo la passeggiata dico a Páll, il proprietario dell’ostello,  che domani vado via per continuare il mio giro, anche se il posto mi piace. Ma le previsioni del tempo continuano a essere cattive e tanto vale usare la giornata di maltempo per fare la spesa (più a sud non ci sono negozi) e un bel pezzo di strada. Dopo cena non piove più e vado a fare di nuovo due passi in direzione del fiordo. Il sole tramonta da quella parte. O, meglio, non tramonta, ma cambia colore al cielo. In che modo, non lo immagino ancora. Sono le nove di sera, è pieno giorno e non c’è nulla che somigli al tramonto. Senza pioggia mi accorgo meglio della bellezza e della pace che c’è qui. Solo trenta chilometri dal posto spettrale di ieri sera. Torno all’ostello e dico alla moglie di Páll che resto anche domani sera. Lei mi trova un mezzo passaggio domattina per andare a fare la spesa a Ísafjőrđur (duemila abitanti e gli unici supermercati della zona) così posso fare la scorta anche per quando andrò a sud.

Alle undici e mezzo di sera ho perso la cognizione del tempo di questa lunghissima giornata. Gli ospiti dell’ostello dormono quasi tutti, qualcuno è su internet. Là fuori alle grandi vetrate il sole di mezzanotte ha iniziato a disegnare forme sui profili delle montagne. Il cielo arrossisce. Esco non so quante volte con i sandali e senza giacca a scattare foto a nuvole in continuo cambiamento. Per il resto mi godo lo spettacolo del cielo dal divano di fronte alla grande vetrata. In un posto così spettacolare, il sole di mezzanotte non ha niente da invidiare all’aurora boreale. M’immagino l’aurora vista da questa vetrata, ma questo ostello apre solo d’estate. Mi sono portata  il sacco a pelo sul divano. È l’una di notte e il cielo è ancora da guardare.

Ostello di Korpudalur, Flateyri, fiordi del Nord-Ovest, Islanda.

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