Flateyri vuol dire qualcosa come “penisola piatta”. Un tempo era un villaggio di pescatori in mezzo al fiordo, ma la natura non gli ha risparmiato nulla. A ottobre saranno vent’anni da quando una valanga nel mezzo della notte portò con sé alcune case e la vita di 20 abitanti del posto, tra cui tre fratellini, il più grande dei quali aveva quattro anni. La zona colpita ora è una spianata senza abitazioni e sopra il paese è stata costruita una enorme barriera anti-valanga a forma di V rovesciata, coperta di quei fiori azzurri che qui sono ovunque. Dopo la valanga molti abitanti se ne sono andati, non potendo sopportare il trauma. Quello che è rimasto è un paese che si è convertito al turismo. La penisola è in una posizione strepitosa in mezzo al fiordo, e il sole tramonta proprio lì dove il fiordo incontra l’oceano. Anche l’oceano, però, minaccia Flateyri. Per difendersi dalle inondazioni gli abitanti del posto hanno dovuto costruire anche una barriera fatta di enormi massi, che di fatto li ha privati della vista sul mare. Bisogna arrampicarsi sui massi per godere dello spettacolo.

In compenso in paese c’è il “museo del nonsense”, ovvero una raccolta di oggetti accatastati senza un perché. Collezioni di centinaia di scatole di fiammiferi e di migliaia di penne, a testimoniare che gli islandesi dovrebbero ricordarsi che ciò per cui si viene in viaggio da queste parti è lo spettacolo della natura, e non tanto la storia di questo popolo. E invece ogni paese e ogni villaggio ha un micro-museo di qualunque cosa: in genere non più di due stanze messe insieme da qualche privato con una collezione su un argomento a scelta. Nel complesso comunque Flateyri è molto carina, anzi direi l’unico centro abitato carino che ho visto da queste parti (e ormai nel raggio di 50km li ho visti tutti). E ha addirittura un pub (cosa rara), che nel weekend vanta di rimanere aperto fino alle tre di notte… più tardi che a Roma, dove alle due c’è il coprifuoco.

Come ci sono arrivata, a passare il pomeriggio in giro per Flateyri, è un’altra storia.

In principio dovevo solo andare in autostop a fare la spesa a Ísafjőrđur e tornare all’ostello nella valle incantata. E invece la giornata si è trasformata in una catena di incontri, racconti e strade che s’incrociano.

Oskar, islandese in pensione che ha quasi finito di visitare tutti i villaggi dell’Islanda, ma non è mai stato nelle Highlands, la zona impervia e desertica al centro dell’Islanda che tanto affascina i turisti, e anche me. “Sono solo pietre”, mi dice Oskar. E dire che lui ha una super jeep molto più adatta ad affrontare gli sterrati e i guadi delle Highlands rispetto alle piccole jeep con cui i turisti ci si avventurano.

Jacopo e la sua ragazza, i primi italiani che incontro nella regione dei fiordi. E infatti sono italiani atipici: lui è per metà finlandese e vivono a Helsinki.

Un ragazzino di Ísafjőrđur che mi ferma per strada due volte per chiedermi perché vado in giro zaino in spalla. I turisti che vede di solito hanno un aspetto diverso dal mio.

L’addetto stampa in pensione di un’università canadese, in crociera con la moglie intorno all’Islanda. Dieci tappe in dieci giorni, così frettolose che non ricorda i posti che ha visitato, e sulla terraferma dei fiordi vedrà la triste piscina di Ísafjőrđur e poco altro. Però sua moglie ha fotografato dalla nave un arcobaleno doppio con il sole di mezzanotte. Altro che le mie misere foto.

E poi Páll, il proprietario dell’ostello di Korpudalur, e Joanna, la ragazza polacca che nella vita fa la cantante e che d’estate viene qui a vivere in un camper e a lavorare con Páll e sua moglie. Li chiamo per tornare “a casa” in ostello da Ísafjőrđur con loro, e mi ritrovo a fare la spesa con loro al supermercato, a fare un salto in un paese vicino per restituire a un amico di Páll una specie di pinza che gli aveva prestato, e poi – da dove avevo cominciato il mio racconto? – appunto a Flateyri dove Joanna va in piscina e io intanto faccio due passi nel villaggio. Mentre siamo al supermercato, Páll si scusa: “ti stiamo facendo perdere tempo!”. Tutt’altro, gli dico. Intanto tutti e tre ci raccontiamo le rispettive vite e Páll mi spiega un milione di cose sull’Islanda e sulla regione dei fiordi. Infinitamente meglio di un viaggio organizzato. Un meraviglioso “viaggio disorganizzato” 🙂

E quando in serata in ostello due gemelle anglo-taiwanesi, che stanno festeggiando qui il loro compleanno con una torta surgelata e un bicchiere di un vino improbabile, mi chiederanno preoccupate com’è possibile che io vada in giro senza macchina da queste parti, vorrei raccontare loro che se avessi noleggiato una macchina forse avrei visto più luoghi, avrei fatto molta più strada, ma sarei stata molto più sola e con meno storie da raccontare.

Flateyri, fiordi del Nord-Ovest, Islanda

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