In questi posti che a volte non hanno esattamente neanche un nome e un indirizzo, ma sono identificati solo da una freccia lungo la strada principale, “andare a fare la spesa” vuol dire 20 km fino al negozio più vicino o 50 km fino al primo centro abitato degno di essere chiamato tale. Ho finito il pane e alcuni altri generi di prima necessità, e non volendo costringermi a mangiare salumi e formaggi fino a dopodomani, decido di impiegare il pomeriggio per andare a fare un po’ di provviste.

Vorrei andare a Patreksfjőrđur, il centro abitato di cui sopra, per avere più scelta e comprare anche una birra (qui le birre da asporto le vendono solo i negozi di alcolici dei monopoli di stato, i vínbuđin. Nei supermercati c’è solo una bevanda al malto in lattina che sembra birra, ma non lo è, oppure c’è birra a bassa gradazione, tipo due gradi. Tutti i turisti ci cascano la prima volta e poi, dopo il disgusto nel provare questa roba che non è birra, non ci cascano mai più). E poi a Patreksfjőrđur c’è una piscina all’aperto che pare strepitosa. Però rimedio un passaggio da un amico del proprietario della guesthouse, che sta andando a Reykjavík, quindi nell’altra direzione, e mi porta a Flókalundur, la località a 20 km da qui dove c’è un negozio.

Flókalundur non è un paese, in effetti. È un hotel – ristorante – bar – campeggio – distributore di benzina – negozio. E basta. Il negozio vende davvero poca roba. C’è una confezione piccola di skyr, il formaggio-yogurt densissimo che mangio per colazione qui. Ci sono due confezioni piccole di pane. Una mela, un peperone, una specie di zucchina, tutti impacchettati singolarmente. Latte quanto basta, qualche confezione da sei uova (molto diverse dalle nostre), un sacco di Coca cola, Fanta e Sprite. Mi accontento di quello che c’è perché lungo la strada che voglio fare domani potrei non trovare quasi nient’altro.

La gita al negozio non è stata un grande successo, compreso un rapido bagno nell’hot tub (la piscina naturale d’acqua calda nascosta sulla spiaggia, quasi sul ciglio della strada) più insignificante che abbia mai trovato in Islanda. Mi rimetto in cammino per tornare indietro e mi fermo dopo un incrocio per cercare un passaggio. All’inizio passano solo macchine molto grandi che vengono dall’albergo. Mi guardano e vanno via. Ma tempo pochi minuti e una macchina accosta. Due persone scendono e mi vengono incontro felici di rivedermi. Sono Olaf e Helen, la coppia di tedeschi con cui ho condiviso la casetta con la grande vetrata all’ostello di Korpudalur. È bello rivederli! Salgo in macchina e iniziamo a raccontarci le rispettive esperienze di viaggio di questi giorni.

Mentre mi accompagnano alla guesthouse dove alloggio, Olaf e Helen decidono di andare a dormire a Bildudalur, dove io sono stata due notti fa. Quando ieri mattina ho trovato un passaggio per Látrabjarg e sono andata via dell’ostello in fretta e furia, per errore mi sono portata la mia chiave della camerata, e avevo pensato di spedirla all’ostello non appena avessi trovato un ufficio postale. E, soprattutto, a Bildudalur ho dimenticato il cavalletto della mia macchina fotografica. So che è rimasto lì perché l’ho visto sul banco della reception e, pensando che il mio cavalletto fosse al suo posto nello zaino, ho solo pensato che fosse curioso che qualcuno avesse un cavalletto proprio uguale al mio.

Così telefono a Bildudalur, a Christian, il receptionist che parla perfettamente italiano. Prenoto una stanza per Olaf e Helen e dico a Christian che, in cambio della chiave che i miei amici tedeschi gli riporteranno, lui potrà dare loro il mio cavalletto. Con loro ci siamo dati un appuntamento verso la fine della settimana, così potranno restituirmelo, sempre che le nostre strade non si incrocino ancor prima.

È una strana sensazione, un piccolo mondo di persone che incontri e poi ritrovi ancora, anche se non tutti fanno lo stesso percorso e ognuno viaggia a una velocità diversa. Io mi sono abituata ad andare così piano che tutti i chilometri percorsi ieri per andare a Látrabjarg mi hanno sfinita, anche se non guidavo io. Andando così piano vedo tutto con occhi diversi, i giorni passano e incontro e ritrovo sempre più un’infinità di persone. Mi domando cosa sarà, che fa scendere dalla macchina a salutarmi con un gran sorriso due tedeschi in fondo sconosciuti. Che spinge una guida naturalistica svedese in vacanza a venire a chiedermi se ho dormito bene, mentre faccio colazione sulla terrazza dell’ostello a Bildudalur, e a finire per portarmi con sé e la sua amica a Látrabjarg facendo spazio per me e il mio zaino nella loro piccolissima macchina piena di bagagli e spiegandomi un milione di cose su piante e animali. Che spinge me a condividere una cena di uova sode, pomodori e salumi – il poco che ho trovato a Flókalundur – con due autostoppisti accampati sulla spiaggia, anche se io ho già mangiato il pesce cucinato dal proprietario della guesthouse. Mi piace, questo piccolo mondo.

Krossholt, fiordi del Nord-Ovest, Islanda.

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