Estate islandese. Diciassette gradi. Piedi a mollo nell’oceano. Dieci chilometri di spiaggia rossa da percorrere. La pelle scottata dal sole. Passeggiare tra tratti di sabbia e tratti di mare, a piedi nudi nelle acque tiepide di un oceano che ha montagne innevate e un ghiacciaio come sfondo.

Otto di sera. Piscina all’aperto stupenda con vista sul fiordo, su mare e montagne. Acque tiepide e calde fino a 42 gradi. Solo quattro euro per entrare, meno di una birra e di certi biglietti dei rari autobus. Tutti, islandesi e turisti, scottati e felici. Finalmente l’estate, dopo la primavera più fredda degli ultimi trentatré anni.

L’ora dorata. Profumo di fiori. Le nove, poi le dieci di sera. Vestiti estivi. La vista sul paese più bello, colorato e vivo da queste parti, a scoprirlo prima. Il posto e il momento migliore del mondo per fare l’autostop, anche se non passa nessuno.

Tutto questo è ancora più bello quando te lo sei guadagnato con 15 chilometri a piedi, sotto il sole, ore di attesa e sette passaggi in autostop. E alla fine di tutto cenare con cibo da microonde e neanche una birra e infilarsi nel sacco a pelo distrutta, ma felice.

Rauđasandur e Patreksfjőrđur, fiordi del Nord-Ovest, Islanda.

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