Posto che vai, causa di stress che trovi. Per i turisti sulla costa meridionale dei fiordi del Nord-Ovest dell’Islanda, la prima causa di stress non pare essere la guida su strade spesso sterrate o a precipizio sul mare, o la ricerca di un benzinaio che non c’è, ma la minaccia delle sterne artiche, che in alcune zone ti volteggiano sulla testa in stormi di decine o centinaia, e spesso lanciando un grido alquanto antipatico ti attaccano puntando alla testa. A quanto pare, non ti colpiscono mai davvero forte, al massimo ti sfiorano o ti tolgono il cappuccio della giacca. Però il tutto è davvero fastidioso, anche se in effetti siamo noi che siamo venuti a dare fastidio “a casa loro”. Molti si difendono agitando le mani in alto, ma la tecnica migliore pare quella che adottano gli islandesi: portare con sé un bastone da brandire sopra la testa all’occorrenza. E in effetti funziona bene.

E proprio della “minaccia” della natura, che qui è selvaggia e non “addomesticata”, mi trovo a discutere una sera durante il bagno di fine giornata in un hot tub in riva all’oceano, con una famiglia islandese e una di canadesi del Québec. Questi ultimi mi domandano come mai un’italiana possa sentirsi a suo agio in un paese così diverso dal proprio, e io illustro la mia teoria in base alla quale italiani e islandesi sono popoli molto simili: per l’assenza di regole, l’inventiva, il talento e la capacità di mettere sempre una toppa ai guai creati appunto da questa mancanza di regole, da questa specie di spirito anarchico che fa dell’Islanda una versione nordeuropea del vecchio Far West. Uno spirito che si riflette nel motto þetta reddast, ovvero “tutto si risolve”, o anche (alla Bob Marley) “everything’s gonna be alright”.

In effetti, commenta il signore canadese, che come molti dei turisti che si incontrano nella zona dei fiordi non è al suo primo, ma al terzo viaggio in Islanda, da queste parti succedono cose assurde: le scogliere non sono protette da una ringhiera per impedire alla gente di cadere di sotto, per non parlare delle strade di montagna senza guardrail. E sono estremamente rari i cartelli che ti avvisano di un qualche pericolo, anche se, appunto, la natura e gli spazi sterminati minacciano eccome il turista sprovveduto. In Nord America, dice il canadese, ci sarebbero ringhiere, barriere e cartelli ovunque. E domanda alla signora islandese: non avete paura che qualcuno si faccia male e faccia causa allo stato? In America, dice, questo accadrebbe ogni giorno.

La risposta della signora islandese, anche lei turista, mi conquista. In questo paese, dice, impariamo sin da piccoli a rispettare la natura e a comprenderne i pericoli. E sappiamo che quello che facciamo è a nostro rischio e pericolo. Magari un giorno potrà succedere che un turista faccia causa allo stato islandese, ma questo non è nei nostri pensieri. Siamo un popolo molto libero, conclude con un gran sorriso.

E così capisco cos’è, il senso di libertà che provo qui in questi giorni: la natura, l’autostop, le giornate che non finiscono mai, con il sole che non tramonta, i mille incontri, e la strana anarchia di quest’isola, che esagera in tutto.

Krossholt, fiordi del Nord-Ovest, Islanda.
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