Steypa. La parola islandese che vuol dire cemento. Il cemento con cui trenta uomini, nel corso di dodici piovosissimi mesi tra il luglio 1934 e il giugno dell’anno seguente, realizzarono a Djupavík, ai piedi di una cascata sulla costa di Strandir, uno degli angoli più remoti d’Islanda, in cui non arrivava neanche una strada, quello che all’epoca era il più grande edificio di cemento esistente in Islanda e la fabbrica per la lavorazione delle aringhe più moderna d’Europa. Forse fin troppo moderna ed efficiente, e fu forse proprio questo che portò Djupavík a un rapido declino. Nei primi anni qui lavoravano così tanti uomini e donne da rendere necessario l’utilizzo in pianta stabile, come alloggio, persino di una piccola nave, che tuttora giace, completamente arrugginita, proprio davanti alla fabbrica. Ma nell’arco di un decennio le aringhe nei mari di Strandir divennero sempre meno numerose e nel 1954 la fabbrica, dopo alcuni tentativi di riconversione, chiuse i battenti.

Steypa, oggi, è una mostra fotografica che da tre estati si rinnova e cresce negli spazi di quella che un tempo fu la fabbrica di aringhe di Djupavík. Nell’estate del 2013 quei locali ospitarono le fotografie di Claus Sterneck, tedesco che si è innamorato dell’Islanda e di Djupavík in particolare e oggi vive a Reykjavík, dove fa il web designer e il postino (anche la mia amica francese Emma, che ha fatto lo stesso percorso, lavora all’ufficio postale a Reykjavík oltre a fare la guida turistica. Ecco cosa finirò a fare se vengo a vivere qui). Da quella mostra è nata l’idea, cui Claus ha dato corpo, di una collettiva che coinvolge fotografi di vari paesi, accomunati da un legame con Djupavík. Parte del fascino della mostra lo fa lo spazio espositivo, le foto appese alle finestre al cui esterno scroscia la cascata, gli uccellini che cinguettano e volano in giro per la fabbrica, i grandi ambienti arredati solo con qualche oggetto dell’epoca e con alcuni materiali in uso oggi per la manutenzione dell’edificio. Con la bella differenza, rispetto a certi spazi molto in voga oggi che l’archeologia industriale va tanto di moda, che qui è tutto più che autentico.

Mostra a parte, la fabbrica si può visitare per intero con una guida. Per ogni stanza, per ogni macchinario, una storia, come quella della enorme caldaia, l’ultimo pezzo che mancava per far funzionare tutto il complesso appena costruito. Troppo grande e pesante per essere spostato dagli uomini che avevano costruito la fabbrica – erano troppo pochi – il macchinario giacque a lungo sulla spiaggia in attesa di una soluzione che poi fu trovata: farlo rotolare fino a farlo entrare nell’edificio attraverso una parete lasciata aperta di proposito, ma scavando un buco a terra ogni 15 metri, così che la grande valvola che si trova in cima alla caldaia non bloccasse il rotolamento al momento di incontrare il terreno.

Nel corso della visita la guida – un ragazzo che lavora qui all’hotel e che indossa la maglia di un gruppo metal – non te lo racconta se non glie lo chiedi, perché magari al visitatore-tipo la cosa non interessa, ma qui nella fabbrica i Sigur Rós vennero a esibirsi nel corso del tour raccontato nel documentario Heima (“a casa”), mio primo amore islandese di tanti anni fa: una serie di concerti gratuiti in luoghi molto particolari in giro per l’Islanda, con cui nell’estate 2006, dopo un tour mondiale, la band volle ringraziare il proprio paese per l’ispirazione ricevuta nel corso degli anni. I concerti furono annunciati all’ultimo minuto, ma ben duecento persone si presentarono a Djupavík per l’occasione. Probabilmente questo luogo non vedeva tanti esseri umani tutti insieme dagli anni d’oro della fabbrica. E qui nella fabbrica, proprio in quell’angolo laggiù che ora fa da magazzino, i Sigur Rós hanno anche registrato una delle loro canzoni, mi racconta la guida dopo aver chiesto conferma in islandese a un signore che da tempo insieme ad altri si sta occupando di riparare parti malmesse dell’edificio. Ho visto Heima forse dieci volte senza conoscere Djupavík, ma improvvisamente dopo questa rivelazione scopro ancor di più perché questo posto mi abbia attratta a sé sin da quando, solo qualche settimana fa, ne ho sentito parlare per la prima volta.

Alcune serie di foto esposte nell’ambito di Steypa hanno un diretto legame con Djupavík, sono state scattate lì, alcune proprio nella fabbrica. È la prima volta che mi capita, in Islanda, di vedere una mostra o un museo che valga davvero la pena di visitare. Ci si può “perdere” anche un’intera mattina, anche se la mostra non è grandissima. E vale davvero la pena di venire fino a qui, di farsi tutta la strada che porta fino a Djupavík, tanta strada e che strada, per questa mostra. Non a caso le cartoline di alcune foto esposte resteranno l’unico acquisto fatto in questo viaggio da cui, per via del peso dello zaino ma non solo, volevo riportare con me esperienze vissute e fotografie scattate, ma non oggetti.

E poi l’hotel Djupavík. Trent’anni fa una coppia islandese si trasferì qui in quello che un tempo era lo stabile che ospitava le donne che lavoravano le aringhe, e lo ristrutturò per farne il perno attorno a cui oggi ruota la vita di questo angolo di mondo di cui loro due sono i soli residenti dodici mesi all’anno. Oggi oltre all’hotel e ristorante sono stati rimessi in funzione anche due edifici adiacenti, in cui si dorme in sacco a pelo in stanze curatissime, stupende, cullati o disturbati – dipende – dal rombo della cascata là fuori. C’è un surplus di oggetti in queste stanze, conchiglie e sassi e fiori di legno sui davanzali delle finestre, mensole stracariche di storie più che di cose. E ogni finestra con le tende a merletti incornicia un pezzetto di fabbrica o di cascata o del mare che puoi facilmente immaginare in burrasca. Per tutta l’estate l’hotel organizza concerti ed eventi, e oltre a Steypa altre due mostre, anche queste ospitate dalla fabbrica: una permanente, sulla storia di Djupavík, e una molto affascinante di oggetti realizzati con la legna portata in grande quantità alla deriva in mare dalla Siberia fino a queste coste. Un materiale che vedi accumulato sulle spiagge e non immagini essere prezioso come invece è, perché reso resistente dagli anni passati nell’acqua salata, e quindi usato per costruire edifici molto sostenibili oltre che nell’arte e nell’artigianato.

In questo piccolo mondo avvengono queste e altre cose davvero speciali. Merito in parte di un mare un tempo fecondo e di una natura maestosa. Ma non basterebbe, perché ce ne sono altri, di posti così. Qui in larga parte il merito è del talento e della testardaggine delle persone che un giorno e anche oggi hanno costruito qualcosa in una terra così estrema. Fu infatti un uomo molto determinato e straordinariamente capace quello che guidò la scommessa della costruzione della fabbrica ottant’anni fa, e lo stesso si può dire dei proprietari dell’hotel Djupavík, attorno a cui gravita una comunità di idee, di arte, di tecnica e di accoglienza, e fautori di un’idea di turismo che sicuramente non è quella che va per la maggiore in gran parte dell’Islanda, dove la norma è “vendere” al turista spendaccione e sprovveduto un paese “impacchettato” (ghiacciaio-vulcano-cascata-balena-geyser) da un marketing sfrenato. Ma questa è un’altra storia.

Djupavík, Strandir, fiordi del Nord-Ovest, Islanda.

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