Le nove e un quarto di un mattino grigio d’inizio agosto. Un treno che da ormai quindici ore percorre a sessanta, settanta chilometri all’ora tutta la Svezia da sud verso nord. Ho un posto finestrino ma il paesaggio là fuori è alquanto monotono. Alberi dai tronchi sottili, i rari centri abitati con le loro piccole stazioni, qualche lago sulle cui rive sono parcheggiate due o tre canoe, unico elemento di colore tra un cielo grigio e un paesaggio sbiadito.

Per qualche ragione sono finita in un settore del treno destinato a chi viaggia con animali al seguito. Passo la notte circondata da quattro o cinque cani tipo husky e dai loro padroni, oltre che da pochi altri viaggiatori sprovvisti di cane, come me. I cani non sembrano soffrire il viaggio e oltre tutto, passati i primi momenti, non sembrano nutrire reciproco interesse, e così la notte passa tranquilla. Si dorme sorprendentemente bene sui sedili del treno nel mio nuovo sacco a pelo rosso. Anzi, si dorme molto meglio che in aereo, dove ieri avevo cercato praticamente invano di prendere sonno dopo una notte troppo breve.

Il volo di ieri mattina da Ciampino a Gőteborg era, per così dire, “posseduto” da una quantità incredibile di bambini e neonati urlanti. Il piccoletto che era in braccio alla madre seduta proprio davanti a me era il più incazzato e non ha smesso un attimo di piangere. L’ho ritrovato anche sull’autobus per il centro di Gőteborg e ne ho riconosciuto il pianto prima ancora di salire a bordo. Mi scoppiava la testa, poi mi sono ricordata che anche lui come me avrà dovuto fare una levataccia per essere alle cinque di mattina nell’inferno di Ciampino. Il tassista che ha portato in aeroporto me e i miei amici diretti ad Atene, oltre a raccontarci con nonchalance che per lavorare ha dovuto smettere con la coca e con il fumo e che ne sente molto la mancanza, sostiene che Ciampino sia infinitamente meglio di Fiumicino (certo, viste le condizioni in cui versa Fiumicino, ti piace vincere facile). A me pare che Ciampino sia, e non da oggi, un aeroporto indegno di chiamarsi tale, ma rinuncio a discutere. E meno male che risparmio il fiato, perché mi aspetta un’ora intera di coda per consegnare lo zaino da imbarcare, grazie alla solita, sadica Ryanair che ha programmato una dozzina di voli in partenza nell’arco di tre quarti d’ora e ha aperto solo quattro o cinque banchi per l’accettazione dei bagagli nonostante la giornata da “bollino nero” delle partenze.

Ciampino è un caos di migliaia di passeggeri urlanti perché nel panico per il timore (infondato, ci mancherebbe altro) che il loro aereo parta lasciandoli a terra mentre loro cercano di consegnare il bagaglio al desk, e di altri urlanti perché esaltati per la vacanza che comincia. Nella sala dove ci sono i gate il volume delle voci è altissimo, su tutti vincono i gruppi diretti a Malaga e sulle isole greche. Un gruppo di romani, tutti maschi, dà i voti alle ragazze che sono in coda con loro. Le coppie litigano. I baristi, mentre ti fanno il caffè, non ti rivolgono la parola e si raccontano in romanaccio le rispettive serate appena trascorse.

Il treno per Luleå, dove finisce il golfo che separa Svezia e Finlandia, è l’esatto opposto. C’è un gran silenzio anche se c’è gente. Nessuno racconta i fatti suoi telefonando a un volume altissimo. Gli svedesi non sono molto chiacchieroni, mi sembra. Offro il mio posto a una ragazza dispiaciuta di non potersi sedere vicina al suo ragazzo, che ha il posto di fronte al mio. I due mi ringraziano stupiti per la mia offerta. Per il resto non scambio una parola con nessuno. La carrozza ristorante offre un menu “à la Arctic Circle Train”, ma lo scenario là fuori non è artico né interessante. Ora siamo più o meno all’altezza del circolo polare. Ieri sera il treno viaggiava a una latitudine molto più bassa e verso le dieci e mezza di sera ha fatto buio. Pensavo a una specie di crepuscolo e invece no, era proprio buio. Però poi alle quattro e venti di mattina mi sono svegliata e pareva pieno giorno. Come cambia la luce quando vai più a nord!

Se sono su questo treno lo devo a Karin e Karin, svedesi conosciute in Islanda, con cui avevo scambiato consigli di viaggio per i rispettivi Paesi, e che mi avevano rivelato l’esistenza di questo treno, opzione economica (se hai tempo) per raggiungere le isole Lofoten, nel nord della Norvegia, meta a lungo sognata e sempre abbandonata soprattutto per via del costo del voli. Un viaggio tira l’altro ed è proprio il caso di dire che a portarmi qui sia stata la giornata trascorsa con loro a bordo della macchina a noleggio più piccola che c’è, sulle strade sterrate che portano a Látrabjarg. Alle undici di mattina a Boden, quasi capolinea del treno, ho la coincidenza con un intercity “artico” diretto in Norvegia. Scendo dal notturno su cui ho passato ormai quasi diciassette ore e con me scende una folla di viaggiatori stranieri con zaini ancora più grandi del mio. Il binario del treno per Narvik si riempie di colori di giacche e zaini, molti nuovi e super tecnici, altri assolutamente “d’epoca”. Appesi agli zaini, tende, materassini e scarponi ovunque. Non so dove fossero tutte queste persone sul treno notturno da Gőteborg, forse in effetti ero tra i pochi “turisti” a non aver preso la cuccetta. E, a giudicare da come ho dormito bene, in effetti non sarebbe stata necessaria. Questo secondo treno è come lo immaginavo, carico di escursionisti che vanno nella mia stessa direzione.

Non ho un programma preciso ma solo una serie di opzioni, idee e desideri per quando arriverò a Narvik, sulla terraferma di fronte alle Lofoten. La piccola tenda e il sacco a pelo invernale che stavolta ho con me sono una promessa di libertà e la certezza di un rifugio. Altro che migliaia di chilometri di alberi e terra piatta, non vedo l’ora di vedere le montagne delle Lofoten che emergono dal mare. Entro domani a quest’ora dovrei essere lì. Oserei solo chiedere di trovare ad accogliermi un cielo meno grigio e più fotogenico di questo. Chiedo troppo? 🙂

In treno da Gőteborg, Svezia, a Narvik, Norvegia.

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