Il fatto è che prima di partire non ho “studiato”. O, meglio, ho studiato il minimo indispensabile per arrivare fino alle Lofoten. E poi, da lì, vedremo, we can take it from there, come dicono gli inglesi con un’espressione che per qualche ragione mi piace un sacco. E così, quando Terje mi dice: non importa se piove, devi vedere Saltstraumen, andiamo!, io non so di cosa stia parlando.

Parcheggiamo la macchina in una stazione di servizio e ci mettiamo a correre su per l’enorme ponte. Piove, ma non diluvia, in effetti. Terje per l’occasione ha deciso di mettere addirittura il piumino invece di uscire solo in maglietta come fa sempre d’estate. Ci affacciamo dal ponte. Sotto di noi il mare in burrasca non è semplice mare in burrasca ma Saltstraumen, il maelstrom più forte del mondo, ovvero un enorme gorgo causato dalla corrente del mare che si incanala in uno stretto. Saltstraumen è l’attrazione principale di Bodø, la città da cui si prende il traghetto principale per le Lofoten, un paio di centinaia di chilometri a sud di Narvik. C’è un altro maelstrom simile a questo verso l’estremità occidentale delle Lofoten, e ovviamente le storie e leggende di imbarcazioni risucchiate da questi vortici marini si sprecano.

In realtà non avevo neanche in programma di passare da Bodø per andare alle Lofoten (ci sono altri traghetti e altre strade), ma dopo una notte in tenda sotto la pioggia, niente doccia, smontaggio della tenda nel fango, cielo che non promette nulla di che, ho pensato di approfittare di tutte le possibili “comodità” che mi fossero spontaneamente venute incontro. E così mi ritrovo a prendere il tè nel camper di due polacchi che si sono portati da casa, attaccata al camper, anche la barca per andare a pesca nei fiordi e nei fiumi. A fare tutta la strada fino a Bodø anziché fermarmi all’attracco del primo traghetto per le Lofoten, a bordo del camion di Arild. A fermarmi per la notte a Bodø a casa di Terje, couchsurfer che dirige un grande magazzino qui in città e che ha risposto subito alla mia richiesta last minute di ospitalità: l’ostello di Bodø è pieno, continua a piovere e ho davvero bisogno di una doccia e di non dormire di nuovo in tenda.

Arild, norvegese, ora fa traslochi ma un tempo trasportava baccalà dalla Norvegia al sud Italia. Mentre lungo la strada spuntano montagne dalle lisce pareti di granito che mi riportano alla mente la val di Mello e mi lasciano senza parole, il camionista mi racconta di quando una volta, trent’anni fa, dopo una consegna di pesce a sud di Bari, bussarono alla porta del suo camion due uomini con una pistola. Dicevano di essere dei pescatori che dovevano “controllare” se per caso lui non stesse trasportando del pesce. La consegna era stata già fatta e il cassone del camion era stato lavato, così Arild aveva potuto mentire e cavarsela. La pistola, gli avevano detto i miei conterranei, serviva loro per difendersi nel caso in cui il camionista non avesse preso bene le loro domande, che, spiegavano, nascevano dall’esigenza di tenere sotto controllo le quote di mercato in un periodo difficile per i pescatori pugliesi. E poi, racconta ancora, quando andava in Sicilia certe volte sapeva di non poter mai lasciare il camion incustodito perché glie l’avrebbero svaligiato, mentre in altri casi la consegna era per un cliente la cui identità garantiva che nessuno avrebbe toccato il camion.

Lungo il viaggio verso Bodø la E6 si interrompe per un tratto e ci imbarchiamo su un traghetto con tutto il camion. Nell’attesa del traghetto, che parte ogni ora, mi allontano per andare alla toilette e così inavvertitamente mi riesce di fare quello che gli autostoppisti chiamano hitch the ferry, ovvero non pagare il biglietto del traghetto. Torno al camion e Arild mi dice che il bigliettaio è passato e, non vedendomi, gli ha fatto pagare solo per una persona, più il veicolo. Non dire niente, mi dice Arild, e ci imbarchiamo così. Non posso non fare il confronto tra la libertà di viaggiare, anche in questo modo, di cui godo come cittadina europea, e quello che affrontano i migranti che si nascondono tra le ruote, sui tetti o nei cassoni dei camion per varcare confini per loro inaccessibili. Dormire in tenda dove capita, viaggiare su un camion: quello che per me è un gioco per qualcun altro è un’impresa disperata che mette a rischio la vita. Penso alla mia libertà e mi vergogno parecchio di appartenere a questa parte di mondo che si dichiara “civilizzata”.

Bodø, Norvegia.

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