Ogni sera alle otto Kari va al molo dove attracca il traghetto che arriva a Røst da Bodø e riparte in direzione Lofoten. Aspetta lo sbarco dei passeggeri e poi se ne torna a casa, dall’altra parte del canale, sulla sua barchetta a motore. Aspetta. Dice che aspetta una persona che abita in una casa da quelle parti, qualcuno che qualche giorno fa è partito e non sa quando tornerà, e lei lo aspetta perché gli deve parlare.

Kari condivide la sua abitazione, una grande casa rossa che porta sulla facciata laterale la scritta Rorbucamping e un numero di telefono a cinque cifre, con un’infinità di piccoli gabbiani che in inglese si chiamano kittiwakes. I piccoli gabbiani sono ovunque, sul tetto, sulle finestre, sul pontile e su delle grandi mensole costruite molti anni fa sulle pareti esterne della casa così che fosse facile per gli abitanti del posto raccogliere le uova per mangiarle. Oggi la gente di Røst non mangia più le uova dei kittiwakes, ma loro sono rimasti lì, anche se il numero di esemplari è in diminuzione, e Kari spiega che è importante prendersene cura. Diversamente dai gabbiani più grandi, questi non ti rubano il pranzo mentre mangi sui tavoli di legno davanti alla casa, non danno fastidio e, anzi, il frastuono delle loro voci probabilmente a Kari fa solo compagnia.

I rorbuer sono le case un tempo usate dai pescatori durante la stagione della pesca, e oggi spesso convertite in alloggi per le vacanze. Il Rorbucamping, che la famiglia di Kari gestisce da cinquant’anni e che da cinquant’anni è rimasto praticamente inalterato, è “come un campeggio, ma al chiuso”, racconta il sito. Il che non fa male, visto che là fuori non fa che piovere.

Secondo i registri i primi ospiti sono stati qui oltre cento anni fa, ma se un tempo a dormire al Rorbucamping erano soprattutto pescatori, oggi prevalgono i (comunque rari) turisti. Conoscere la storia di questo posto aiuta però a capire come mai in questo edificio, che sta proprio di fronte alla casa di Kari, ci siano ben cinque cucine per quaranta potenziali ospiti. In un’altra epoca e in certe stagioni questo posto si riempiva di pescatori. Fino a stamattina qui c’era una coppia di anziani danesi con un loro amico artista dai pantaloni di mille colori, che vive a Sorvågen alle Lofoten e che per ascoltarti deve mettersi le cuffie perché non ci sente. Stasera ci sono solo io, oltre a un signore col cane che sta al piano di sopra, mi dice Kari, e che però non incrocerò né di sera, né al mattino.

Non ci si sente soli, però. Røst è una parentesi di quiete assoluta tra le affollatissime giornate trascorse alle Lofoten. Røst, anzi Røstlandet, perché Røst in realtà è il nome del comune, che di isole ne comprende 365, è un’isola “piatta come un pancake“, scrive la mia guida. Undici chilometri quadrati, una sola piccolissima collina alta undici metri, dodici chilometri di strade e cinque di sentieri che attraversano una palude a tratti fluo. Alle Lofoten c’è un mare di gente, settecentomila turisti all’anno per una popolazione di venticinquemila persone. Qui, a tre ore e mezza e quindici euro di traghetto dalle Lofoten, invece, non ci viene quasi nessuno, e Kari si lamenta di quanto denaro sia stato investito in marketing per le Lofoten e poco o nulla per Røst.

Io però mi godo l’atmosfera di questo posto che non conosce turismo di massa, un posto il cui tesoro è la sua stranezza, oltre alla natura selvaggia e alla fauna. Ma il fascino di Røst sta anche nella sua storia, legata a doppio filo all’Italia, a partire da un commerciante veneziano, Querini, di cui oggi portano il nome il pub e la palestra a Røstlandet, e che settecento anni fa naufragò su una di queste isole con i pochi superstiti di un viaggio in cui erano partiti in sessanta per stabilire una nuova rotta commerciale, per finire invece alla deriva nei mari del nord. E legata all’Italia è anche l’economia di Røst, che si basa sulla maleodorante produzione di stoccafisso, che importiamo soprattutto in Italia per un ammontare di non so più quanti milioni di corone. E poi c’è un ricercatore italiano che recentemente è venuto a passare una settimana in una grotta su un’isola qui vicino, dove ci sono delle incisioni di cinquemila anni fa, e che con i suoi studi ha rafforzato la tesi secondo la quale i viaggi di Ulisse nell’Odissea sarebbero in realtà avvenuti in questi mari.

Quella dove c’è la grotta è una strana isola a tre teste, tre cime di montagne che emergono dal mare una a fianco all’altra. Arrivarci è un viaggio in pieno oceano a bordo della barca di Finn Olav, figlio di Kari e narratore di mille e più storie, tra una miriade di isole disabitate dagli umani, ma popolate di pulcinella di mare, aquile, foche, cormorani neri. Le foche se ne stanno lì a rotolarsi su un’isoletta che è la loro casa, vicino al faro di Skomvær, avamposto alla fine di tutto, oggi sede di Røst A–I–R, programma di residenza per artisti ad alto tasso di sostenibilità. Gli artisti, tra le altre cose, sono invitati a fermarsi più a lungo possibile per minimizzare l’impatto del viaggio e a non prendere l’aereo per arrivare fino a qui. L’estate scorsa a Skomvær è stato costruito il violino più lungo del mondo, le cui corde percorrono le pareti interne del faro, e nel faro c’è stato anche un concerto.

A Skomvær un tempo c’era il guardiano del faro e due assistenti, con le rispettive famiglie, una insegnante-tata per i figli e, in base al diverso status di cui godevano, una casa più grande e due mucche per la famiglia del guardiano, una mucca a famiglia e case grandi la metà per gli assistenti. Oggi a Skomvær c’è l’orto, le galline, c’è un ragazzo norvegese che ha vissuto a Roma e parla italiano, e c’è Marie che mi racconta che martedì una ragazza qui si è sentita male e lei ha dovuto accompagnarla prima in barca a Røst e poi a Bodø a bordo di un aereo ambulanza volando dentro un tramonto così pazzesco che persino i piloti (norvegesi) scattavano fotografie. Era il tramonto che anche io ho visto dalla spiaggia di Bunes rimanendo senza parole.

Il faro, le foche, l’oceano, i gabbiani, la palude, le bici, le barche, le nuvole che avvolgono come un cappello le isole vicine, l’ostello fermo nel tempo, la nebbia fitta dell’una di notte e il tramonto da inseguire dove finisce la strada, il pub che apre solo venerdì e sabato, la galleria-bar pacchiana e totalmente fuori luogo, e forse per questo perfetta, di un altro artista che da sette anni si è trasferito qui. Røst è la bellezza inconsapevole e fuori di testa di un mondo a parte. Un mondo che, non solo in miglia nautiche, è davvero lontano da tutto.

Røst, Norvegia.

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