Quella passata è stata una notte di vento e insonnia. Tanto vento e tanta pioggia. Di solito qui la pioggia è fitta, costante e silenziosa, invece stanotte sbatteva alle finestre dell’ostello, bussava alle porte per entrare. Ho faticato a prendere sonno e mi sono svegliata dopo meno di due ore con una luce che sembrava delle sette di un mattino piovoso ed erano le quattro e mezza. Una delle mie compagne di stanza, una diciottenne tedesca che è in viaggio da sola in Scandinavia da sei settimane e che scrive cartoline alla mamma e al suo ex con cui non parla più, avrebbe dovuto svegliarmi nel cuore della notte per vedere l’alba, ma altro che alba con queste nuvole. Alle otto e un quarto tutto l’ostello di Å, o per lo meno tutti coloro che dormivano nell’edificio del museo – in effetti quello di Å è una specie di “ostello diffuso” che occupa diversi edifici di questo villaggio di pescatori – erano in piedi: “hai dormito, tu? Io no”. “Neanche io”. Tutti così. È un sollievo non essere la sola con queste occhiaie, pensavo che l’insonnia fosse dovuta al pensiero che il ritorno a casa si avvicina, ma in effetti non dev’essere così.

Se non ho capito male hanno anche cancellato il traghetto da qui alla terraferma stamattina perché il mare era in tempesta. Magari lo cancellassero quando dovrò partire io, penso per un attimo. Non ho voglia di ricominciare tutto. Non ho neanche voglia di rifare lo zaino, tra una cosa e l’altra in questi dieci giorni ho sempre lasciato un po’ delle mie cose qui in ostello anche quando sono andata via per una notte, e anche oggi sarà così, ma il programma è quello di andare via per un giorno, tornare qui nel pomeriggio di domani e dormire in tenda stanotte. E così mi carico nello zaino un bel po’ di cose, vestiti pesanti per stasera, la roba da campeggio, e anche finalmente scarpette da arrampicata e imbraco, perché voglio andare a vedere i posti dove si arrampica qui, ce ne sono eccome ma sono nella parte dell’arcipelago che non conosco ancora, più a est. In realtà quasi sicuramente di arrampicare non se ne parla, prima di tutto perché qui è quasi tutto trad climbing, e poi perché il tempo fa schifo e la roccia sarà bagnata, infine ovviamente perché sono da sola e a parte imbraco e scarpette non ho l’attrezzatura con me, quindi dovrei trovare qualcuno con cui scalare. Ma questo non sembra impossibile: diverse persone mi hanno detto che Henningsvær, a 120 chilometri da Å, oltre al bar-locanda per arrampicatori e alla relativa scuola di arrampicata ci sono climbers che vanno in giro in paese col sacchetto di magnesite allacciato in vita e dovrebbero essere tutti accampati sotto le pareti. Ho come l’impressione che il maltempo li avrà messi in fuga, ma va bé. È un bel po’ che non arrampico come si deve e sono davvero in crisi d’astinenza, quindi vado!

Sono anche un po’ in crisi d’astinenza da autostop, che è diventato il mio secondo sport preferito ormai e che qui non ho praticato tanto, dato che mi sto spostando poco e dato che molti degli spostamenti qui sono in barca. E non ho ancora imparato a fare una sorta di autostop in barca, cosa che invece sarebbe utile perché i mini-traghetti che si usano per alcuni spostamenti hanno orari davvero limitanti. Sarebbe utile e si può fare, basta convincere qualcuno dei tantissimi che stanno uscendo in barca a darti un passaggio, come mi hanno raccontato sia tre ragazze norvegesi la scorsa settimana, sia due autostoppiste francesi ieri.

A proposito di barche, ieri durante il viaggio in barca di ritorno dalla gita alla spiaggia di Horseid – una “passeggiata nonni e nipoti”, così l’ha descritta la mia desolata compagna di escursione e compagna di camera in ostello, una ragazza svizzera che aveva voglia di fare del trekking serio anche se avevamo dormito poco anche l’altra notte e che si è ritrovata a percorrere questi nove chilometri insieme a un tedesco spaventosamente timido e alle mie gambe che mi imploravano di tornare in ostello a dormire – all’improvviso mi ha preso uno strano stupore misto a felicità nel ritrovarmi a bordo del mini-traghetto circondata da non so più quante persone che conosco e con cui chiacchierare: la coppia di autostoppisti americani conosciuti mangiando un waffle al centro informazioni turistiche di Reine, uno dei due compagni di ostello canoisti genovesi, la mia amica svizzera e due ragazzi francesi che lei aveva conosciuto sul traghetto da Bodø a qui. Mi faccio persino rimproverare dal bigliettaio-factotum della barca perché nel corso della mezz’ora di viaggio stipati come sardine con i nostri zaini sul ponte della barca mi sposto più volte, distribuendo ai miei nuovi amici mandorle abruzzesi in cambio di frutta secca e perdendomi in racconti prima con gli uni, poi con gli altri, e in confronti e quasi dibattiti su quale spiaggia – Bunes o Horseid – sia la migliore. Ovviamente per il paesaggio, l’escursione e il campeggio, e mica per fare il bagno: l’acqua è davvero gelida, anche se qualcuno si butta comunque.

Sbarcati a Reine e dopo altri incontri con gente di Å è la vana ricerca di un waffle tra caffetterie che chiudono alle quattro di pomeriggio, stazioni di servizio antipatiche e sfornite e centri informazioni turistiche che con i loro waffle non eccelsi ma comodi mi hanno, per così dire, sedotta e abbandonata, finisco per lanciare ai due compagni di ostello e ai due francesi che erano in barca con noi una sfida di autostop fino ad Å: dieci chilometri, ognuno per sé e vediamo chi arriva prima. I francesi si defilano e non li rivedremo, noi rimasti in tre proviamo la difficile esperienza di trovare un passaggio che ci porti tutti insieme, ma non sembra così facile e così mi faccio un chilometro a piedi da Reine verso Å (com’è facile quando ho solo lo zainetto, l’altro giorno di ritorno da Bunes sullo stesso tratto avevo faticato da morire con lo zaino grande in spalla) per fare l’autostop separatamente. È un attimo e perdo la sfida, presto accosta un camper con a bordo quattro norvegesi in vacanza e i miei due amici, che sono saliti a bordo prima di me, e che quindi vinceranno il diritto a fare l’agognata doccia prima di me.

Ma sono sicura che la giornata di oggi placherà la mia sete di avventure in autostop. Adoro non sapere cosa mi riserverà la giornata. È mezzogiorno, ma non smette di piovere. Se resto qui ad aspettare che torni il sereno mi sa che a Henningsvær non ci arriverò mai. E allora, coperta come dallo scafandro di un astronauta per proteggere me e il mio zaino dalle intemperie, è ora che io vada 🙂

Ostello di Å, Lofoten, Norvegia.

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