Qui c’è gente che mette la colla su un’asse che si è staccata dal pavimento e se la scorda lì rovesciata, senza riattaccarla, si distrae e si mette a camminare avanti e indietro tutto il giorno su e giù per l’ostello in preda all’indecisione di cosa fare della propria vita: tornare a vivere in un paese senza sole, con un lavoro sicuro, una routine che non ha nessun sapore e amici alcolizzati e depressi, o restare qui a scartavetrare e ridipingere pareti e accompagnare turisti nordici ricchi, anziani e annoiati in giro in pullman in un orrendo labirinto di grattacieli in riva al mare. 

Qui c’è gente che un giorno ti dice “vado via questo venerdì”, dopo due giorni ha cambiato idea e resta fino ad aprile, e stasera “boh, non lo so quanto mi fermo, ancora, non lo so quando ci torno, a casa”. C’è gente che alla domanda “com’è il tempo, ora, dalle tue parti?” (con i britannici il meteo è sempre un buon argomento di conversazione), risponde “le pecore sono sepolte nella neve”. All’inizio non capisco, poi realizzo di essere cresciuta anni luce lontana da uno che viene da una fattoria a una dozzina di chilometri dal primo microscopico negozio e a un’ora di pullman dalla scuola più vicina, uno che da quattro anni viene qui per qualche mese in inverno ad arrampicare e fare qualche lavoretto in campagna in cambio di un posto letto in ostello, e che prima di venire qua non aveva mai visto dal vivo un’arancia. Non perché le arance non esistano nel nord dell’Inghilterra, ma perché se nasci in una fattoria in mezzo al nulla cresci mangiando ciò che produci e ciò che producono i vicini di casa. Vita a chilometro zero. Non il chilometro zero di certi succhi di frutta di certi esosi localini vegani di Roma, però.

Qui c’è gente che vola qui per l’inverno, noleggia un furgoncino per due-tre mesi e se ne va in giro per la Spagna (per arrampicare, ovviamente), ogni tanto si ferma una notte in campeggio per fare una doccia e caricare le batterie e poi riparte, tenda nei boschi ai piedi della falesia, d’altronde è gente che viene dalle sterminate foreste del Canada, posti in cui in nove ore di viaggio in auto incontri solo quattro piccoli centri abitati (nove ore di viaggio come niente fosse, da quelle parti le distanze sono infinite, nove ore di viaggio solo per andare a fare una giornata di arrampicata su ghiaccio). Gente che quando non è qui quelle foreste canadesi le taglia per lavoro per conto dello stato, e ci sta male al pensiero ma ancora non rinuncia a quel lavoro ben pagato, racconta che in Canada di alberi e di natura selvaggia ce n’è troppa perché si possano impedire gli abusi, la deforestazione, lo sfruttamento del territorio, c’è troppo spazio e troppa poca gente per difenderlo. Eppure potremmo non essere noi due a fare quel lavoro di tagliare gli alberi, forse un giorno smetteremo, dicono, in effetti potremmo farlo (la pulce nell’orecchio).

Qui c’è chi è talmente poco “qui e ora” da non ricordarsi dei propri effetti personali al momento di andar via. A volte, nel fare le pulizie, mi domando com’è che un ospite dell’ostello possa ripartire per tornarsene a casa a fine vacanza senza portare con sé, buttare o regalare il cibo che non ha consumato, o possa dimenticare nel bagno condiviso spazzolino e dentifricio, asciugamani e così via. E poi mi spiego tutto quando succede che qualcuno di loro parta dimenticando in ostello il proprio portatile. E lo rivoglia indietro in 24 ore, sobbarcandosi una spesa di 160 euro di corriere e mobilitando svariati dei miei “colleghi” per organizzare il trasporto col corriere (che parla solo spagnolo, mentre qui in ostello si parla praticamente solo inglese), procurare una scatola adatta, impacchettare e consegnare il pacco. In effetti, l’ostello è una specie di enclave britannica, o per lo meno anglofona, che di spagnolo ha solo il sole di gennaio e l’euro, che visto il cambio con la sterlina (e il costo risibile dei voli) rende il soggiorno molto conveniente.

Qui c’è una ragazza inglese che è arrivata ieri in shorts e all’ora di cena era ancora seduta in shorts all’aperto a guardare la partita di ping pong anche se faceva freddo. Perché siamo in Spagna, c’è il mare e il sole e basta questo a convincersi che non fa freddo come a casa. Però aveva una boccetta di cognac in tasca per riscaldarsi e me l’ha offerta a stomaco vuoto avvisandomi che era “un po’ forte”.

Qui c’è un sacco di sole, è gennaio e si arrampica a torso nudo o in canottiera, in qualche falesia all’ora di pranzo fa persino troppo caldo, in campeggio il bucato si asciuga in poche ore col sole e col vento e non sono abituata e me lo dimentico lì steso ad asciugare. Qui quando arriva una nuvola te ne accorgi perché la temperatura scende in un attimo, e soprattutto perché l’umore di tutti quelli che sono venuti qui dalle terre del nord cambia in un baleno. Qui ho capito che il sole mi nutre, ma nutre loro ancor di più, ho capito che basta poco ad attirare in questo paese chi viene da terre fredde e senza sole. Ho capito perché in questa parte di Spagna c’è una testata di informazione locale in russo, i negozi vendono prodotti britannici e l’ipermercato è aperto anche on Sundays and bank holidays. C’è chi viene qui a svernare in una bella casa in riva al mare dopo essersi arricchito per una vita nel proprio cupo paese. E c’è chi non si è arricchito e non ha chissà quanti risparmi e non parla neanche bene la lingua ma viene qui lo stesso e non riesce ad andar più via. Perché una pausa pranzo al sole e all’aperto con un’insalata fatta di avanzi vale molto più dello stipendio che ha lasciato a casa, e il dubbio di cosa fare della propria vita svanisce. Basterebbe solo anche ricordarsi di quel tassello mancante, ricordarsi di rimettere a posto quell’asse del pavimento dimenticata in mezzo al corridoio con la colla che si sta seccando.

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