L’eccitazione che travolge l’arrampicatore romano quando sta per scattare l’ora legale e si può ricominciare a fare la pomeridiana. Ovvero prendersi un pomeriggio libero dal lavoro per andare a scalare in falesia. Scappare dall’ufficio come un ladro (ma con regolare permesso, s’intende) all’ora di pranzo, correre in scooter o macchina all’appuntamento in palestra o al parcheggio di un ipermercato, il cosiddetto Rusticone, tre quarti d’ora, massimo un’ora e un quarto di macchina e poi a giù a scalare fino a che il sole non sarà bello che tramontato, sfruttando ogni secondo di questo pomeriggio rubato alla giacca, alla cravatta, al computer, alle mail, alle riunioni o a quello che è. Mi piacevano tanto le pomeridiane quand’ero a Roma, così tanto che a un certo punto mi ero fatta cambiare l’orario di lavoro apposta.

Poi diciamo che in effetti mi sono fatta cambiare la vita, e non solo l’orario di lavoro, apposta. Nel senso che ora che sono qui, all’ora di pranzo finisco di lavorare, mi faccio un panino, e mentre sono al sole a bordo piscina a studiare spagnolo qualcuno m’invita e mi convince in trenta secondi netti, forse meno, ad afferrare lo zaino sempre pronto e andare in falesia a bordo di un tappeto volante, ovvero un crash pad piazzato a mo’ di divano all’interno di un piccolo camper giallo.

La pomeridiana qui è mezz’ora di strada sterrata tortuosa che s’imbocca a pochi chilometri da casa e che insegue una valle circondata da ogni parte da pareti e alberi, poche case come rari puntini in cui al tramonto si accendono piccole luci, e un asino incazzato da cui tenersi alla larga proprio lì dove la valle finisce e dove c’è la falesia più dura (e decisamente più affascinante).

Qualche tornante prima ci sono pareti belle e ancora un po’ vergini (qui di roccia vergine ce n’è per tutti) e c’è la casa di uno che ha scelto di lasciare le piogge inglesi e le nebbie e venire a starsene qui con la sua compagna e svariati cani per dodici mesi all’anno: quando fa freddo e la roccia è perfetta e ci si riscalda con la stufa accesa, e quando fa davvero caldo e la valle è troppo calda per fare la cosa più bella che si può fare qui, ovvero arrampicare.

Ci sono pareti ancora un po’ vergini, dicevo, e la pomeridiana potrebbe consistere nel fare la seconda salita, dopo quella del chiodatore, di una serie di vie facili appena nate. Voglio dire, nate oggi, qualche ora prima che io ne assaggiassi la roccia, vergini, appena pulite da sassi e terra e piante, con gli spit appena piantati, e il rumore del trapano che si sentiva ancora mentre corda in spalla e scarpette in mano ci avvicinavamo alla parete lungo il sentiero.

Il chiodatore è il proprietario gentile e silenzioso del piccolo camper giallo, anche lui viene qui a vivere dall’Inghilterra, dorme in camper e lavora a distanza per un’azienda britannica con il suo computer in un piccolo capanno che forse si è costruito apposta nel campeggio dell’ostello dove sto io. Lui sì che fa le pomeridane. Stacca alle tre, chiude il capanno e se ne va anche da solo su per la strada tortuosa a piazzare spit su queste pareti nuove proprio dietro alla casa dell’autoproclamato re della valle, il suo connazionale di cui sopra.

La sensazione di essere la seconda persona ad aver mai messo piedi e mani su questa roccia appena pulita e ancora mai usata, altro che roccia consumata come quella che di solito si trova sulle vie più facili di una falesia, roccia che taglia ancora la pelle e consuma le dita, roccia che profuma di nuovo e di rosmarino, roccia senza tracce e senza storia: è per queste sensazioni che sono qui. Per scoprire l’arrampicata che prende forma, molto al di là del grado, della competizione, per cercarne il piacere elementare e contagiarlo a chi incontrerò sulla mia strada. Per aspettare che faccia buio (è fine gennaio e le giornate sono già lunghe, fa buio alle sei e mezza, sette) per smettere di scalare e farsi incantare dalle lucine lontanissime del paese più vicino. Per fare le ore piccole in falesia e poi una birra davanti alla stufa accesa nella bellissima casa del re della valle. Per ricevere, mentre il camper giallo s’inerpica sullo sterrato per tornare a casa, la chiamata un po’ preoccupata di chi mi conosce da meno di tre settimane e già mi chiede perché è buio da un’ora e ancora non sono rientrata in ostello dalla falesia. L’arrampicata fa tutte queste magie. E molte altre.

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