Le navi

“Che salpino le navi, si levino le ancore, si gonfino le vele, verranno giorni limpidi e dobbiamo approfittare di questi venti gelidi, del greco e del maestrale, lasciamo che ci spingano al di là di questo mare”

Stavolta sto partendo davvero, finora abbiamo scherzato. Stavolta io e la mia macchina e un frigo portatile e un paio di scatole di plastica piene – ma non troppo – di vestiti, di roba da campeggio, di candele, bagnoschiuma, salviettine, caffè, olio, friselle, taralli e caciocavallo, io e la mia macchina ci stiamo schioppando, sole solette, un viaggio di quasi ventiquattr’ore a bordo di un traghetto di cui ignoro la rotta, ma ho scelto io la meta. Forse avremo sfiorato la Sardegna o la Corsica mentre dormivo sul mio materassino rosso, nel sacco a pelo rosso, nella sala poltrone che ha un fuso orario tutto suo e dove misteriosamente a un certo punto della notte le luci erano ancora accese, così come la tv che proprio accanto a me dettava notizie sportive a ciclo continuo. Mi sono addormentata pensando con tristezza ai ciclisti che a febbraio sono impegnati per cinque giorni nel giro del Qatar, non credo un’esperienza salutare e sicuramente non così appassionante, se non per i soldi che girano, sempre quelli, gli stessi dei mondiali di calcio anch’essi in programma tra qualche anno nello stesso paese, in cui vige ancora una sorta di schiavitù a danno di immigrati che costruiscono avveniristici edifici per una paga da fame e spesso a costo della vita. Prima di chiudere gli occhi nascondendo la testa nel sacco a pelo, ho visto l’inglese Cavendish esultare tra sabbia ed emiri per la vittoria e per la leadership del giro che per fortuna finisce oggi.

Ogni tanto il suono di mille pezzi di metallo che cadono da uno scaffale mi sveglia per un attimo. Intorno a me non è caduto niente. L’avrò messo il freno a mano alla macchina? Certo, lo metto sempre, senza neanche pensarci. E poi va bè, c’è il mio nome sulla carta d’imbarco sul tergicristallo della macchina parcheggiata nella pancia della nave, se ho fatto qualche danno mi chiameranno all’altoparlante. È tutto a posto e mi riaddormento con in cuffia Johnny Cash che mi culla e non mi fa sentire la tv ancora accesa sulle notizie dal Qatar e da Palermo, da dove arriva un’altra triste storia: quella di Schelotto, allenatore argentino costretto a lasciare la Sicilia dopo solo un mese, perché non aveva le carte in regola per allenare in Italia. La notizia non è che Schelotto se ne va – quella è notizia di ieri, dice la giornalista – ma che prima di ripartire è andato in un Palermo Store e ha comprato con i suoi soldi, sottolinea il servizio, una maglia del Palermo da regalare a suo figlio rimasto dall’altra parte dell’oceano.

Ho ripreso sonno, rassicurata dalla mancata chiamata dell’altoparlante. O forse avevo le cuffie e non ho sentito nulla. Comunque è notte fonda e finalmente qualcuno ha spento luci e tv. Saranno le tre quando fanno la loro ricomparsa le voci dei sei o sette ragazzi e ragazze identici, vestiti di molto nero e poco bianco, magrissimi, capelli nerissimi, stessa altezza sul metro e settantacinque, che appena imbarcati avevano lasciato i bagagli e occupato tutte le prese di corrente della sala poltrone con caricabatterie a cui non avevano attaccato nulla, salvo poi staccare tutto e sparire. Sono tornati e hanno le voci di chi ha bevuto un sacco. Tutta la sala poltrone si sveglia e li guarda. Una di loro mi passa accanto. Io tiro fuori il naso dal sacco a pelo e le dico “hey, everybody’s sleeping here”. Sono sicura che mi ha sentita, ma comunque continuano a fare casino per una mezz’ora fino a che non si sistemano e si addormentano pure loro. Sembrano ballerini di un qualche tipo di danza contemporanea o membri di una qualche setta di giovani depressi.

È ancora tutto buio nella sala e la tv è ancora spenta quando ormai sono sveglia da un pezzo, e anche se di uscire dal sacco a pelo non se ne parla, è sicuramente mattino. La sala poltrone è nella pancia della nave e non ha finestre, quindi non si può dire, ma una mezz’ora fa l’altoparlante ha annunciato che siamo a 180 miglia da Barcellona e che arriveremo alle 19. Dovevamo arrivare alle 18:15, ma va bè. Un altro annuncio: la sala colazione chiuderà tra dieci minuti. Come, tra dieci minuti? Ma saranno le otto di mattina. Non mi serve la sala colazione, io mi sono portata yogurt, cereali, frutta e torta della mamma e anzi ho un po’ esagerato e ho il necessario per quattro colazioni. Però che ora è? Le dieci! Wow, mi restano solo sette ore di navigazione! Ho sbagliato i conti, sono nove ore, però tolto il tempo di cambiarmi, rendermi presentabile come posso e fare colazione ne resteranno davvero sette. Sono sollevata! Rifugiarsi nel sacco a pelo è sempre la soluzione migliore per questi lunghi viaggi in solitaria. Anche perché pensavo di mettermi a studiare spagnolo con il wifi di bordo, ma la connessione costa ben 8 euro all’ora o 5 euro per mezz’ora. Dal sito avevo capito che il costo fosse di 8 euro per tutto il viaggio, e invece giustamente qui la connessione è satellitare e carissima, anzi se volessi usare la connessione del mio cellulare, mi avvisa la Wind, il costo sarebbe di ben 25 euro a MB. Non ho bisogno di internet e anzi mi domando chi paghi mai una cifra del genere per collegarsi, io ormai mi sono disabituata ad avere internet sul cellulare, anche in Italia, e mi connetto quando trovo un wifi in giro. Al porto di Civitavecchia c’è scritto wifi zone ovunque su grandi cartelli, ma le reti sono protette da password e al terminal ben tre persone mi spiegano che “la rete in realtà non c’è”, “l’autorità portuale l’ha eliminata”. Una signora gentile suggerisce di andare a scroccare la connessione davanti a un bar che forse ha ancora un wifi aperto, ma è troppo lontano e volevo connettermi solo per ingannare l’attesa. Chi parte in macchina deve stare all’imbarco due ore prima e aspettare in coda l’apertura delle porte, che ovviamente avverrà senza preavviso proprio quando sto preparando un panino.

Il mare è poco mosso e non ne risento, il tempo scorre e ho tutto il necessario per resistere ad altre sei ore di navigazione senza morire di noia, sete o fame. La nave rimbomba di spari finti dalla rumorosissima sala giochi, e di voci e musica dalle molte tv sintonizzate su canali diversi a pochi metri l’una dall’altra. C’è tutto: i Modà e tutto il peggio della musica pop italiana, ancora le immancabili notizie sportive, e Antonella Clerici con le sue ricette. Mia nonna questa trasmissione la chiamava con aria di sufficienza “l’uovo al tegamino”. La nonna non c’è più da quasi otto anni, mentre a quanto pare la trasmissione è sempre lì, un trionfo di tinture per capelli, grembiuli colorati che fanno pendant con la scenografia e unghie curate di mani che impastano morbide e mescolano veloci.

La voce della Clerici arriva fino a qui nonostante le cuffie e la musica buona che sto ascoltando. Per fortuna ho trovato un tavolino comodo dove piazzarmi col computer qualche piano più su della sala poltrone. Da qui s’intravede il mare e non c’è nessuno a disturbarmi, è ora di pranzo e il bar è quasi vuoto. Com’è diverso questo viaggio dai molti traghetti presi in Norvegia l’estate scorsa con il mio grande zaino verde e passaggi in autostop da rimediare all’arrivo. Quella era solo una vacanza, per quanto improvvisata e lontana, ma sembrava un’avventura molto più grande di quella che avrà inizio appena le mie quattro ruote metteranno piede su suolo spagnolo. Ora la nave è salpata senza pensieri. Ora ho quello che mi serve e non ho bisogno di nulla di più. Non sto cercando nulla. Non mi serve indossare una corazza. Non ballo da sola. Non ho più quell’aria incazzata che serve a difendersi. Attendo di farmi sorprendere dai giorni che verranno.

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