Domenica pomeriggio si gioca. In un fazzoletto di terra gialla qualcuno ha ritagliato un campetto di calcio a pochi metri dall’autostrada. Intorno, colline aride gialle costellate di ciuffi d’erba scura, una specie di deserto o meglio una specie di fondale di cartone, la scenografia di un film di Sergio Leone che infatti veniva a girare da queste parti. L’autostrada si è lasciata finalmente alle spalle il cemento della costa orientale della Spagna. 

Improvvisamente mi vengono incontro nuvole basse quasi quanto me. Gocce di una pioggia quasi ferma riempiono i vetri della macchina. Ci sono dentro, alla nuvola. Il vento prende a soffiare così forte che gli uccelli in volo fanno fatica a mantenere la rotta. Poi la nuvola si scosta come un sipario. Le colline gialle ora sono più scure e alberate. Su una cima un riflesso che sembra neve. Potrebbe essere neve, se non fosse per i cartelli in spagnolo e arabo delle rivendite di biglietti dei traghetti per il Marocco. Potrebbe essere neve, se questa non fosse quasi pianura e se quelle non fossero colline alte forse cinquecento metri a una latitudine che è quasi Africa.

E invece è neve, e non sta solo in cima a quella collina ma anche a pochi metri da me, alla stessa altitudine a cui corre l’autostrada. E infatti una piccola sosta per controllare l’altimetro di Google mi svela che sono a milleduecento metri di quota e che non sto attraversando una pianura, ma un altopiano, e non me n’ero accorta.

L’altopiano non era in programma, ma quando mai qualcosa lo è? Non sapevo che l’autostrada arrivasse così in alto. Ero indecisa se prendere la strada per l’interno, ovvero questa, o quella che corre lungo la costa meridionale della Spagna, quella che guarda l’Africa. Io avrei scelto la costa, ma tre navigatori diversi mi spingevano per l’altra strada, e non volevo perdere tempo, e così eccomi qui.

Spero che la strada inizi a scendere e spero di non dover mettere le catene. E invece il paesaggio somiglia sempre di più a quello della Norvegia. Mi fermo per una foto in un parcheggio e mi trovo circondata da ragazzini in tuta da sci che escono da macchine a noleggio per giocare a palle di neve. Mi scanso, salva per un pelo. Non mi aspettavo che la gente si portasse la tuta da sci, in vacanza in Andalusia. Ma è la Sierra Nevada. Beata la mia ignoranza. Colmare la mia ignoranza, facciamone una scusa per viaggiare.

Per fortuna inizia la discesa. La neve è finita, rimane solo sulle cime delle montagne, ed è finita anche la mia ansia di trovarmi in mezzo a una nevicata qui sull’autostrada, con il termometro della macchina che sotto i tre gradi iniziava a minacciare “rischio ghiaccio”. La neve ha lasciato il posto a roccia rossa, scavata, di grotte che sono case, evidentemente non solo a Granada ma tutt’intorno. Il vantaggio di girare in macchina è che potrei fermarmi ovunque a dare un’occhiata, questa è un’autostrada senza caselli perché non si paga e quindi, se non avessi tutta la voglia che ho di arrivare alla meta e ancora centosettanta chilometri davanti a me, potrei fermarmi infinite volte, più di quante già non mi fermi per fare una foto ogni volta che c’è un’area di sosta o un benzinaio con vista.

Peccato che di piazzole di sosta non ci sia neanche l’ombra quando al tramonto il sole si nasconde dietro una collina e il cielo di fronte a me si fa arancione, tutto uguale, uniforme, una tenda di un solo colore acceso, e intanto piove piano e alle mie spalle c’è un arcobaleno che disegna un arco completo, un arco che da una parte si getta fino in fondo a una valle e separa il cielo e le colline in una versione più scura e una molto più chiara degli stessi colori. Ma di scattare una foto non c’è modo. Come non c’è stato modo di fotografare i ragazzini sul campo da calcio di terra gialla qualche ora fa. Per fortuna ho imparato a portare con me i ricordi anche quando non li posso fotografare. D’altronde

“è il senso di una foto
individuare
un solo istante da congelare
e tutto ciò che viene dopo
non è avvenuto
si può cambiare
immaginare
da lì in poi
da qui in poi”

Un pensiero su “Autostrada

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