C’ho un attacco di rabbia. Perché ho imparato come si fa il cemento nell’impastatrice e come se ne riempie un secchio, come si accende un fuoco di rami secchi senza che bruci tutta la valle, come si fa a fette un mattone forato senza farsi a fette le dita, come si uniscono due pali di legno con colla e bulloni e rondelle e dadi, come si lavora all’aperto nelle ore più calde di un marzo andaluso senza beccarsi un’insolazione.

È qualche giorno che sono ospite di una coppia che gestisce una specie di bed&breakfast rurale. In cambio di generosissimo vitto e alloggio nella loro struttura, cene e colazioni super abbondanti e un’accoglienza che mi fa sentire in famiglia, per cinque ore al giorno diamo loro una mano a realizzare il loro sogno-progetto di realizzare in giardino una struttura che ospiterà una grande e sofisticata tenda come opzione alternativa di alloggio per i loro ospiti. I padroni di casa lavorano da mattina a sera sotto il sole. I volontari come me danno una mano cinque ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Da queste parti ogni casa ha la sua impastatrice per il cemento e molti imparano a fare da soli i lavori di costruzione più semplici a casa propria, nonostante i muratori di mestiere non manchino, qui come probabilmente in tutta la Spagna, paese che ha visto un boom edilizio impressionante fino a pochi anni fa e, quando la bolla è scoppiata, ha lasciato disoccupati tanti tra coloro che lavoravano nel settore. Io non faccio il cemento, non uso la motosega, non faccio lavori pesanti. Il mio “aiuto” consiste in semplici opere di giardinaggio (non ho mai avuto il pollice verde, a quanto pare) come estirpare erbacce e radici infestanti, pulire la terra da cocci e altro materiale risalente a quando questo giardino era una specie di discarica, e fare in modo che ciò che rimane sia un terreno pulito e, per così dire, “pettinato”. Qualche volta aiuto anche a trasportare materiali giù per la discesa che porta al giardino, stringo qualche bullone o qualche morsetto mentre la colla sul legno si asciuga.

Non ho il pollice verde, dicevo. Eppure ho avuto ben due case con giardino, senza contare le grandi terrazze a casa dei miei. Le case le avevo scelte io col giardino, mi sembrava inconcepibile non avere uno spazio esterno, però non mi sedevo mai all’aperto e dimenticavo regolarmente di innaffiare le piante, e da quando avevo installato un piccolo sistema di irrigazione automatico quelle piante, per me, erano diventate invisibili, come non richiedessero cure. In ufficio ho rischiato più volte di far morire le piante che mi hanno affidato i colleghi che andavano in ferie. Ho vissuto per anni in diverse case con lampadine da cambiare che non ho mai cambiato, buchi nelle pareti da stuccare che non ho mai stuccato, vecchi mobili da buttare che non ho mai buttato, tapparelle rotte rimaste tali per settimane. Non mi sono mai preoccupata davvero di aggiustare ciò che avevo intorno. Di come si fa a riparare qualcosa che si rompe. Con la scusa che “non sono capace”, come se dovessi davvero chiamare un elettricista per cambiare una lampadina un po’ ostica, o un imbianchino per stuccare i buchi nel muro e magari dare una mano di pittura per mascherare quelle “ferite” nelle pareti.

“Non ero capace” perché non avevo tempo? Forse. Non volevo avere tempo, in realtà. La vita andava riempita di impegni inderogabili e di occasioni a cui non potevo mancare. Con un lavoro con cui guadagni per pagare qualcuno per lavarti la macchina, stirarti le camicie, metterti lo smalto sulle unghie in pausa pranzo. E ovviamente riparare la tapparella, la lavatrice, l’interruttore, la serratura. Molte di queste cose avrei potuto imparare a farle da sola, scegliendo di averne il tempo. Ora che non sto lavorando, la mia moneta è il tempo. Il tempo di guardare qualcuno che fa un lavoro manuale e imparare a farlo anch’io, se posso. Imparare a prendermi cura delle mie cose e quando si rompono provare a non buttarle via. Non mi serve a niente essere brava a scrivere, fotografare, tradurre, se vivo con la testa in un computer o nello schermo del cellulare mentre l’ambiente in cui vivo va in malora perché io non me ne occupo. Postiamo su instagram immagini di una vita entusiasmante lasciando fuori dall’inquadratura la lampadina appesa al soffitto che attende da due anni un lampadario a farle compagnia e i panni stesi ad asciugare da settimane che ormai stanno facendo la muffa. A che serve fare gli ambientalisti se cediamo all’obsolescenza programmata, se quando la stampante inizia a fare i capricci la buttiamo via, se compriamo anziché riparare o cercare qualcosa che abbiamo perso nel disordine? In che razza di mondo stavo vivendo? Sia chiaro, non scrivo da un mondo perfetto, tutt’altro. Il fatto è solo che, man mano che rallento il passo, man mano che mi riapproprio del mio tempo, scopro qualcosa di me che non sapevo. Scopro di saper fare qualcosa di nuovo. Scopro di essere più forte e più capace. E questo mi piace.

Un pensiero su “Costruire

  1. bellissimo Giulia, comunque, come tu ben sai, anche se sto molto spesso con la testa sul computer per lavoro ma anche perchè leggo e imparo tante cose che non avrei mai imparato senza il computer, non tralascio mai nulla in casa: le piante, le lampadine, la roba da stendere o da ritirare, la cucina, il cucinare ecc. ecc. ecc, basta volerlo e basta organizzare la mente senza stress e magari anche con tanta allegria

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