Il paese ha case bianche e tetti color terracotta come tutti i paesi dell’Andalusia. Ha strade che si precipitano in picchiata e che mi piacerebbe evitare di dover percorrere, in macchina o a piedi, ma se non conosci il posto non le puoi prevedere. Ha fioriere fatte di pallet dipinti a colori accesi e piazzati sui muri esterni delle case bianche lungo le strade vertiginose. Nella piazza ha un bar microscopico in cui suonano la chitarra e bevono birra, ma non c’è spazio per entrare. Ha un posto dove le tapas sono buonissime e sanno ancor più di buono perché non ci vado mai, a mangiare fuori, ma stavolta si trattava di un pranzo speciale, iniziato alle quattro di pomeriggio e offerto anche a me per proprietà transitiva da una dolce signora inglese come ringraziamento per un lavoro che non ho fatto io.

Mentre mi allontano per l’ultima volta dal paese con le case bianche e le fioriere a colori, mentre guido verso il mare e verso un posto che non ho ancora neanche immaginato, in controluce sulla polvere che ricopre il parabrezza della macchina mi intenerisco accorgendomi dei passi delle zampette di uno dei piccoli cani che popolano la casa che mi ha ospitata negli ultimi dieci giorni e che ora sto lasciando. Non l’avrei mai detto, ma mi mancheranno, quei cagnetti, anche se per giocare con loro una mattina prima del primo caffè mi sono sfracellata su un gradino e sbucciata una caviglia senza ritegno come una bambina al primo giro in bici senza rotelle.

Mi mancherà il senso di famiglia di quella casa. Una sensazione che non provavo da tempo e ancora più inattesa quando ad accoglierti sono dei perfetti sconosciuti da cui ti sei praticamente autoinvitata con un preavviso di due-tre giorni. Per dieci giorni ho avuto una casa, una casa che mi ha fatto bene, una casa di cui mi sono dedicata a sistemare la bellissima cucina mentre i padroni di casa lavoravano sotto il sole per realizzare un progetto tanto faticoso quanto simile a un sogno.

Una cucina, una casa e un giardino con due di tutto. Due vanghe, due rastrelli, due avvitatori elettrici perché il primo ha fatto un volo in un momento di delirio e non funzionava più. Due pennelli da pasticcere, due ciotole e due coppe di mille tipi diversi, due alzatine per i dolci, due teglie da quiche, due di ogni tipo di tazza, appese ordinate ai ganci sotto una mensola. Due forni, però non si possono accendere contemporaneamente, altrimenti scatta la corrente. Due frigoriferi enormi. Eccezioni: solo una poltrona supercomoda reclinabile in salotto; cinque cani bellissimi che ti vengono a svegliare bussando alla porta-finestra della stanza al mattino e vorrebbero buttarsi nel letto con te. Anzi sei cani, però una c’era solo la prima sera e poi è scomparsa, forse rapita e segregata, forse tornata volontariamente a una casa in cui però è lasciata sola a se stessa. E sei gatti di cui, confesso, non ho mai imparato tutti i nomi. Per fortuna nessuno se n’è accorto. Bicchieri tutti volutamente spaiati, bellissimi, stretti e lunghi o larghi e bassi, con un grande bordo blu, bicchieri a righe di colori opachi che sembrano tazze senza manico, calici verdi o rosso chiaro.

Due come le persone speciali che mi hanno dato una casa per dieci giorni e, forse, una nuova direzione per il mio viaggio.

 

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