Sto qui in Spagna da due mesi e ancora non ho comprato una guida. Un libro, intendo. E a questo punto, dubito che mai la comprerò. Il motivo è, tra le altre cose, che non trovo quasi mai una guida che fa per me. Non solo perché gran parte delle guide sono fatte per viaggiatori disposti a spendere. Ci sono anche le guide per backpackers e per chi viaggia con due lire, ovviamente. Però, in Spagna, il viaggio low cost tipicamente previsto per i giovani (o comunque da chi viaggia senza famiglia al seguito) mi pare essere più che altro mare, tapas e locali, oppure il classico e frenetico tour delle città più importanti per visitarne le attrazioni principali e metterci, per così dire, le bandierine, e se c’è una guida per backpackers sicuramente farà riferimento più che altro a quel tipo di offerta. Insomma, in genere, e a maggior ragione qui, non mi pare facile trovare una guida per un turismo lento, economico e principalmente immerso nella natura e fatto di perdersi nei vicoli dei piccoli paesi e nelle strade sterrate di campagna.

A dire il vero, ho comprato degli ebook che parlano della Spagna, ma nessuno di essi è una guida in senso stretto. Ho iniziato a leggerne uno in inglese, scritto da un giornalista britannico che, come centinaia di migliaia di suoi connazionali, vive qui da una vita. Non è male, anche se mi piacerebbe leggere la Spagna raccontata dagli spagnoli. Ma ancora non sono abbastanza brava a leggere in spagnolo. Magari tra qualche mese. Intanto, la cosa più interessante che ho imparato da questo libro è che tra le tante parole derivate dall’arabo e presenti nella lingua spagnola, ce ne sono tante che iniziano per “al”, l’articolo determinativo in arabo. Ho trovato affascinante scorrere l’elenco delle più comuni tra queste parole (e di altre derivate dall’arabo) e notare come tante siano composte dal prefisso “al” seguito da qualcosa che somiglia all’equivalente italiano. Ad esempio: alcaparra è il cappero e alcachofa è il carciofo. Ma ce ne sono molte altre, e da quando ho scoperto questa cosa, ogni volta che trovo una parola che inizia per “al” inizio mentalmente a scomporla per capire cosa c’è dietro. Lo studio della lingua spagnola sta risvegliando il mio spirito di linguista pignola e secchiona. Mi riporta indietro di quindici anni, insomma. Il mio cervello si sente più giovane ed è contento di dedicarsi a cose che gli interessano davvero.

Oggi ho smesso di guidare verso sud, perché non è rimasto più niente, a sud, se non il mare e, al di là del mare, il Marocco. E quindi, direzione ovest, lungo la costa. E insomma, senza la guida e senza essermi informata, a volte non so proprio cosa aspettarmi dai posti in cui vado. La costa dell’Andalusia da queste parti non potrebbe essere più diversa da come me l’aspettavo. Avevo un’idea romantica di questa zona e ora che ci sono arrivata, l’idea si è infranta drammaticamente contro una infinita colata di cemento, centri commerciali, hotel, rotonde, night club che aprono a mezzogiorno, campi da golf (le uniche zone verdi). La zona tra Málaga, Marbella e oltre è una successione ininterrotta di tutto questo.

La cosa che più mi colpisce, qui come anche sulla costa orientale che ho percorso negli scorsi mesi, sono le decine di casette che sembrano tagliate a fette, piazzate sulle colline al margine dell’autostrada. Non so bene come descriverle. Immaginate il pane in cassetta, intero. Oppure un semifreddo, o qualcosa come una Viennetta. Ecco, una Viennetta, con le fette a forma di casa, che se metti questa mega-Viennetta in cima alla collina e tagli le fette una dopo l’altra, loro si dispongono come in una scala, vicine vicine, attaccate anzi, lungo il pendio della collina. Lo so che non mi sono spiegata e che sembro avere le allucinazioni, per di più mentre guido, ma questa visione mi ha ricordato, anche se potrei sbagliarmi, una storia su Topolino in cui Paperon de’ Paperoni metteva in commercio, appunto, delle case a fette. Meglio andar via da questo cemento prima che mi vengano altre allucinazioni, direi 🙂

Comunque anche in una zona così urbanizzata la Spagna ti stupisce. Ieri sera, mentre mi perdevo e sbagliavo strada tra rotonde e centri commerciali, all’improvviso ho imboccato una discesa verso il mare e in mezzo a tutto questo c’era un tramonto da paura. Non ho ancora capito il motivo per cui la Spagna ha regolarmente, praticamente ovunque, dei tramonti incredibili. Sto quasi per smettere di fotografarli, perché qui sono una cosa di (quasi) tutti i giorni. Non come quando volevo inchiodare sulla Tangenziale Est a Roma incantata dal tramonto sui binari o su quello strano palazzo della Casilina che un tempo era una fabbrica di biscotti, o quando in ufficio ci mandavamo un messaggio sul messenger interno perché dalle finestre del piano di sopra si intravedeva un bel tramonto (ed eravamo al lavoro e saremmo usciti dall’ufficio col buio). Lì era un evento speciale. Ecco, se ci fosse una guida scritta apposta per me, dovrebbe spiegarmi perché in Spagna il cielo è così 🙂 E sarà banale, ma una delle prime cose che ho capito stando qui è che non potrò più vivere in un paese in cui non c’è quasi sempre il sole.

Un pensiero su “Le case a fette

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