La notte, prima di dormire, ti accorgi del rumore delle onde. Come se ci fosse un interruttore che spegne l’ultima luce e accende la colonna sonora in presa diretta dalla spiaggia.

Da quando sono qui il tempo è scandito solo dal suono della sveglia al mattino e dal sole che tramonta dietro la grande duna. L’ora di pranzo e cena è quando hai fame, l’ora di andare a dormire è quando hai sonno, l’ora di svegliarsi è quando hai dormito abbastanza.

La prima sera che ero qui, mentre scattavo foto a raffica a un tramonto che poi sarebbe diventato abitudine, un signore che portava a passeggio i cani sulla spiaggia mi ha indicato la costa del Marocco, che è proprio qui di fronte, a una ventina di chilometri di mare da noi, e mi ha raccontato una storia, la sua.

Uomo d’affari, una vita passata a correre da un capo all’altro della Spagna per lavoro, due matrimoni alle spalle con svariati figli ed ex mogli da mantenere, una quindicina d’anni fa questo signore piccoletto sposò in terze nozze una donna marocchina e anche con lei ebbe dei figli. Vivevano in Marocco e lui era un padre un po’ in là con gli anni, quando il figlio più piccolo una mattina gli chiese di fare insieme un puzzle. Pezzo dopo pezzo, il tempo passò così in fretta che padre e figlio si scordarono di pranzare. Erano le tre di pomeriggio quando la figura fu completa e, insieme ad essa, il padre vide per la prima volta qualcosa che aveva sempre ignorato: lo scorrere del tempo. Per tutta la vita, quando era con i suoi figli, con gli amici, o con una delle donne che aveva sposato, lui non era mai stato davvero lì con loro. La sua mente era sempre stata occupata dagli affari dalle preoccupazioni del lavoro e dei soldi e delle cose da fare, per accumulare qualcosa che un giorno avrebbe permesso a lui e ai suoi cari di raggiungere la tanto agognata felicità che alla fine non arrivava mai. Eppure quella felicità era alla sua portata, alla portata di tutti. Lui ora vive qui godendo di cose semplici come questa chiacchierata, un bicchiere di buon vino, il tramonto che abbiamo davanti. Mi ha raccontato dei suoi figli più grandi, che hanno scelto di vivere di teatro e musica e per questo non diventeranno mai ricchi, anzi, vivono con due lire, ma felici.

La felicità è un cammino, e non una meta da raggiungere, mi ha detto. L’ho imparato, lo sto imparando, ed è per questo che siamo qui, gli ho detto. Ero qui per dormire in spiaggia, per prendere il sole, per passeggiare fino alla duna e oltre. Alla fine sono rimasta qui un po’ più a lungo del previsto e questo posto, tutt’a un tratto, mi ha insegnato qualcosa di nuovo. Mi ha dato una lezione sullo scorrere del tempo. Ma andiamo con ordine.

È un po’ di giorni che piove. Piove la notte e al mattino. Prima si è allagata la strada d’accesso a questo campeggio libero circondato per un lato da un canale, e per altri due da una laguna e da una magnifica spiaggia. La strada di accesso faceva schifo già da prima. Quando siamo arrivati, ormai quasi due settimane fa, la strada di accesso non riuscivamo a trovarla, tra una casupola abbandonata e i campi, alle spalle di un agglomerato di pochi tristi bar pizzerie e minimarket stagionali. Poi sono passate due ragazze tedesche con un van e ci hanno detto che la strada era un po’ bumpy, ma era proprio lì che si doveva andare. Altro che bumpy, lo sterrato era una successione di buche e dossi da percorrere con cautela. E però ne valeva la pena, perché spalancava le porte del paradiso.

In questo prato-parcheggio con vista sull’oceano e sulle prime luci dell’Africa ho perso il conto delle ore e dei giorni. Sono arrivata d’inverno, dice il calendario, eppure all’inizio ho preso il sole in costume fino a scottarmi e ho fatto il bagno a mare. Ora il calendario dice che è primavera e però è il quarto o il quinto giorno di fila che piove. Il secondo giorno di pioggia, al risveglio la strada di accesso è diventata un pantano. Lo spiazzo era pieno di camperisti e kitesurfer venuti qui solo per il weekend e tra tutti coloro che dovevano necessariamente tornare al lavoro il lunedì mattina, solo chi è stato veramente rapido e abile nella guida è riuscito ad andar via attraversando il pantano prima che diventasse impraticabile. Qualcuno si è fatto trainare da un fuoristrada che fa prezzi da strozzino per far superare il pantano a veicoli inadeguati (o, più semplicemente, a veicoli guidati da chi, come me, normalmente guida in città e in autostrada). Qualcuno ha tirato fuori la moto da cross dal rimorchio o dal retro del camper (ormai i camper più grandi e costosi hanno proprio il garage, sul retro) e ha iniziato a girare in tondo per far divertire i propri figli ed esasperare gli altri campeggiatori che, però, non hanno protestato. A tarda sera un vecchio camion-bar blu, di quelli grandi, che un tempo vendeva la pizza e ora è convertito in camper, è arrivato dalla strada e ha provato ad attraversare il pantano nonostante il suo peso massimo. Quando era a un passo dal compiere l’impresa, si è piantato con una ruota posteriore nel fango, e a furia di insistere a tentare di spostarsi ha scavato una buca troppo profonda con la ruota e non si muove più. Il poveraccio è un ragazzo da solo nel suo camion spiaggiato proprio in mezzo allo sterrato, ha raddrizzato il veicolo più che può per poterci almeno dormire senza stare troppo inclinato, e sono due giorni che spala fango intorno alla ruota sommersa, da solo, e svuota acqua dalle pozzanghere con la ciotola di un cane. Mi dispiace tanto per lui perché il suo mezzo sembra troppo grande e pesante per la sua apparente inesperienza e perché qualcuno degli altri lo possa aiutare, pare, anche se di camion convertiti in camper qui ce ne sono anche altri, però ognuno ha una scusa diversa per non provare a trainarlo. C’è da dire che anche loro chissà se riusciranno a muoversi, nel fango, fino a che non si asciuga.

Confesso che quando il camion blu si è piantato abbiamo tutti guardato la scena dai finestrini dei camper e delle roulotte senza intervenire. Anche perché era tarda sera e non è che si potesse fare qualcosa. E fa freddo e c’è vento e fuori a quell’ora in genere non c’è rimasto nessuno, tranne forse i due fratelli kitesurfer tedeschi che stanno in tenda proprio qui accanto, e che hanno passato intere giornate in macchina aspettando che smettesse di piovere e che si affacciasse qui il vento giusto per surfare, almeno. Intanto uno dei due scrive, in macchina, con carta e penna, su un quaderno ormai mezzo bagnato. La loro macchina è un casino di sacchi a pelo e mute ad asciugare e cose sparse ovunque e vederli mi ha fatto passare la voglia di andare a fare campeggio in tenda + macchina. Loro però stanno alla grande e oggi hanno addirittura surfato. Ieri sera li ho visti sparire dopo aver passato gran parte del pomeriggio a parlare con il ragazzo del camion spiaggiato, e ho pensato che lui li avesse invitati a dormire nel camion per stare al calduccio. Stamattina però quando ho incrociato uno dei due mi ha detto ma no, stiamo bene nella tenda, è come un’isola che resiste in mezzo a una specie di risaia.

Sì, perché intanto continua a piovere e si è allagato anche quasi tutto il prato fiorito su cui, come dire, sorge quest’area di campeggio libero. Ci sono delle pozzanghere enormi e ben visibili che hanno sommerso alcuni punti di prato, e altre zone dove non lo vedi, ma sotto l’erba la terra è zuppa d’acqua. Io avevo in programma di ripartire tre giorni fa, ma proprio quella mattina la strada è diventata un pantano, e visto che quasi nessuno è riuscito a farcela a passare, ho lasciato perdere e sto aspettando che finisca la pioggia e la terra si asciughi come può. Oggi pomeriggio non pioveva da qualche ora e ho pensato di provare a muovere la macchina per vedere com’è guidare su questo prato-risaia. Ne avevamo parlato per ore e sapevo un po’ come guidare in queste condizioni. In teoria. Perché in pratica mi sono piantata con una ruota nel fango meno di dieci metri dopo essere partita. Insomma, in un nanosecondo, come una principiante. Perché sono una principante. Ho chiesto la pala al ragazzo del camion spiaggiato ma dopo cinque minuti l’ha rivoluta indietro, preda della sua ansia. Mi ha detto che sta messo male e che per tirare fuori la mia macchina non serve la pala, ma “five strong men”. Mi sono allontanata dispiaciuta per lui, accompagnata da un suo mesto good luck, eppure cinque minuti dopo la mia macchina era fuori dal fango e parcheggiata comoda un pochino più in là, tirata fuori a spinta, con la mia gratitudine, da uno dei due kitesurfer tedeschi che è venuto ad aiutarci a piedi nudi, e dal mio attuale compagno di viaggio, che poco prima di impantanarmi avevo lasciato nel suo camper a fare il caffè e che non aveva ancora fatto in tempo ad accendere il fornello quando ho bussato alla porta con la notizia che ero già riuscita a rimanere bloccata.

Una volta fatta ripartire la macchina a spinta non avrei voluto più fermarmi, non mi sembrava vero aver potuto tirarla fuori. Alla fine mi sono fermata e l’ho parcheggiata tranquilla in una zona più asciutta, e di attraversare il resto del pantano per ora non se ne parla. Alle spalle della tenda-isola dei due tedeschi ho lasciato un fosso scavato dalla mia ruota. Speriamo non intacchi la stabilità della loro struttura e non gli faccia allagare la tenda stanotte.

Stasera guardo la macchina parcheggiata, felice di non averla lasciata spiaggiata. È il primo veicolo che s’impantana in questi giorni e non si fa salvare da un fuoristrada. Sì, perché intanto c’è regolarmente qualcuno che prova ad entrare o ad uscire e regolarmente s’impantana. C’è il fuoristrada-strozzino che viene a tirar fuori il malcapitato dal fango e c’è la famiglia di camperisti inglesi che fanno i furbi e dicono (solo una volta trainati fuori dal pantano) che non hanno i contanti per pagare e ci penserà l’assicurazione, solo che il fuoristradista è un privato senza licenza e ovviamente non vedrà il becco di un quattrino. Però ben gli sta, perché se si fosse fatto pagare molto meno, forse qualcuno degli altri campeggiatori avrebbe accettato di buon grado i suoi servigi. O forse no, perché molti, in fondo, non hanno nessuna ragione per andar via da qui.

In questi mesi ho sentito parlare di un’infinità di comunità, gruppi, famiglie e fattorie che a quanto pare vivono off grid, ovvero senza essere allacciati alla rete elettrica, alle fognature, e così via. Magari alcuni di loro vivono dei prodotti della loro terra e del loro bestiame, quelli che ho conosciuto io di persona, però, vanno a fare la spesa in macchina al Carrefour a botte di 150 euro alla settimana, e hanno le galline che fanno due uova ogni tanto e le nascondono pure per non farle trovare ai proprietari-sedicenti campagnoli. Qui è da domenica, invece, che off grid ci stiamo veramente. Abbiamo una scarsa connessione a internet dai cellulari, che funziona bene, ma ha un limite di dati troppo basso per poterla usare regolarmente. Un pannello solare che anche nelle giornate grigie dà tutta la corrente necessaria a caricare tutte le batterie e usare praticamente tutto ciò che vogliamo. L’alimentari raggiungibile a piedi è sfornito e carissimo (per gli standard spagnoli) come si addice a un minimarket da spiaggia, ma provviste ne abbiamo, alcolici a parte, quelli finiscono sempre prima di tutto il resto, però si può sopperire con latte e biscotti al momento opportuno, tipo a mezzanotte quando fuori fischia il vento. Acqua nei serbatoi ce n’è anche per fare la doccia ogni tanto e volendo ci sarebbe una fonte dalle parti della spiaggia. Insomma, potrebbe sembrare una situazione ai limiti della sopravvivenza, e invece è solo un’esperienza fortuita di vita spartana a cui non servono etichette pseudo-ambientaliste come off grid o eco village.

Oggi un tizio è arrivato dalla spiaggia vicina e ci ha chiesto come si arriva qui, visto che su tre lati c’è l’acqua e sull’altro un pantano, e ci ha chiesto se si paga per stare qui. No, non si paga, questa terra non è di nessuno, quindi è nostra, di tutti. È della coppia di pensionati inglesi impeccabili con camper extra lusso e pantaloni a pinocchietto perfetti per passeggiare nel prato-risaia. È del tizio col furgone mimetico, anche lui inglese, arredato con gli avanzi di una mini-roulotte e dotato addirittura di piccola lavatrice e asciugatrice. È del tizio con la roulotte e il suv, a cui non sembra vero di poter entrare e uscire a piacimento da qui con la macchina scavando solchi ancora più profondi nel pantano anziché lasciare che la strada si asciughi in pace. È del ragazzo col camion-bar che scava da due giorni e dei raverini che fino a che non ha iniziato a piovere mettevano musica fino a tardi (interrotti una notte dal grido incazzato di una signora dalla voce inconfondibilmente spagnola) e ora stanno lì infreddoliti e senza più musica. È di Django, cane che di stare col suo padrone che mette musica techno nel furgone non ha proprio voglia e se ne va in giro richiamato continuamente, invano, all’ordine.

A tratti mi pare un miracolo, con questa vista incredibile sull’oceano e su una costa, quella spagnola, che è divorata dal cemento molto più della nostra. A tratti vorrei aggrapparmi più che posso a questo fazzoletto di terra sgangherato e infangato perché resti per sempre un posto di tutti perché è di nessuno, e perché non diventi mai un altro stabilimento balneare fighetto e colorato con il bar caro e il wifi dal raggio striminzito.

Speriamo che abbia smesso di piovere. Stanotte per ora non tuona come ieri, che si vedevano i lampi dall’altra parte del mare e dopo venti-trenta secondi il tuono, segno che il temporale era ben lontano, sulle montagne del Marocco, solo che lo senti e lo vedi fino a qui perché in mezzo non c’è niente se non mare. Se stanotte non piove domani vado via per continuare il mio viaggio. Se domattina mi sveglio e piove ancora, invece, c’è solo da stare ad aspettare, guardare il mare, il tramonto e le miriadi di kite colorati che entrano in scena quando si alza il vento, ascoltare le onde e il suono della pioggia di notte, cucinare, dormire, leggere, chiacchierare, passeggiare. Passare il tempo senza cercare di ingannarlo. Imparare a guardare il tempo che passa dal punto di vista di chi non ha una data di scadenza, un treno da prendere, un altro posto dove andare, qualcuno da raggiungere, una meta da acciuffare, una bandierina da piantare. Questo posto mi ha intrappolata qui perché voleva costringermi a smettere anche di pensare, esitare, tentare, provare, cercare di fare, cercare di sapere, cercare di decidere. Voleva insegnarmi a essere solo qui, e ora, in questo posto che potrebbe essere ovunque, e che non è in nessun posto in particolare.

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