La ragazza con lo zaino rosso bussa alla porta a vetri del piccolo bed&breakfast, ma a parte me non c’è nessuno. Maria, Nicola e Nelson, i tre dipendenti, sono probabilmente tutti dall’altra parte della strada, nel bar-ristorante che credo appartenga agli stessi proprietari. Lascio le lenticchie a sobbollire in pentola e vado ad aprirle la porta. Vedere lei e il suo zaino mi strappa un sorriso. Credo sia la prima ragazza in viaggio da sola zaino in spalla che incontro da tre mesi a questa parte.

Mi avvicino e le dico che non lavoro qui – un po’ una deformazione che mi è rimasta dal tempo, tutt’altro che lontano, in cui facevo la volontaria nell’ostello per arrampicatori parecchie centinaia di chilometri a nordest di qui. D’altronde adesso è la prima volta, da allora, che alloggio in un posto che somiglia a un ostello, e in questi giorni mi sono sorpresa a studiare con occhio clinico mille dettagli di come è gestito un posto così: dove tengono i rotoli di carta igienica di riserva? E i detersivi? Le spugnette di ricambio sotto il lavello dei piatti? Gli strofinacci per asciugare i piatti? Come è organizzato il frigo? Cosa dicono i cartelli rivolti ai clienti con le istruzioni per l’uso del bagno o del wifi? Al muro del bagno è attaccato un foglio che invita all’ordine e alla pulizia con un lungo testo… in francese! Anche se siamo in Portogallo! Nel bagno comune, per asciugarsi le mani, c’è un cestino con dei piccolissimi asciugamani di spugna da utilizzare e poi gettare in un altro cesto da cui vengono presi e lavati: un sistema che vedo spesso attuato in locali particolarmente attenti all’ambiente, ma che non mi convince del tutto. Davvero devo usare un asciugamani una volta sola e metterlo a lavare? Io, nel dubbio, ne ho preso uno e me lo sono portato in camera e riutilizzo sempre lo stesso per asciugarmi le mani nei tre giorni in cui sono qui.

Dico alla ragazza con lo zaino rosso che non lavoro qui. Ma prima che possa chiederle che viaggio sta facendo e cosa cerca da queste parti (questo paesino è decisamente fuori dalle rotte turistiche più frequentate e non so bene neanche io come ci sono finita), lei si accomoda fuori e dice che aspetterà lì. Le ho parlato in spagnolo istintivamente, e ci ho preso, in effetti è spagnola. Inizio a riconoscere il modo di porsi degli spagnoli, così diverso da quello dei portoghesi che ho incontrato da quando ho sconfinato in Algarve e Alentejo, nel sud del Portogallo.

Le mie lenticchie sono pronte e sono arrivati Nelson e Maria. Nelson è un portoghese chiacchierone che parla quattro lingue e fa il receptionist del bed&breakfast appoggiando le sue scartoffie su uno dei tavoli normalmente utilizzati dagli ospiti per mangiare. Ieri mi ha accolta travolgendomi di parole, mi ha spiegato tutto ciò che c’è da sapere sul bed&breakfast e sulla zona, fornendomi all’incirca dieci volte la quantità di informazioni di cui avevo bisogno, e quando è arrivata la proprietaria, me l’ha presentata invitandomi a chiederle di dargli un aumento di stipendio. Nelson mi ha fatto anche molte domande sul mio viaggio. Mi ha detto che sono fortunata a poter viaggiare. Gli ho detto che lo so, e che però questa possibilità me la sono guadagnata, conquistata e sudata, che non sono tutte rose e fiori, e che viaggiare per un lungo periodo non significa concedersi una lunga vacanza. Questi commenti mi danno sempre un po’ fastidio, anche se li capisco.

La ragazza dice a Nelson che no, non ha prenotato, voleva solo sapere se c’è posto. Sì che c’è posto. Io sono ovviamente nella stanza più economica, quella con due letti a castello, e nella stanza ci sono solo io. Sto comoda da sola, mi sono attrezzata per poter mangiare e lavorare al computer in camera, ma mi farebbe tanto piacere poter condividere due chiacchiere, in spagnolo per di più, e magari una birra o una giornata di viaggio con un’altra viaggiatrice. Maria e Nelson sono entrambi entusiasti di potermi trovare un po’ di compagnia e mi chiedono se avrei problemi a condividere la stanza. Certo che no, gli dico, e allungo la chiave a Maria perché mostri alla ragazza la stanza, che è curata nei minimi particolari. Io sono venuta qui proprio per questo, per starmene qualche giorno tranquilla prima di imbarcarmi in un periodo di viaggio in cui prevedo di non avere miei spazi o molto tempo solo per me. Ma la ragazza torna giù con Maria e se ne va dicendo che pianterà la tenda da qualche parte. Quindici euro per una notte sono troppi per lei. Maria si rivolge a me dispiaciuta e perplessa. Per come è curato il posto, quindici euro sono anche pochi, ma chiaramente ognuno ha il suo budget di viaggio e anche io normalmente spendo molto meno (o anche niente), ma proprio perché da qui a dieci giorni alloggerò sempre gratis, ho deciso di concedermi di spendere qualcosa in più per qualche notte.

Maria però non capisce, si è offesa e vuol sapere da me perché mai la ragazza se ne sia andata. Tra l’altro questo è un parco naturale e non si potrebbe fare campeggio libero da nessuna parte. Guardando lo zaino rosso che si allontana verso il ponte che unisce questa stradina al resto del paese, è come se vedessi allontanarsi la me stessa che l’estate scorsa si aggirava zaino in spalla per le strade del Nord Europa. Sono partita da quasi tre mesi, ma è come se il mio vero viaggio non fosse ancora cominciato. Sto viaggiando troppo comoda e la mia macchina con tutte le mie cose è un rifugio sicuro ma anche un guscio che mi impedisce di fare tanti incontri che potrebbero cambiare il destino del mio viaggio. In questo periodo mi sento poco esposta ai venti, per così dire, poco disposta all’avventura. Io rimango qui dentro, la ragazza con lo zaino è là fuori, quel fuori che descrivevo con un misto di entusiasmo e paura l’estate scorsa mentre imparavo a fare l’autostop a bordo dei camion e a fare campeggio libero da sola sotto la pioggia.

C’è da dire che Spagna e Portogallo, in inverno o a inizio primavera, non sono l’Islanda o la Norvegia in estate, sono pochi i viaggiatori in solitaria che incontro, per non parlare degli autostoppisti. Finora ho incontrato solo tre autostoppisti, tutti durante la Semana Santa che si è conclusa da poco. E a parte le due ragazze tedesche con cui mi sono fermata a chiacchierare in una stazione di servizio senza poter dare loro un passaggio perché non andavamo nella stessa direzione, che avevano un cumulo di bagagli non indifferente e avevano addosso la stessa bellezza e lo stesso sorriso che avevo io quando facevo l’autostop, gli altri incontri con autostoppisti sono stati tutt’altro che memorabili. Uno dei due era uno squatter olandese trapiantato in Spagna, probabilmente mio coetaneo, ma dall’aspetto talmente devastato da dimostrare una cinquantina d’anni. L’ho incontrato appena fuori Tarifa e quando mi sono fermata per dargli un passaggio si è mostrato sconvolto: “io? Davvero ti sei fermata per me?”. Stava aspettando da due ore, infatti l’avevo visto anche all’andata, arrivando a Tarifa per fare la spesa un paio d’ore prima. Gli ho chiesto dove andasse e dove intendesse dormire, e mi ha risposto che non stava andando in nessun posto in particolare, voleva solo andar via da quella cittadina oggettivamente cara, e avrebbe dormito su dei cartoni da qualche parte. Certo una doccia non se la faceva da una vita, e incontrandolo mi sono ricordata del perché la figura dell’autostoppista non sempre porti con sé un’immagine positiva. Io ci tenevo sempre, facendo l’autostop, a presentarmi pulita, profumata e in ordine, ma non per tutti è così.

L’altro autostoppista a cui ho dato un passaggio era una figura alquanto strana. Portoghese, incontrato nell’ultimo tratto della strada che da Faro conduce a Sagres, in un inglese americano perfetto ha iniziato a inveire contro i rifugiati, “responsabili degli attentati di Parigi e Bruxelles”, gli stranieri in generale (me inclusa) che gli rubano il lavoro e il sussidio di disoccupazione, e i terroristi islamici la cui minaccia avrebbe costretto lo stato portoghese a un salasso per addestrare l’esercito a difendere la popolazione dal pericolo di attentati. L’autostoppista, nel mio immaginario, è un viaggiatore aperto al mondo e rispettoso degli altri popoli. Questo qui ne era l’esatto contrario, e per un attimo ho anche pensato di farlo scendere dalla macchina.

In cuor mio mi auguro di incontrare autostoppisti che valga la pena di aiutare, d’ora in poi. Nella mia macchina stracolma di cose lascio sempre in ordine e sgombro il sedile del passeggero. Il posto dell’autostoppista 🙂

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