Sud del Portogallo, fine marzo, tramonto. Sola in macchina di ritorno da una lunga escursione a piedi tra scogliere, dune e le onde più grandi che abbia mai visto o anche solo immaginato. A fine giornata presentimenti orribili – e, col senno di poi, tutt’altro che infondati – affollano la mia mente. Da diverse ore nell’iPod – sì, ho ancora l’iPod, finché dura – mi fa compagnia l’intera discografia di Lucio Dalla.

Mentre guido, parte una sua vecchia canzone che non sembra sua. L’intro mi ricorda qualcosa di completamente diverso, evoca un’atmosfera che non potrebbe essere più distante dalla precoce primavera che sto vivendo da un mese a questa parte nel sud della penisola iberica. È un antico Lucio Dalla ma pare un pezzo dei Sigur Rós che non riesco a ricordare.

Inizio a frugare tra le canzoni dei miei amati islandesi alla ricerca del brano che improvvisamente occupa la mia mente. Non lo trovo. Però la ricerca mi riporta alla mente una sensazione che avevo completamente dimenticato, in questi mesi in cui ho imparato a godere del calore del sole di marzo, del cielo sempre terso e del piacere che si prova a vivere in questa terra che sfiora l’Africa, e che dai paesi nordici non potrebbe essere più diversa.

C’è un video dei Sigur Rós tratto dal loro documentario Héima, girato tutto d’estate in Islanda nel corso di un tour con cui i Sigur Rós ringraziarono per l’ispirazione il loro paese d’origine con una serie di concerti gratuiti che si tennero in luoghi simbolici e di straordinaria bellezza. Nel video la band suona all’aperto in una valle davvero sperduta e abitata solo da sculture, che l’estate scorsa ho sfiorato nel mio cammino, un pomeriggio in cui avevo deciso di vestirmi come fosse estate e avevo dovuto soccombere al vento dopo un paio di chilometri. Nel video i musicisti indossano i tipici maglioni islandesi e berretti di lana anche se è estate. Era il tipico video che postavo su Facebook quando ero in ufficio e avevo voglia di volare via. Lo postavo con una dicitura evocativa come, appunto, “Estate.” E nella mia mente mi raccontavo che quell’estate fredda freddissima non era l’estate islandese per turisti, ma un’estate di chi ci vive, in un posto così, un’estate di vita quotidiana fatta di ventiquattr’ore di luce e di vestiti che in Italia indosserei una settimana all’anno d’inverno, o poco più.

Ripenso a quel video mentre percorro queste strade ed è come un promemoria, un lampo, un segno improvviso. Ricordati chi sei e com’eri quand’eri in quelle terre, come ti sei sentita libera. Libera e infinitamente piccola al cospetto di una natura che da quelle parti ha ancora costantemente la meglio sull’uomo, turista incauto o residente arrogante che sia. Ricordati che anche se qui ti senti a casa, anche se qui hai ancora tutto da scoprire, questa terra non scappa, e c’è un’altra terra, un’altra strada, che è casa, che già conosci, che già ami, che già è un po’ tua. Ricordati che nella tua storia e sulla tua strada potrebbe esserci un’estate diversa dall’arsura andalusa o dalle piogge asturiane. Ricordati che sei ancora quella ragazza che faceva l’autostop al freddo e nella pioggia con un sorriso che prima di allora non aveva mai indossato.

Ora metti da parte questo pensiero e riponilo nelle pieghe della tua mente. Sarà lei a riaprire questa pagina senza che tu te ne accorga, quando ne avrai bisogno.

Un mese e mezzo dopo, eccomi qua. Non vale la pena di raccontare il resto della storia. Ma la sensazione di quel concerto, di quel freddo, quella sì. Nel senso che ora, stanotte, so cosa si prova. So di esserci dentro, a quell’estate che immaginavo dalla mia scrivania di Roma.

Sono le tre e un quarto di notte e fuori è pieno giorno. Per tutta la giornata ha piovuto a dirotto e così c’è più luce adesso, che il cielo è sereno, di quanta non ce ne sia stata nelle ventiquattr’ore precedenti. Con questa luce è facile perdere il controllo del ritmo di vita, anche se ho un lavoro scandito da orari relativamente precisi. Stasera ho smesso di lavorare alle undici e a mezzanotte ho cenato con gli altri ragazzi che lavorano qui. Mentre cenavamo ha iniziato a nevicare. È la prima volta da quando sono qui. Ci siamo affacciati alla finestra vicino alla quale siamo soliti cenare, e abbiamo intravisto le montagne imbiancate fino a quote molto basse. Sono saltata fuori (dalla porta, non dalla finestra) per vedere meglio e sentire addosso la neve di maggio.

Domani è il diciassette maggio, festa nazionale norvegese. Ci sarà una parata nel paese vicino, come in ogni paese che sia più grande di un villaggio (qui dove sono io ci sono solo una sessantina di residenti), e non credo sarà divertente, per chi dovrà sfilare con questo tempaccio. Diciassette maggio, e mi dice la gente di qui che fa più freddo di quanto dovrebbe. Per me è freddo uguale, io arrivo da un inverno che non è stato inverno, l’inverno andaluso era una tarda pigra primavera in cui beccarsi insolazioni e fare il bagno nell’oceano, e non credo che in questa estate artica potrò mai sentire caldo.

Dopo cena, all’una di notte, ha smesso di nevicare. Per la prima volta da quando sono qui era quasi buio. Buio di nuvole però, non buio di oscurità. Ho preso la macchina fotografica e sono andata al lago e poi alla scogliera. Le montagne intorno al lago e dietro la scogliera sono parecchio bianche, è successo all’improvviso. Alla scogliera alle due di notte c’ero solo io e un gran silenzio, e in quella solitudine momentanea mi sono ricordata che da un paio di settimane mi trovo in un posto incredibilmente bello. E che in quel posto incredibilmente bello non sono solo di passaggio, ma ci abito e mi ci sveglio ogni mattina. È successo veramente.

Intanto sono andate via le nuvole e la strana oscurità di poco fa ha lasciato rapidamente il posto alla luce. Ho i guanti ma ho troppo freddo alle dita per continuare a fotografare. Torno a casa, scarico le foto, inizio a scrivere. Non ho sonno, la neve mi ha gelato i piedi e risvegliato i pensieri, e solo alle tre e mezza, mentre fuori è giorno e la seconda tisana fuma nella tazza e immerge la stanza nel profumo del mercato di Valencia dove l’ho comprata, mi costringo ad andare a dormire, ma è solo perché domattina, come ogni mattina di questa nuova vita, attacco a lavorare alle dieci.

Ah, questo era il video dei Sigur Rós:

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