[English below]

Sono qui da un mese e mezzo e già quando sono arrivata non faceva per niente buio. Ora giorno e notte la quantità di luce è perfettamente uguale, cambia solo la qualità. A quest’ora, verso mezzanotte, il mare diventa rosa da questo lato della costa, il lato sfigato, quello dove non c’è alba e non c’è tramonto (è sulla costa occidentale, dalla parte opposta rispetto a qui, che il sole fa finta di sorgere e tramontare, sfiora l’orizzonte e torna su). Io se posso vado alla scogliera con una lattina di birra, l’unico lusso che abbiamo da queste parti, lusso visto che una lattina da mezzo litro costa quasi quattro euro, e mi metto lì su un sasso a guardare il mare che cambia colore, con una luce diversa ogni giorno. L’anno scorso una ragazza norvegese che lavorava qui nella panetteria del villaggio mi disse una cosa che ora porto con me ogni giorno. Che puoi fare ogni giorno la stessa camminata, la stessa escursione, ma non sarà mai la stessa, perché la luce cambia ogni volta. La luce, la quantità di neve sulle montagne, gli uccelli in volo sopra il lago. Ora che sono qui da un po’ capisco cosa intende. E penso che forse se pubblico tante foto dello stesso lago e della stessa scogliera non percepirete, come faccio io, il tempo che passa, la neve che si scioglie, la luce che aumenta ancora per qualche giorno e che poi inizierà a diminuire e mi farà dimenticare la vaga tentazione di restare qui per qualche altro mese anche dopo l’estate, perché senza tutta questa luce questo posto è diverso, perde un po’ della sua magia.

Un giorno sulla casella mail del lavoro mi ha scritto una ragazza di Singapore che aveva in programma di venire qui da sola. Mi ha detto che sarebbe arrivata con l’autobus delle undici e venti di sera e si chiedeva se facesse buio da queste parti, e quanto fosse lontano l’ostello dalla stazione degli autobus. In reception con me in quel momento c’era un ragazzo che, sia pure in vacanza, era qui su queste isole da ancor più tempo di me, più di due mesi. Ci siamo guardati e abbiamo riso pensando che nessuno dei due si ricordava più cos’è il buio, ormai. Comunque le ho risposto che, buio a parte, da queste parti non c’è nessuna stazione degli autobus, ma solo una serie di fermate su una strada extraurbana che è la strada principale dell’arcipelago, e che anzi è l’unica strada che c’è qui. A volte vorrei sbattere la testa contro il muro quando qualcuno mi chiama perché si è perso. Maledizione, la strada è una sola, non esistono indirizzi o nomi di strade, come fate a perdervi? Basta andare sempre dritto, e noi siamo alla fine della strada, il paese ha un nome fatto di una lettera sola, eppure c’è chi si perde lo stesso, e io pazientemente spiego.

Il capolinea, dicevo. Il capolinea è una fermata dell’autobus fatta a forma di fermata dell’autobus di legno, con la pensilina, sta nel parcheggio alla fine della strada, dopo il tunnel, prima che inizi la scogliera. Poi da lì all’ostello sono cinque minuti a piedi di stradina in mezzo alle case, e a quell’ora non c’è nessuno, al massimo potresti incontrare me che me ne vado alla scogliera con una birra o una tisana in mano. E comunque qui si lascia la macchina aperta con la chiave dentro e non succede niente. E non esiste oscurità e non esiste notte e non esiste giorno se non perché di giorno sbarcano turisti dalle crociere o dai pullman, passano un’ora e mezza nel villaggio senza capire niente, si affacciano nella reception e nel garage e fotografano, come fossi un’attrazione, me che porto sacche piene di lenzuola o buste piene di lattine vuote da restituire come vuoto a rendere, e purtroppo non mi domandano neanche chi sono e non mi rivolgono la parola, e così io mi trattengo dal dar loro un pugno mentre la sacca pesante con le lenzuola mi scivola via dalla spalla, e vorrei ricordargli che qui c’è anche gente che lavora davvero e lavora duro, comunque non c’è nulla di finto, anche i pescatori sono veri, altro che quei villaggi finti dove in estate si paga l’ingresso e dove i pescatori a quanto pare sono figuranti e non c’è puzza di pesce o se c’è è finta.

Qui la puzza di pesce c’è perché le teste di merluzzo sono appese ad asciugare da mesi proprio sopra il parcheggio e perché le case che affittiamo sono piene di pescatori tedeschi e polacchi in vacanza qui proprio per dieci giorni di pesca, birra, barbecue, bambole gonfiabili appese fuori alla casa fino a che la proprietaria non gli ha detto che è una cosa di cattivo gusto e che sarebbe meglio toglierla, la bambola, grazie.

Le case che affittiamo sono ex capanne di pescatori, alcune più ristrutturate, altre meno, e c’è chi viene qui apposta ma poi si lamenta nella recensione perché “all’esterno della casa c’è puzza di pesce”. Sono gli stessi che si lamentano anche perché il wifi non è gran che e bisogna stare all’aperto fuori alla reception per connettersi. Io ho smesso di dare spontaneamente la password del wifi a chi arriva. Vorrei che non fosse il loro primo pensiero. Alcuni arrivano e la prima cosa che fanno mentre gli chiedo il nome così da poter trovare la loro prenotazione nel mio archivio tutt’altro che digitale, è adocchiare di soppiatto la password del wifi e connettersi mentre io tento di azzeccare il pagamento comprensivo di tutti i cambi prenotazione, lenzuola e asciugamani, sconto per la tessera ostelli, e poi spiegargli come arrivare alla stanza (gli edifici sono sparsi per il villaggio), dargli i gettoni della doccia e così via.

Qui la tecnologia è indietro di almeno 15 anni in tutto e per tutto, e se me lo chiedono dico a tutti quelli che arrivano che il wifi qui è “Lofoten-style”, ovvero diciamo che funziona a singhiozzo, e per connetterti per bene appunto ti devi mettere qua fuori alla reception, e non è che tutti i giorni il meteo sia così clemente da rendere piacevole la sosta all’aperto per chi vuole cazzeggiare su internet o deve parlare col fidanzato/a su skype o whatsapp o rispondere alle mail di lavoro. Eppure insomma alle undici di sera intorno alla reception c’è una folla di gente attaccata agli smartphone e ai tablet e vorrei dirgli di prendere la macchina, se ce l’hanno, e andare alla spiaggia che sta a un’ora da qui a vedere il sole di mezzanotte stasera che il cielo è terso, fatelo per me che la macchina qui non ce l’ho e neanche il tempo, spesso, e se potessi ci andrei tutte le sere, e invece voi siete venuti in questo paradiso solo per stare su Facebook a postare il selfie che vi siete fatti in cima alla montagna dove io sconsiglio a tutti di andare, perché il sentiero è pericoloso anche se relativamente breve, ma voi ci andate lo stesso, perché come mi ha spiegato un ragazzo coreano che come tanti altri era venuto qui apposta solo per quella misera escursione, quella vetta è “nella top ten” di qualche sito che ho poi trovato e che non dice neanche che sul sentiero frana di tutto e c’è fango a non finire e anche una placca appoggiata di granito su cui camminare in equilibrio precario, appena iniziata la ripida salita, e tornate distrutti e infangati ma col selfie e quindi non importa.

Dicevo che dall’autobus all’ostello sono cinque minuti di cammino tranquillo in un posto in cui ora come ora è sempre pieno giorno, e a leggere le domande preoccupate di questa ragazza di Singapore mi sono resa conto che il mondo reale, là fuori, è un po’ diverso dal villaggio in cui ora vivo e che d’inverno ha solo sessanta residenti. Le mail di chi prenota una stanza o una casa sono un perfetto promemoria del mondo che qui ci siamo un po’ dimenticati. Mi ha chiamata una famiglia francese un po’ di giorni fa e una delle domande è stata: quanto ci mette l’autobus ad arrivare alla città, da lì? Peccato che qui una città non ci sia, certo c’è un centro urbano con un po’ di negozi a un’ora e mezza di macchina, per il resto pochi piccoli negozietti aperti quanto basta. Ma perché venire in un posto così e volersi accertare per prima cosa di quanto dista la città? Dovete venire qui proprio per sperimentare la crisi d’astinenza da città macchina traffico internet stress. Dovete venire qui per provare a vivere un tempo lento, fare un salto indietro, accettare tre giorni di pioggia se è questo che ci aspetta, stare fermi a fare crostate nel forno dell’ostello come ho fatto io l’anno scorso e ora eccomi qui. Non è per le crostate che sono qui, sia chiaro, non ho corrotto nessuno con le mie crostate, ma sono qui perché l’anno scorso mi sono fermata a guardare il brutto e il bello che c’era in questo posto, la pioggia, il vento che scuoteva gli edifici che sono palafitte appollaiate sul mare, gli autobus che non ci sono, le informazioni per i turisti ancora meno, e receptionist entusiasti o forse solo sfiniti dediti a supplire alle carenze degli enti locali che ormai grazie a centinaia di migliaia di turisti all’anno arricchiscono la loro economia ma non si organizzano di conseguenza. E forse è meglio così, che l’industria turistica qui non abbia fatto chissà quali passi avanti, perché questo posto non ha un brand, le escursioni non hanno nomi fighi inventati da qualche copy, quello che c’è qui è esattamente come lo vedete e non impacchettato dal marketing. E c’è un solo taxi che opera solo su prenotazione, e gli autobus passano tre o quattro volte al giorno in orari basati su quelli delle scuole e non su quelli dei traghetti (più o meno indispensabili per arrivare qui). E quindi d’estate ci sono quasi meno autobus che durante il resto dell’anno. E vallo a spiegare ai turisti.

E così insomma quando, più o meno ogni giorno, mi scrive qualcuno chiedendomi come fare ad arrivare senza macchina dal traghetto all’ostello (meno di cinque chilometri), gli rispondo che l’autobus passa quattro ore dopo l’arrivo del traghetto e quindi conviene fare l’autostop se proprio non vuoi camminare (un’ora di panoramico cammino lungo la strada principale di cui sopra) o prendere un taxi, anzi “il” taxi, visto che come dicevo è uno solo. Che io sia autostoppista e innamorata di questo “mezzo di trasporto” non è un segreto. Qui comunque l’autostop lo fanno tutti, e quelli che non lo fanno, e che non noleggiano la macchina, non se la passano tanto bene. Se poi non hanno voglia di camminare, non ne parliamo.

L’altro giorno mi ha scritto una ragazza napoletana che verrà qui tra più di due mesi. Voleva alcune informazioni molto dettagliate (il piumino me lo porto? Posso avere il letto di sotto nel letto a castello, che mi fa male il ginocchio? C’è una scheda telefonica internazionale per chiamare casa?) e io che non ho forza e tempo di rispondere rapidamente neanche a chi mi scrive per una prenotazione per dopodomani, ho tardato qualche giorno a risponderle, fino a che non mi ha reinoltrato la mail. Comunque mi aveva chiesto anche dell’autobus per arrivare dal traghetto a qui, quella è la domanda standard che mi fanno più o meno tutti, e io come a tutti dico: se vuoi c’è un taxi, devi prenotarlo prima, e se vuoi ti faccio sapere se qualcuno vuol condividerlo con te; se no a piedi è un’oretta di piacevole cammino che fanno in tanti, anche se ovviamente piacevole o meno dipende da quanto bagaglio hai, e che forma ha il bagaglio, la gente che arriva col trolley è tanta e più è grande il trolley, maggiore lo sfinimento; lo zaino invece spesso per quanto pesante si porta in scioltezza; e se no qui tutti fanno l’autostop, e volendo potrai anche trovare sul traghetto qualcuno che viene da questa parte. La ragazza mi ha risposto che anche se da queste parti lasciamo la chiave nel cruscotto della macchina, le porte di casa sono aperte e l’autostop è cosa normale, “a me non salterebbe mai in mente di salire in macchina con degli estranei. Diciamo che essendo io di Napoli, le tue affermazioni mi hanno lasciato basita… anche perché faccio la consulente legale e una praticante avvocato e ne vedo tante…”

Non sono riuscita a scusarmi ma solo a dispiacermi per lei. Questo posto e questo lavoro è una finestra sul mondo che mi porta ogni giorno incontri meravigliosi e altri decisamente meno gradevoli, e che mi sta insegnando ancora una volta che ognuno di noi è diverso, ognuno di noi viaggia a suo modo e per quanto per alcuni un racconto di viaggio e un consiglio basato sull’esperienza diretta possano essere fonte di ispirazione (e quanta gratitudine e felicità e sorrisi mi tornano indietro quando chi ha seguito i miei suggerimenti mi racconta che capisce bene perché in certi posti, specie se un po’ fuori rotta, ci ho lasciato il cuore), se in viaggio vuoi o devi portarti le tue paranoie io non posso cambiarti, con pazienza ti sorriderò, un po’ meno che ad altri ma ti sorriderò, e lascerò che tu aspetti per quattro ore (in un posto che davvero puzza di pesce, quello sì) l’autobus che dal traghetto ti porterà a qui, perché hai paura del prossimo.

E prima della sua partenza saluterò abbracciandolo il signore francese che, mentre tutti gli altri si incamminano in fila sulla montagna franosa sulla cui cima è garantito il selfie da duecento like, porta il figlio tredicenne a fare escursioni di otto ore su un sentiero per pochi intimi, tra pareti di granito immense, un’escursione non tanto segreta ma non la fa quasi nessuno, e poi alla fine delle otto ore ci sono cinque chilometri di strada a piedi in cui non passa neanche una macchina, e alla prima macchina padre e figlio fanno l’autostop fino a dieci chilometri da qui e poi ancora un’altra macchina li riporta all’ostello dove arrivano felici a raccontarmi la loro avventura.

E mentre padre e figlio mi raccontano la loro avventura, leggo con un gran dolore che una parlamentare inglese è stata uccisa per essersi schierata e battuta per un mondo aperto al prossimo e al diverso da sé, e dico al tredicenne che dovrebbe ritenersi fortunato ad avere un padre che in vacanza oltre alle escursioni più fighe lo porta anche a fare l’autostop. Perché l’autostop vuol dire sapersi fidare del prossimo, non di tutti, sia chiaro, ma sapere che l’estraneo non è necessariamente cattivo o incattivito, che quella persona che non conosciamo e che è alla guida di quella macchina che potrebbe fermarsi per noi molto probabilmente non vorrà farci del male, che i malintenzionati sono solo una infinitesima parte della popolazione di un qualunque paese, e che sviluppare quell’istinto che ci porta a distinguere le persone di cui fidarsi e quelle di cui diffidare è una buona dote da affinare. Io voto per quelli che vogliono un mondo aperto e libero. Io scelgo quelli che, di norma, si fideranno del prossimo e lo vorranno aiutare. Un mondo di odio e di paura non mi appartiene, e più lo guardo da questa mia piccola isola, non solo attraverso le notizie che fanno male ma anche attraverso le parole delle mail ansiogene che ricevo dai futuri viaggiatori in visita, più mi pare chiaro da che parte sto, da che parte stare. Dalla parte dei viaggiatori liberi, dei cittadini del mondo, di quelli che si fermeranno a raccogliere un autostoppista, di quelli che non credono nelle frontiere, di quelli che condividono il cibo (comprato o rimediato o donato) come facciamo con gli altri ragazzi che lavorano qui, di quelli di cui fidarsi, quelli che si fidano, e che in cambio avranno doni e sorprese come mi accade ogni giorno da quando sono qui. Da quando guardo il mondo da questa finestra non ho più alcun dubbio sul fatto che non abbiamo altra scelta per cambiare il mondo se non partire prima di tutto dalle nostre scelte e dai nostri comportamenti individuali, dall’educazione che daremo ai nostri figli quando insegneremo loro a condividere prima di insegnargli la parola “mio”, quando gli insegneremo che nella persona che è al nostro fianco e che ancora non conosciamo potrebbe nascondersi un tesoro. Basta non avere paura. E oggi ancora una volta di più penso che il mondo sta messo male, ma non è perché me ne sto su questa isola lontana e spazzata dai venti, ma io non voglio avere paura.

[English version]

I’ve been here a month and a half already, and already when I arrived it was not getting dark at all at night. Now, day and night, the amount of light is exactly the same, it’s only the quality that changes. At this time of the day, around midnight, the sea becomes pink on this side of the coast, the less fortunate one, where there is no sunrise and no sunset (it is on the West coast, on the opposite side to here, that the sun pretends to rise and set, it almost touches the horizon and goes up again). If I can, around this time, I go to the cliff with a can of beer, which is the only luxury we can afford around here – a luxury, yes, because a half-litre can of beer costs almost four euro in the shop – and I sit on a rock to contemplate the sea while it changes colour, in a different light every day. Last year a Norwegian girl who was working in the bakery here in the village told me something that I now take with me every day. That you can go on the same walk or the same hike every day, and it will never be the same, because the light will be different every time. The light, the amount of snow on the mountains, the birds flying above the lake. Now that I’ve been here for some time, I see what she meant. And I think that if I post many photos of the same lake and of the same cliff you will not perceive, like I do, the passing of time, the melting of the snow, and the sky that for a few days will keep getting brighter at night and will then slowly start going back to darkness, so that I will stop considering the vague idea that I could stay here for another few months after the summer, because I know, without all this brightness this place would be different, it would lose part of its magic.
 
One day I got an email in the work mailbox from a girl from Singapore who was planning to come here on her own. She wrote she would come with the late evening bus, which gets here at twenty past eleven, and she was wondering whether it gets dark at all around here, and how long it takes to walk to the hostel from the bus station. When I received her email, standing at the reception counter there was a guy, a long-term traveller, who had been on the islands even longer than I had: over two months already. We both smiled, realising that neither of us remembered what darkness looked like any more. Anyway I replied to the girl explaining that not only there is no darkness here, but there is also no bus station, and what you’ll find is just a series of bus stops along the main road of the archipelago, which is actually the only road here. Sometimes I’d bang my head against the wall in despair when someone calls because they got lost. What the hell, there’s only one road, there are no addresses or street names, how can you possibly get lost? You just have to go straight ahead, and we are at the very end of the road, and the name of the village is just one letter long, but there are people who get lost nonetheless, and I patiently have to explain to them how to get here.
 
The bus terminus looks like an ordinary bus stop, in the shape of a wooden bus stop with a wooden roof, on the left side of the parking lot at the end of the main road, after the tunnel, before the cliff. And then, from there to the hostel, it’s a five-minute walk through the village, and when you come with the last bus at twenty past eleven you won’t meet anyone around, or maybe just me walking to the cliff with a beer or a cup of tea in my hand. And anyway, here nothing happens if you leave your car open with the key in it. And the place where I live doesn’t even have a key for the main door. And there is no darkness and there is no night and there is no day, so you can only tell day from night because during the day, thousands of tourists offloaded by cruise ships and coaches spend just an hour and a half in the village without grasping anything of what they see, they peep into the reception and the garage and some even take a photo of me, as if I was an attraction, while I carry Ikea bags full of bed linen or rubbish bags with hundreds of empty cans that we have to return to the shop to get the deposit back. We don’t get tips, so the empty cans and bottles left by guests for us to return to the shop are a way for us to earn a little extra. The tourists coming from the cruise ships take a photo of me and unfortunately don’t even ask me who I am or even speak to me, which is a good thing in the end, because it prevents me from punching them in the face while the heavy Ikea bag slips off my shoulder, and it prevents me from reminding them that not everything is an attraction here, that in this village there are real people working for real and working hard, and even the fishermen are real ones, unlike in some other fake villages not so far from here, where in the summer you even have to pay a ticket to enter and where everything is set up for tourists and even fishermen are sort of actors hired for the summer season, and there is no smell of fish, or even if there is, it is fake.
 
Our village smells of fish because cod heads are hung out to dry for months just above the parking lot, and because the houses we rent out are often taken by German and Polish fishermen who come here for a ten-day holiday based on fishing, beer, barbecue and inflatable dolls put on display just outside the house, until my boss tells them that it doesn’t look good and it would be better to remove the doll, thanks.
 
The holidays homes we rent used to be fishermen’s cabins, some are more renovated than others, and there are people who come here specifically to sleep in a traditional cabin, but then complain in their review because “there’s a smell of fish just outside the house”. They are usually the same who complain also because the wifi is not so good and to go online you have to stay outdoors, and sit on the benches outside the reception in the village square. I have stopped giving the wifi password on my own initiative to those arriving, I wait for them to ask for it instead. Some come to the reception on arrival and the first thing they do, while I ask them to tell me their name so I can find their booking in my absolutely non-digital archive, is to throw an eye on the wifi password on the counter and go online, while I do my best to get the payment right including all the booking changes, bed linen and towels fee, membership discount, and then explain how they can get to their cabin or room (as the buildings are scattered throughout the village), give them tokens for the shower and so on.
 
Here, technology is at least fifteen years behind, and if the guests ask me I tell them that wifi here is “Lofoten-style”, that is to say, it is unreliable, and if you really want to go online you have to be outside the reception, as I said, and if the weather is not so nice, killing time on Facebook or talking to your boyfriend on skype or whatsapp or replying to work emails can be an unpleasant experience. All this, however, doesn’t seem to discourage many, if around 11pm, around the reception, there is a crowd of guests buried in their smartphones and tablets, and I wish I could tell them that they should take the car, if they have one here, and go to the beach one hour away from here to see the midnight sun tonight that the sky is clear, please do it for me, I don’t have a car here and I usually also don’t have time, and if I could I would go every night, and you, instead, you have come to this heaven only to spend your evening on Facebook and post the selfie you took on the top of the mountain that I always recommend to avoid, because the hike is dangerous, although it is relatively short. But you go anyway, because as a Korean guy who had come here just for that stupid hike has finally explained to me, that mountain is in the “top ten” of some website that I have subsequently found, and which doesn’t even say that there are rocks falling from the mountain and mud up to your neck and even a granite slab you have to walk on in a precarious balance, as soon as you start the steep hike. And you come back exhausted and covered in mud but you have your selfie and that’s the only thing that matters.
 
Coming back to the email about the bus station: from the bus to the hostel it’s a very safe five-minute walk in a place where right now there are 24 hours of daylight, and in reading about the concerns of this girl from Singapore I have realised that the real world, out there, is a bit different from the village where I live at the moment, and which in winter only has sixty residents. The emails of those who book a room or a cabin are a perfect reminder of the world that here we have a bit forgotten about. I got a call from a French family a few days ago, and one of their questions was: how long does it take to get to the city with the bus, from there? The problem is that there is no city here. True, there’s a sort of urban place with some shopping centres, an hour and a half’s drive from here. Apart from that, there are a few small shops around here, open no longer than needed. But why would you want to come to a place like this and ask first of all how far the city is? You have to come here exactly to experience your withdrawal symptoms as you leave behind the city, your car, traffic, internet, stress. You have to come here to try and live at a slower pace, take a leap backwards, accept three days of rain if that’s what awaits us, just stay here and bake cakes in the hostel kitchen like I did last year, and now here I am. It’s not thanks to the cakes that I’m here, let me clarify this, I haven’t corrupted anyone with my crostata, but I am here because last year I stopped here to observe the beauty of this place, but also its dark sides, the rain and the wind shaking the buildings, which are stilt houses suspended above the sea, the non-existent buses, even less existent tourist information, and eager or maybe just exhausted receptionists who spend their time making up for the shortcomings of the local authorities, who are seeing their economy booming thanks to hundreds of thousands of tourists coming every year, but who don’t even consider taking the necessary measures to cope with such an amount of visitors. And maybe it’s not such a bad thing, that the tourist industry here is not so well organised, because as a result, this place doesn’t have a brand, the various hikes don’t have very cool names that some copywriter has come up with, and what is here is exactly the way you see it, and it is not packaged by any sort of marketing. And there is only one taxi, which you have to book in advance, and buses come three or four times a day organised mostly around the opening hours of the school and not around the arrival times of the ferries, which are more or less essential to get here. And therefore, in summer, there are nearly fewer buses than during the rest of the year. I wish I was able to explain this to our guests.
 
And that’s why when, more or less every day, I get an email from someone who’s wondering if there is a way of getting from the ferry to the hostel (less than five kilometres) without a car, I answer that the bus only comes four hours after the ferry lands, and therefore, hitchhiking is a better option if you really don’t feel like walking for one hour in a beautiful landscape along the main road I mentioned before, or taking a taxi or, better, “the” taxi, as it’s the only one around. That I am a hitchhiker and that I love this “means of transport” is no secret. And anyway here hitchhiking is very common, and those who don’t do it, and don’t rent a car, don’t really have an easy life. And if they don’t feel like walking, even worse.
 
A few days ago I got an email from a girl from Naples, who has a booking in more than two months. She wanted some very detailed information (should I bring a down jacket? Can I have the lower bunk, as I have knee pain? Is there an international phone card to call home?) and because I am so tired and busy that I can hardly answer quickly enough to those who have a booking for the next few days, it took me some time to answer, until she forwarded the email reiterating the questions. Anyway, she had also asked me about the bus to get here from the ferry, and that’s the standard question that more or less everyone asks, and I gave her the answer I use for everyone: there’s a taxi if you want, it has to be booked in advance, and if you want I can let you know if someone is interested in sharing it with you; if you’d rather walk, it takes more or less one hour, and it’s a pleasant walk according to many, although it may be less pleasant if you have a trolley suitcase, there are incredibly many who come here with a suitcase rather than a backpack and the larger the suitcase you’re carrying while walking along the main road, the more exhausted you will be. Those with a backpack, on the other hand, don’t seem to find the walk too strenuous, no matter how heavy the backpack is. And if you don’t want to walk, I told the Neapolitan girl, like I tell everyone, hitchhiking is normal here, and if you want it will also be possible to find someone directly on the ferry who is driving in this direction once landed. The girl from Naples replied to me that it may well be that on these islands we leave the door open and the car keys in the car and that hitchhiking is very common here, but “I would never ever occur to me to accept a ride from a stranger. I should add that I come from Naples and your recommendations have left me speechless… also because I am doing a legal apprenticeship and I hear and see all sorts of stories…”
 
I haven’t managed to apologise, but only to feel sorry for her. This place and this job are a window on the world that brings to me every day wonderful encounters and others that are definitely less pleasant, and that is teaching me once again that we are all different, that each of us has their own way of travelling and that although for some people a travel story or a recommendation based on direct experience can be a source of inspiration (and how much gratitude and happiness and smiles I receive in return when someone who followed my advice tells me they understand now why I left my heart in some places, especially if they are a bit off the beaten track), if on your journey you want or have to take your fears or paranoia with you, I cannot change you, I will smile patiently at you, maybe a bit less than at others, but I will smile, and I will let you wait four hours, in a place that really smells like fish, for the bus that takes you here from the ferry, because you are afraid of strangers.
 
And before he leaves, I will give a hug to the French man who, while all others queue to hike on the muddy and dangerous mountain on whose summit they take a selfie that guarantees a minimum of 200 likes, takes his 13-year-old son on an eight-hour hike surrounded by immense granite walls, a hike that’s no secret at all, but that very few are doing. And at the end of the eight hours’ hike there are five kilometres of secondary road where you have to walk until a car comes, and when the first car comes, father and son hitchhike to a village ten kilometres from here, from where another car will take them to the hostel, and they get here tired, but happy and eager to tell me about their adventure.
 
And as father and son tell me about their adventure, I read in the news that in the UK a woman and member of parliament has been killed for standing up for a world that is open to our fellow human beings, regardless of their origin and of what they look like. And I tell this thirteen-year-old that he is lucky to have a father who, when they go on holiday, takes him hitchhiking on top of doing the coolest hike. Because hitchhiking means being able to trust other human beings; not all of them, of course; but being able to realise that a stranger is not necessarily an evil person, that that person whose face we’ve never seen before, who is driving that car that might stop to pick us up, probably doesn’t intend to do us any harm, that the bad guys only represent a very small fraction of the population of any country, and that developing an instinct that will help us tell those that we can trust from those we should stay away from is an important skill to work on. I will always vote for those who want an open and free world. I choose those who, normally, will trust their fellow human beings and who will want to help them. A world of hate and fear is not for me, and the more I look at it from this small island, not only through horrible stories in the news, but also through the nervous emails I get from our future guests, the more it is clear to me which side I am on, and which side I want to be on. On the side of those travellers who love freedom, of those who are citizens of the world, of those who will stop their car to give a hitchhiker a ride, of those who don’t believe in borders, of those who share their food (be it bought or donated or recycled leftovers), like I and the other guys who work here regularly do, of those you can trust, of those who trust others, and who receive gifts and surprises in return (which happens regularly to me since I arrived here). Since I started observing the world from my window here in this reception, I have no more doubt that in order to change the world we have no choice but start first of all with our individual choices and behaviour, with the education we will give our kids by teaching them to share before we teach them the word “mine”, by teaching them that the person next to us, whom we don’t know yet, may turn out to be a treasure. All you have to do is not be afraid. And today, once more, I think that yes, the world is in a bad state, but it’s not because I am here on this remote and windswept island, but I don’t want to be afraid.

 

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