Torno a casa all’una e un quarto di notte solo per andare a dormire. Le ultime due ore le ho trascorse nascosta in una tana cui ho accesso quasi solo io, avevo bisogno di un po’ di silenzio dopo una giornata di lavoro in cui non ho fatto che parlare. E parlare a voce alta, scandendo le parole, con la signora cinese che è arrivata stamattina da sola con la gonna, il cappello, le sue sole venti parole in inglese e una gran voglia di chiacchierare, e ha preso in ostaggio prima me e poi il mio collega, cui avevo chiesto di sostituirmi per mezz’ora in reception per poi ritrovarlo con le mani nei capelli, perso tra le domande della signora.

È stata una giornata interminabile come tante altre, anzi oggi tutto sommato è andata bene, l’ultima persona si è affacciata in reception alle dieci, due ore dopo l’orario teorico di chiusura, era un francese da solo, con una giacchetta celeste di quelle che gli uomini tristi si mettono sulle spalle nelle sere d’estate quando vanno a fare una passeggiata vicino al mare sperando che l’aria almeno lì rinfreschi un po’, ma non rinfresca, e la giacca resta sulle spalle. Solo che invece qui con quella giacca, in un qualsiasi giorno che non sia oggi, che il tempo è stupendo, il cielo è terso e non tira vento, qui con quella giacca in un qualsiasi altro giorno non ci fai niente, contro il vento e la pioggia che arrivano dall’oceano come uno schiaffo e altrettanto rapidi vanno via, lasciando sempre più fango sui sentieri e creando nuove cascate che spariranno tra ventiquattr’ore, lasciandomi lì a domandarmi se le ho per caso solo sognate.

Erano le dieci di sera quando il francese mi ha chiesto un letto per stanotte, gli ho offerto l’ultimo che avevo, in una camera da quattro persone. Senza rispondermi si è perso nei suoi pensieri senza più guardarmi, fino a che non gli ho detto scusa, la reception è chiusa, stavo cucinando il primo pasto della mia giornata adesso che sono le dieci, ti ho aperto la porta perché pensavo che avessi bisogno di un posto dove stare, ci vuole un attimo a fare il check-in ma se hai bisogno di molto tempo per pensarci allora mi sa che lasciamo stare. E lui così “non mi piace dormire in stanza con altri, meglio la macchina”. E se ne va.

Sto lessando le patate, ne avevamo due sacche intere ereditate come tanto altro cibo dai pescatori tedeschi o cechi o polacchi o lituani che vengono qui in vacanza e alla partenza ci lasciano le case in uno stato pietoso da pulire da cima a fondo, ma anche il frigo e la cucina pieni di ciò che il mio collega chiama “i tesori”: marmellate, nutella, pane, wurstel, salumi, formaggio, cipolle, ketchup, maionese e condimenti vari. Dovrei vergognarmi del piatto che mi sto cucinando, ma ormai sono sette mesi che non vivo più in Italia e, come mi hanno fatto notare gli amici italiani in visita un mese fa, in cucina ho perso un po’ di regole o forse solo un po’ di buon gusto o di buon senso. Se sei mesi fa m’impressionavo quando in Spagna il mio collega inglese in ostello condiva la pasta buttando nel pesto una valanga di verdure mischiate alla rinfusa e soprattutto tonnellate di aglio, ora, in assenza di molti ingredienti freschi e prelibati e del tempo necessario a mettere in tavola qualcosa di elaborato, finisco come qualche sera fa per mischiare senza scrupoli, sapendo che il mio commensale tedesco non disapproverà, un po’ di ottimo pesce fresco donato da una coppia di amici con un “pesto rosso” di marca norvegese e dagli ingredienti imprecisati, e farne condimento per una pasta che si chiama “macaroni” ma che somiglia in realtà a delle piccole “C” alte più o meno un centimetro e mezzo.

L’altra sera ho guardato per un attimo impietosita quel pesce appena l’ho buttato nella pentola col sugo, mi sono dispiaciuta di averlo fatto, sarebbe stato meglio mangiarlo a parte, ma ormai nella pasta ci metto un po’ quello che capita o meglio quello che passa il convento, pur di avere un piatto che mi sazi, anche perché di solito faccio in tempo a cucinare solo una volta al giorno, in un orario qualunque. Stasera le patate le ho lessate e poi rosolate in padella con lenticchie e tonno. Ho condito tutto con un po’ di spezie e ho fatto un piatto enorme che mi ha tolto quel senso di svenimento per la fame che stava per spaventarmi un po’. Il piattone ha fatto il suo dovere di saziarmi e devo dire che è stato più facile mangiarlo senza sentirmi in dovere di giustificarmi con dei commensali italiani, che mi avrebbero condannata senza appello, e avrebbero avuto del tutto ragione a farlo.

Qui prodotti freschi ne arrivano pochi e senza sapore, e comunque di solito non abbiamo neanche modo di andare al supermercato, che sta a qualche chilometro da qui. In un contesto come questo, non c’è niente di meglio di qualcuno che ti dona o ti cucina qualcosa da mangiare. È una sensazione davvero elementare. In una sera tra le più limpide di luglio, pochi giorni fa, una fantastica coppia di studenti del Colorado mi ha invitata a cena all’aperto sulla terrazza della casetta che per quella notte, grazie alle acrobazie e agli incastri che ogni giorno faccio per fare un po’ di spazio in più tra le prenotazioni ricevute, condividevano con una coppia norvegese che però era uscita a disegnare paesaggi. Faceva un po’ freddo solo con la felpa, al tavolo là fuori, ma non ho detto niente, perché la cena all’aperto, cucinata dentro casa ma con accessori da cucina da campeggio che non avevo mai visto e con cui puoi fare persino il pane, era una sensazione stupenda. E chi l’ha detto che gli americani non cucinano bene? Loro due erano stati in ostello da noi un po’ di notti prima, poi ho custodito alcune delle loro cose nel nostro garage per qualche giorno mentre loro erano in giro con la tenda tra montagne e spiagge, mi hanno vista stressata e a volte sfinita in reception nei loro vari passaggi da queste parti, e quando sono tornati mi hanno detto “abbiamo un po’ di pesce in più, vieni a cena?”. Sono arrivata nella casetta che sapevo solo il nome di lui, dread rossi e pelle chiarissima, perché la prenotazione era a suo nome. Lei si è presentata, ha detto è una settimana che ci parliamo, ma non so come ti chiami. Abbiamo parlato del loro lungo viaggio, di una piccola nazione autoproclamata nel sud della Svezia dopo una battaglia legale tra lo stato e uno scultore, dei fiordi islandesi dove sono diretti, e di come il Colorado sia un posto molto differente dagli stati che lo circondano.

Come per miracolo in genere in serate come quella il tempo si ferma, il telefono non squilla più. Altre sere, invece, non smette di squillare, la gente non smette di arrivare anche a tarda sera, la gente che si è persa, quella che ha preso l’ultimo traghetto, quella che non si è accorta, per via della luce, che si è fatto parecchio tardi. Un giorno un po’ complicato, alle undici di sera non ero ancora riuscita a mangiare qualcosa di decente, solo frutta, yogurt, biscotti, pane e formaggio in una lunga giornata. Era una sera in cui attendevamo un gruppo cinese di cui sapevo solo che non avevano la macchina e che nessuno parlava inglese. Sarebbero arrivati dopo l’orario di chiusura, quindi avevo dato istruzioni dettagliate per l’arrivo alla persona che organizzava il tutto dalla Cina. Avrebbe dovuto essere facile trovare le case, eppure tra le nove e le undici di sera io e il gestore dell’hotel qui vicino, dove alloggiava il resto del gruppo, abbiamo dovuto rintracciare uno per uno i componenti del gruppo, principalmente donne e bambini, arrivati in ordine sparso dal traghetto a piedi (quasi cinque chilometri) o portati in macchina da qualche norvegese. Alle undici e mezza credevo fossero arrivati tutti, finalmente stavo per scolare la pasta nel retro della reception, quando è arrivato un altro che si era perso, e ho dovuto abbandonare la pasta e la salsa nelle mani del mio collega polacco che, sicuramente terrorizzato di sbagliare, visto che dico sempre che la pasta che si vende fuori dall’Italia viene quasi sempre scotta, l’ha scolata praticamente cruda. Mentre nella cucina della reception si consumava questo piccolo dramma, io accompagnavo alla casa affittata la famiglia cinese finalmente riunita. Ero così stanca che ho scordato le chiavi della reception nella loro casa e sono dovuta tornare indietro. Intanto, però, il cielo là dietro le montagne al di là del lago s’infiammava rosso, sotto le nuvole scure. Volevo ringraziare il signore cinese che si era perso per avermi tirata fuori dalla reception a guardare quel cielo, ma non ci sono riuscita. Gli ho solo chiesto cosa ci fate qui, in quattordici, con i bambini, senza quasi una parola d’inglese, senza macchina, senza guida. Non ho avuto risposta.

Il turismo cinese in Norvegia (forse il venti per cento del turismo che c’è qui, e mi dicono che nei fiordi del sud i numeri sono decisamente superiori) è il più grande mistero che osservo da quando faccio questo lavoro.

L’altro giorno è arrivata una famiglia cinese di tre persone, bimba, madre e padre, che aveva prenotato il giorno prima l’ultima casa disponibile nel villaggio. Gli avevo detto che era una casa grande, con due stanze da letto e un grande soggiorno con cucina. Va bene, mi aveva detto per telefono, basta che sia vicina al wifi e soprattutto alla fermata dell’autobus (come il gruppo di prima, e come gran parte dei turisti cinesi, non aveva la macchina a noleggio). Io gli volevo dare una casa più piccola, meno cara e più bella, ma in un altro villaggio, venti minuti a piedi dall’autobus, e senza wifi. Ma lui voleva autobus e wifi, il resto, prezzo compreso, non importava, anche se erano quasi duecento euro per una notte. Ci ho messo quindici minuti a concordare la prenotazione per telefono e a spiegargli tutto, sotto gli sguardi pazienti degli altri ospiti che aspettavano al bancone di parlare con me. Quando la famiglia è arrivata e gli ho dato la chiave, sono stata contenta di vedere che tutto era andato liscio. E invece no. Erano arrivati da mezz’ora quando lui ha fatto ritorno alla reception, furioso: “volevo una casa privata!”. L’ho guardato stupita, ho pensato per un attimo che forse mi ero sbagliata e avevo già mandato qualcun altro nella stessa casa. Ma insomma non mi era mai successo di fare un errore così, anzi a dirla tutta non mi è mai successo niente di neanche vagamente simile, gestendo tutto da sola potrei ripetere nel sonno i nomi delle case e delle stanze e degli ospiti che alloggiano in ciascuna, e il mio collega, che ogni tanto mi aiuta a riordinare le prenotazioni, è rimasto sconvolto scoprendo che conosco a memoria i nomi e cognomi di quasi tutti quelli che hanno prenotato in questi mesi, e se hanno telefonato mi ricordo quasi la voce.

“Voglio una casa privata, questa è troppo grande per essere privata!”. “E poi mia moglie ha paura, dal rubinetto della cucina esce solo acqua calda!”. Non sapevo che cosa fare. Erano le sette di sera e i miei colleghi avevano appena finito di pulire un’altra grande casa, la mia preferita, una palafitta protesa sul mare, che quando ti affacci alla finestra della camera da letto con i grandi letti a castello di legno ti pare di essere in barca. La casa avrebbe dovuto liberarsi la mattina dopo, per questo non l’avevo proposta inizialmente, ma in realtà i pescatori tedeschi che l’avevano occupata per una settimana mi avevano annunciato in mattinata, venendo a saldare il conto e lasciando in dono l’unico salame non scaduto tra tutti quelli che poi avremmo trovato abbandonati nel frigo della casa, che sarebbero andati via quel pomeriggio, e non la mattina dopo, per evitare di arrivare dal traghetto all’aereo con i tempi troppo stretti. Avrebbero pagato anche per la giornata di oggi, per prendersela comoda e non dover rispettare l’orario di check-out, ma sarebbero andati via in tempo per permettere ai miei colleghi di pulire la casa, alla fine della loro giornata di lavoro, e a me di ri-affittarla per la sera stessa (c’è il tutto esaurito da più di un mese ogni sera). Andiamo a vedere quest’altra casa, è l’unica che ho, dico all’ospite cinese, sperando che l’effetto-barca e la vista strepitosa facciano effetto. È una bellissima giornata. L’intero villaggio sembra guardarci mentre percorriamo tutti e quattro il ponte che porta alle case dall’altro lato. Anche questa casa è “troppo grande”, e in più dista cinque minuti a piedi dal wifi, e forse dieci dalla fermata dell’autobus. Però non ha l’acqua calda “stregata” e forse questo basta, dopo molte esitazioni e un sopralluogo con il mio collega al rubinetto incriminato, a spingere la famiglia al trasloco.

La mattina dopo ho riconosciuto il suono dei trolley di mamma, papà e figlia avvicinarsi alla reception. Mi aspettavo che il padre venisse a salutarmi e a dirmi che in fondo, nella casa affacciata sul mare, erano stati bene. Difficile non godersi il posto, in una serata di bel tempo e con una vista così. E invece ho visto gli occhi della figlia affacciarsi al bancone della reception per darmi la chiave a forma di pesce della casa in cui ha passato la notte con mamma e papà, che l’hanno mandata avanti per non dovermi salutare. La bambina ha forse sette anni ed è bellissima, somiglia ai bimbi delle foto che un collega di mio padre ha scattato in Cina nel 1991.

Quando tornò da quel viaggio di tre settimane, mio padre ci disse: dobbiamo andarci al più presto, la Cina sta cambiando e in fretta. Sono passati ventisei anni, in Cina non ci sono più andata e neanche ci ho più pensato, non ho mai provato particolare interesse per quel mondo. E invece, in questi mesi un viaggio in Cina è un po’ come se l’avessi fatto. È la Cina ad essere venuta da me. Ovviamente, quelli che arrivano qui sono i cinesi ricchi o ultra-ricchi, che pur essendo una piccola percentuale della popolazione sono comunque parecchi milioni. Hanno email con nomi inglesi come Johnny, Sarah e Scented_rose e in genere vestono più “occidentale” e alla moda di noi, come se fossero a Parigi o a Milano. Hanno trolley enormi e spesso niente scarpe da trekking, arrivano e vanno via come il vento, e certi giorni ci vorrebbe un receptionist solo per loro. Con i cinesi dei mille negozi, bar e ristoranti cinesi che abbiamo in Italia non hanno molto a che fare. In certi momenti, confesso, ho la sensazione di trovarmi di fronte ai nuovi padroni del mondo. Li guardo con un misto di curiosità, stupore, preoccupazione e disperazione per la complessità del mondo che ancora non conosco.

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