[English below]

Oggi mi hanno regalato una bussola. Me l’ha regalata una di quelle persone che passano di qui per tre giorni e con cui di sfuggita ti racconti la vita, mentre impazzisci in reception tra una telefonata e un check-in. Me l’ha regalata una delle tante persone che passano di qui e mi raccontano che anche loro hanno cambiato vita, e più volte. O che anche loro sono stati, o sono tuttora, in aspettativa dal loro lavoro, per pensare al futuro o semplicemente per dare un’occhiata al mondo senza una data di scadenza troppo ravvicinata. Anche se poi, come ho imparato quest’anno, anche se hai sei mesi, il tempo si dilata, si dilata a dismisura e non basta neanche per vedere un paese, magari sì per impararne la lingua, ma per fare un viaggio no, il tempo non basta mai, il viaggio, una volta iniziato, potrebbe non finire mai.
La bussola me l’ha regalata una di quelle persone che, nonostante il pienone, arrivano qui senza una prenotazione online, una di quelle persone preannunciate solo da una telefonata il giorno prima o la mattina stessa, a volte neanche quella. Le persone che in questi mesi sono entrate nella mia vita, per un momento o per molto di più, sono tutte arrivate così. E anche io l’anno scorso fui una di loro.

Oggi pomeriggio, sul ponticello che porta al museo, diversamente dagli altri giorni non andavo di fretta, oggi ero in vacanza e non avevo con me il maledetto telefono che per prenotazioni e arrivi suona anche alle undici di sera e talvolta anche alle cinque di mattina. Con un padre torinese in vacanza con i due figli parlavamo di massi caduti dalla montagna dal nome d’inferno e del fango che infesta sentieri battuti da troppi passi. Sul davanzale rosso della loro terrazza, in fila ad asciugare, sei scarponi di tre taglie diverse.

Mi pare sempre brutto interrompere una conversazione, per di più piacevole. Ma qui mi succede sempre così. Troppe persone che hanno una domanda da farmi o a cui io ho voglia di chiedere: com’è andata oggi? Spesso questi momenti paiono una danza. Lui rallenta il passo per salutare, non vuole disturbare. L’altra conversazione in genere si interrompe comunque, intimidita a sua volta dal balletto. Gli domando com’è andata oggi. Sono io che ieri l’ho convinto a restare un giorno in più per godersi il bel tempo che ho promesso e che dopo due giorni di pioggia finalmente sarebbe arrivato. Per fortuna è arrivato davvero, il cielo azzurro e il tempo asciutto, se no qui tra un po’ gli ospiti mi accusano di truffa realizzata a mezzo previsioni del tempo. Lui mi dice che faceva freddo, stamattina, ma ci è andato lo stesso, con la sua bici, fino alla spiaggia un po’ troppo affollata dove l’ho mandato io. Lo riconosco quando qualcuno degli ospiti non è proprio contento della propria giornata. Quando il sorriso è un po’ a metà, vestiti e scarpe troppo infangati e aria un po’ infreddolita. Forse a volte i miei suggerimenti sulle cose da fare sono un po’ perentori. In ogni caso lui, che è nel mezzo di un viaggio lungo tre mesi e che la bici con carrello l’ha comprata all’improvviso un giorno qualche centinaio di chilometri più a nord senza mai essere stato ciclista prima, stava venendo in reception a pagare per l’ultima notte ma anche a lasciarmi una bussola. “L’ho ricevuta in regalo parecchi anni fa, ma adesso credo che tu possa farne buon uso. So che saprai farne buon uso”.

Certo che saprò farne buon uso, e non tanto per non perdermi quando finalmente metto il naso fuori dalla reception in cui anche ora, a tarda sera, mi nascondo per scrivere mentre fuori il mare è lo specchio rosa del tramonto che c’è dall’altra parte. Magari mi perdessi, quando esco da qui. Sarebbe bello andare a vedere cosa c’è dall’altra parte della scogliera, dove non abita nessuno da settant’anni e dove non c’è sentiero e non ci sono orme.
Magari mi perdessi, magari in un angolo che fosse rifugio dal marasma del turismo di massa che si sta mangiando la terra fragile di queste isole. Rifugio dai camper che finiscono fuori strada, dai problemi di parcheggio gravi al punto da finire sui giornali, dalla ressa al piccolo supermercato aperto solo tre ore la domenica pomeriggio. Rifugio dai passi pesanti e incauti fuori dal sentiero, dai backpackers italiani che nella stanza lavanderia accanto al museo cantano come fossero a casa loro, da chi si porta in vacanza lo stress di casa e te lo rovescia addosso e se ne va. Io vorrei essere rifugio per voi, offrire rifugio al viandante, ma dovete fare piano, dovete rallentare il passo, avere pazienza se piove, aspettare un altro giorno, guardarvi anche intorno invece di affidarvi soltanto alla guida, a internet e a me per sapere cosa c’è di bello da vedere in un posto in cui se alzate gli occhi e fermate lo sguardo vi stupirete di ogni scorcio.

Stasera stavo raccogliendo i mirtilli in riva al torrente, a pochi metri dalla strada principale, non lontano da casa. È solo da qualche giorno che ho imparato questa semplice arte. Alle mie spalle una costruzione abbandonata a metà, l’unica che c’è così da queste parti, intorno alla quale, la sera, c’è quasi sempre qualcuno che pianta la tenda. Di fronte, il torrente che sgorga dal piccolo lago che prende il nome dal paese accanto al nostro, e la montagna che si potrebbe dire “domina” il nostro e i villaggi vicini, li dominerebbe anzi, se non fosse che è una montagna bellissima, ma timida, la sua bellezza la nasconde, e meno male, così il suo segreto è un po’ più mio e di coloro a cui mi piace raccontarlo. Dall’altro lato della strada, il mare, le case di pescatori, le strutture di legno su cui in primavera si mette ad essiccare il merluzzo.

Stasera stavo raccogliendo i mirtilli quando all’improvviso, esattamente un anno dopo esser sbarcata qui per la prima volta, ho capito cos’ha di diverso questo posto. Stavo raccogliendo i mirtilli sul greto del torrente sotto la montagna, con gli scarponi nel fango. Ho lasciato alcuni mirtilli ancora attaccati alla pianta là in riva al torrente e ho attraversato la strada. Ho trovato i mirtilli, anche più belli di quelli del torrente, anche dal lato del mare, dove l’odore non è quello del sentiero e delle terre alte, ma quello del pesce, delle barche, delle alghe, delle tute fluorescenti dei pescatori. Da un lato all’altro della strada cambia il fondale come cambiasse un mondo. Il frutto è lo stesso, ma cambia tutto intorno. La stessa pianta cresce sulle pendici di un monte che arriva dritto fino al villaggio dei pescatori. E sull’altra costa la parete ripida e feroce come ghigliottina, la parete di granito meraviglioso da esplorare, precipita dritta sulla spiaggia così grande che a percorrerla ci metterai mezz’ora, da quando incontri la sabbia a quando incontrerai l’acqua.

Non sono sicura che se andate di fretta, così di fretta, possiate accorgervi di tutto questo. Mi ci è voluto un anno per imparare che nelle sere d’estate posso andare raccogliere i mirtilli. Che per raccoglierli devo fare piano, misurare la forza, per non strappare anche il piccolo stelo cui è attaccato il frutto, e per non spremerlo e trovarmi con le mani viola di succo prezioso e ferocemente sprecato. Che quest’arte è l’arte della pazienza e dello sguardo attento, che riconosce il frutto buono da quello molto simile ma non buono che si annida, perché la natura è infida, nello stesso terreno, frutto quasi uguale ma foglia e consistenza diversa. Non verrete qui certo per i mirtilli, ma venite qui almeno per guardare con i vostri occhi, per camminare con le vostre scarpe, riempitele di fango, lasciate perdere le top ten dei sentieri, cercatevi il vostro, affacciatevi da soli sulle rive del lago a cercare l’angolo dove piantare la tenda, usate i vostri occhi, usate i vostri sensi per perdervi almeno un po’, è per questo che siete qui.

[English version]

Today I received a compass as a gift. I got it from a person with whom, like with many other guests who only spend here two or three days, I had barely had the time to exchange a few words about our respective lives, while I was crazy busy with phone calls and check-ins in reception. I got it from one of the many travellers who come here and tell me they have also transformed their lives, maybe even more than one. Or that they have been also, or still are, on a career break from their job, to think about the future or simply to take a look at the world having more time available than a holiday allows. Although after all, as I have learned this year, even if you have six months, time ends up dilating, dilating so much that six months are not enough even to visit one single country. In six months you can maybe learn a language, yes, but complete a journey no, that’s not possible, to complete a journey there is never going to be enough time, as the journey, once you’ve started it, might never come to an end.

I got the compass as a gift from one of those people who, although we are more or less fully booked, get here without an online booking, one of those people who simply make a phone call the day before or the same day to announce their arrival, or maybe they don’t even call. All the people who in the course of these months have become part of my life, for a moment or for much longer, got here more or less unannounced. And last year I was one of them, when I first arrived here while backpacking, having only made a phone call the day before to book the last available bed.

This afternoon, unlike other days, I was not in a hurry, today I was exceptionally on holiday and I didn’t have with me my damn work phone, which rings all the time, even at eleven in the evening or sometimes five in the morning. I stopped on the bridge between the reception and the museum to talk with an Italian family, father and two kids, about stones rolling down the hell-named mountain on the campers’ heavenly beach, and about the mud that’s making the hiking trails impassable because of the many, too many footsteps. On the red wooden railing of their cabin, six hiking boots of three different sizes were lined up to dry.

I hate having to interrupt a conversation, and I hate it even more if the conversation is nice. But here I have to do this all the time. Too many people have a question to ask me or there are too many people I want to ask if they had a nice day. These moments often look like a strange sort of dance. The person passing by slows down to say hi, but doesn’t want to interrupt my conversation, which is usually interrupted anyway, as the dance that’s taking place intimidates my previous interlocutor somehow. He passed by and I asked him how his day had been. Yesterday I had persuaded him to stay one day longer to enjoy the nice weather that I had promised and that, after two days of rain, was finally bound to come. And luckily, blue sky and dry weather had indeed come. That’s lucky, or hostel guests would have charged me with fraud over counterfeit weather forecast. He told me it was cold, this morning, but he had cycled anyway all the way to the beach where I had sent him. And the beach was crowded, but nice. I can easily tell when some guests are not so happy about their day. When they only have a half-smile, clothes and shoes covered in way too much mud, and they look a little chilly. Maybe sometimes my recommendations for activities and hikes are a bit overstated. Anyway he, who is on a three-month journey and spontaneously bought his bike with trailer a few kilometres north of here, without having ever been on a cycling trip before, he was coming to the reception to pay for his last night’s stay, but also to give me a beautiful compass: “I received it as a present many years ago, but now I think you’ll make good use of it”.

Of course I’ll make good use of it, and not merely not to get lost when I finally manage to leave the reception where even now, late at night, I am hiding to write this story while the sea, outside, is the pink reflection of the sunset on the other side.

I actually wish I could get lost, on leaving the reception. It would be nice to go and see what’s beyond the cliff, on a stretch of land that’s been uninhabited for seventy years and where there is no trail and there are no footsteps. I wish I could get lost, and found a hiding place that the chaos of the mass tourism that is eating up the fragile soil of these islands doesn’t reach. A hiding place, a shelter from the camper vans that go off the road and end up in ditches, from the parking problems so severe to make it to the front page of local dailies, to the Sunday afternoon overcrowding of the small local supermarket, which on Sundays is only open for three hours from 5pm. A shelter from the heavy and careless footsteps going off the trail, from the Italian backpackers who in the laundry room next to the museum sing as loud as they can. A shelter from those who go on holiday and take stress with them, take it out on a poor receptionist and leave as if nothing happened. I would like to be a shelter for you, offer shelter to the traveller, but you have to calm down, slow down your pace, be patient if it rains, wait another day, look around you and not simply trust your guidebook, Internet and myself to find out if there is something nice to see in a place where if you raise your eyes you’ll be amazed at every glance.

This evening I was picking blueberries near the stream, a few metres from the main road, not so far from home. I’ve only just learned this simple art. Behind me, an unfinished, abandoned building, the only such building around here, next to which, every evening, there is someone setting up camp with their tent. In front of me, the stream that flows from the small lake that’s named after the village next to ours, and the mountain that, so to speak, “overlooks” our village and the nearby ones, or maybe it would be better to say it would overlook them, if it wasn’t for its shyness. It’s a beautiful mountain, but very shy, so its beauty is a well-kept secret, which is a good thing, so I can only keep it to myself and share it with those who seem to deserve it. On the other side of the road, the sea, the fishermen’s cabins, the wooden racks where cod is hung out to dry towards the end of winter and throughout spring.

This evening I was picking berries when all of a sudden, exactly one year after landing on this island for the first time, I understood what’s different about this place. I was picking up berries near the stream at the foot of the mountain, with my boots immersed in mud. I left some berries still attached to the plant and I crossed the road. I found the same berries, even more beautiful and lush than the ones I was picking near the stream, also on the other side of the road, by the sea, where you don’t breathe the mountain air and you don’t feel like you are on a hiking trail, and everything smells like fish, boats, seaweed and the fishermen’s fluorescent overalls. You cross the road and it’s like crossing to another world. Just the berry is the same, everything else is totally different. The same plant grows on the slopes of a mountain that end up in the fishermen’s village. And on the other coast, a steep rock face, as harsh as guillotine, the wonderful granite wall so much of which remains unexplored, falls straight on a beach so big that it’ll take you half an hour to get to the water from the moment you set foot on the sand.

I’m not sure that if you are in a hurry you can see all this. It’s taken me a year to learn that in the summer nights I can go pick up berries. That in order to keep them I have to be gentle, so that I don’t also tear off the little stem the berry is attached to, and so that I don’t end up squeezing the berry and finding myself with my hands covered in purple, precious and wasted juice. That this is an art of patient hands and patient eyes, who can tell the good berry from the other one, that’s very similar but no good to eat, and that grows on the same terrain, because nature is treacherous, and the fruit almost looks the same, only the leaf is quite different. I’m sure you’re not coming here for the berries, but please, do come here at least to use your own eyes, walk in your own shoes, let them get dirty and full of mud, forget about the top ten hikes, look for your own hike, have a look for yourselves on the shores of the lake for the best spot to pitch your tent for the night, use your own senses to get lost a little bit, because that’s the reason why you’re here.

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