[English below]

Stamattina nel dormiveglia stavo pensando agli appuntamenti che ho già, mio malgrado, preso per la data del mio ritorno. Come accadeva sempre nella mia vita di città, non ci sono più che quindici minuti tra un appuntamento e l’altro, solo che non ho più lo scooter, e non ho bene idea di come fare ad arrivare da una parte all’altra senza ammazzarmi. O forse è meglio dire che rischiavo di ammazzarmi ogni volta che correvo con lo scooter in tangenziale per non fare tardi. Ora non c’è rischio. Mentre pensavo a questa follia e meditavo di annullare gli impegni e semplicemente lasciar perdere tutto, mi sono avviata alla reception per iniziare la mia giornata di lavoro.

Da un po’ di tempo a questa parte mi sveglio all’ultimo momento utile per arrivare al lavoro. Abito a soli due minuti a piedi dalla reception, all’ora in cui mi sveglio i miei coinquilini sono già a lavorare o, se è giorno di riposo per loro, dormono ancora, quindi mi sveglio, doccia quasi alla cieca, mi asciugo i capelli mentre il cellulare del lavoro inizia a squillare e chiedo di richiamarmi tra mezz’ora, perché per dirti se ho posto per stasera devo controllare se qualcuno ha prenotato qualcosa via internet durante la notte. È stato così anche quella mattina di inizio luglio in cui ero in garage a preparare le lenzuola per la giornata, e la voce all’altro capo del telefono era gentile, quasi dolce, e ti ho detto: devo controllare se ho posto, richiamami tra poco. Tu mi hai richiamato e mi hai detto sì, ma voglio fermarmi qualche giorno, non una sera soltanto, hai posto per me? E io ti ho detto, come dico alle persone dalla voce gentile, non preoccuparti, vieni qui, che una soluzione si trova. E così ti sei messo in macchina sapendo che quella ragazza che aveva risposto al telefono ti aveva offerto un rifugio e la certezza che in un modo o nell’altro avresti potuto fermarti lì, con calma. È questa sensazione, che voglio essere, per chi arriva qui.

La maggior parte dei norvegesi ha finito le ferie, ora la clientela è composta soprattutto da italiani e spagnoli, che non chiamano all’alba per prenotare. Se mai hanno il difetto opposto, arrivano tardi per il check-in la sera, dopo l’orario di chiusura, senza avvisare. E li devo aspettare, e mentre aspetto preparo la cena nel retro della reception, e poi immaginate che effetto può fare a un gruppo di ragazzi romani essere accolti in questo villaggio sperduto ma non troppo da una ragazza italiana che mentre fa il check-in sta scolando la pasta, e mentre voi scaricate le valigie dalla macchina la receptionist italiana si aggira per il villaggio con la pentola di pasta per portarla a casa e condividerla con i coinquilini. E poi finalmente scappa alle dieci di sera a raccogliere mirtilli fino a che non fa (quasi) buio.

Ma sempre meglio aspettare chi arriva la sera tardi che essere buttati giù dal letto la mattina presto dal telefono che squilla. In maggio-giugno, la stagione delle ferie dei norvegesi, le prime telefonate arrivavano alle otto in punto, la mattina, mentre dormivo profondamente. Io attacco a lavorare alle dieci, ma il telefono della reception è deviato sul mio e quindi che ne sanno, le signore norvegesi sveglie dalle sei e mezza, che hanno aspettato pazientemente le otto in punto per chiamarmi? Io rispondevo sempre con le mie quattro parole in norvegese: desværre, jeg snakker ikke norsk. Chiedo scusa, non parlo norvegese. E poi, presa dal senso di colpa per le mie carenze linguistiche, non dicevo che la reception era chiusa e tentavo, invano, di assistere i malcapitati con la loro prenotazione, anche se nella mia stanza non avevo davanti a me i fogli con le prenotazioni e dovevo un po’ improvvisare (qui è tutto cartaceo).

All’epoca abitavo in una stanza brutta e malandata, con una sola lampadina funzionante. Per fortuna c’era molta più luce che adesso, anche la sera tardi. Avevo un letto a castello malandato anch’esso, il letto di sotto era quasi inutilizzabile, quindi dormivo sul letto di sopra e quando il telefono squillava saltavo giù, nel sonno, rischiando di ammazzarmi. Ho cambiato stanza anche per questo e per fortuna sono ancora tutta intera 🙂

Ora ho una stanzetta microscopica ma carina, anche qui ho il letto a castello, e qui è il letto di sopra che è scassato. Il letto di sotto è piccino piccino ma ci si dorme bene. Ci si dorme bene anche perché il telefono squilla meno di prima e mi lascia dormire, salvo l’altra notte, quando un ragazzo americano per cui avevo prenotato il taxi per andare al traghetto mi ha telefonato alle cinque e mezza perché il taxi non era arrivato. Nel sonno ho chiamato il tassista (come ho già avuto modo di raccontare, c’è un solo taxi da queste parti, e due persone che lo guidano a turno) che con la sua voce che suona invariabilmente annoiata dalla vita mi ha risposto che stava arrivando. Ho rassicurato l’americano, sempre per telefono, e ci ho messo due ore a riprendere sonno.

In quelle due ore ho pensato al ritorno a casa, alla vita che verrà, tutta da scrivere. Ho pensato alle abitudini perse e a quelle cambiate. Ho pensato alla mia valigia. Sono partita tre mesi fa con un bagaglio pieno di cibo italiano e spagnolo che nel frattempo ho consumato, una caffettiera e una tazzina che se ne sono andate in Germania a bordo di una macchina di un azzurro acceso, vestiti comprati apposta perché potessero distruggersi nell’asciugatrice e che effettivamente si sono distrutti nell’asciugatrice. Tornerò con una valigia piena di oggetti donati, biglietti, lettere, indirizzi, offerte di ospitalità, confessioni, pinze per capelli, elastici, sacchi a pelo invernali, gusci termici per birra, storie scritte su cartoni tagliati a forma di pesce, cuscini, calzini spaiati e più grandi dei miei, e vestiti che un ragazzo americano mi ha lasciato a maggio insieme a cinquanta corone che si era scordato di pagare, chissà a che ragazza appartenevano ma mi stanno benissimo.

Quando ho distrutto i vestiti nell’asciugatrice era giugno e mi sono preoccupata. Qui non ci sono negozi per comprarne di nuovi. Ho chiesto a un’amica in arrivo dalla capitale di comprarmi una felpa, magari. Ho spulciato mille siti di e-commerce per capire chi facesse consegne fino a questo sperduto angolo del mondo. Poi ho avuto tanto da fare, ho lasciato perdere, e i pochi vestiti rimasti ormai mi bastano eccome. La settimana scorsa, dopo mesi, sono stata in un centro commerciale in uno dei soli due posti, parecchio lontani, che in queste isole somigliano a qualcosa di urbano. Il centro commerciale, pur piccolo, era brutto. Mi è passata la voglia di comprare tutto quello che in questi mesi mi era mancato. Avevo poco tempo e ho comprato due bottiglie di vino per le occasioni speciali (qui lo vendono solo i negozi gestiti dai monopoli di stato, il primo è a più di un’ora di macchina da dove vivo) e qualcosa in farmacia, visto che anche una vera farmacia dalle mie parti non c’è. Dei negozi di vestiti alla fine non ho neanche guardato le vetrine. Avevo fretta di andar via da quel posto e dei vestiti non ce n’era bisogno.

Mi domando come sarà tornare. In questi mesi mi sono sentita bella uguale anche indossando sempre le stesse cose, per lo più le stesse che avevo con me anche nell’inverno spagnolo (le temperature sono più o meno simili). Ho lasciato andare la mia caffettiera e improvvisamente non ho più bevuto il caffè. Ora, se posso, la mattina mi faccio un tè, quando arrivo in reception, ma non è per svegliarmi, più che altro è per inzuppare i biscotti digestive che mi piacciono tanto. Avevo troppo pochi calzini e non sapevo come fare a comprarne di nuovi, poi li ho comprati e subito persi, anch’essi nella macchina azzurra. Ora quando finiscono i calzini indosso quelli spaiati che mi sono rimasti in cambio della caffettiera. Aver ridato dignità ai calzini spaiati mi fa sentire meglio.

Stamattina sono arrivata in reception e da lontano ho visto una folla di trenta ragazzini e una montagna di zaini tutt’intorno alla porta. Erano le dieci di mattina e le pazienti guide del gruppo erano già all’opera da tempo. Io in pratica dormivo ancora e cercavo gli occhiali dimenticati sul bancone della reception ieri sera tardi, intanto i ragazzini e le loro guide avevano già smontato le tende in cui avevano dormito e si stavano preparando per l’escursione intorno al lago, da cui torneranno coperti di fango fino almeno alle ginocchia, fango che riverseranno nelle case dove alloggeranno stanotte, e che i miei colleghi hanno appena finito di pulire di tutto punto, anche se in casi come questo non ne varrebbe la pena. I trenta ragazzini sono qui per un viaggio organizzato per i figli dei dipendenti di una non meglio specificata azienda del settore finanziario. Organizzare la permanenza di sei di questi gruppi qui da noi tra luglio e agosto è stato un incubo, ma ora che sono qui le loro guide sono super gentili e i ragazzi stessi mi aiutano a preparare le buste con le lenzuola da distribuire nelle case in cui dormiranno.

Stamattina insomma la reception pareva inaccessibile. Mi sono fatta strada tra zaini e trolley giganti per arrivare alla porta. Vedendo il cumulo di bagagli mi sono ricordata ridendo di quando a luglio qualcuno mi ha raccontato di aver visto un gruppo di ragazzi francesi trascinare i loro trolley giù per la discesa del lago che sta a due chilometri da qui. Era un altro gruppo della stessa agenzia e immaginando i trolley rotolanti per la discesa ho pensato alle mamme che li avevano preparati non avendo idea di come fosse il terreno nel posto in cui stavano mandando i loro figli. I trolley, tuttavia, sono ancora interi, e i figli sembrano passarsela piuttosto bene.

Entro in reception, trovo gli occhiali e la folla si materializza nell’angusto spazio tra il bancone e la porta. Non si sa chi è arrivato per primo. Una delle guide del gruppo francese, con i dread e una microchitarra, ha un problema con la sim norvegese comprata a Oslo e che non funziona. Gli presto il mio telefono per chiamare l’assistenza clienti che lo rimanderà a google per risolvere il problema. Un pescatore tedesco parte stasera ma vuole pagare adesso. Quest’uomo l’ho visto solo alle dieci in punto di mattina nei dieci giorni in cui è stato qui. Il check-in è dalle due di pomeriggio e la reception apre alle dieci, ma spesso io arrivo alle dieci e cinque, dieci e dieci, anche perché spesso il telefono squilla mentre mi asciugo i capelli. La mattina in cui è arrivato, il signore tedesco era già davanti alla reception alle dieci, e alle dieci e due minuti mi ha chiamata: Rezepzion ist zu, la reception è chiusa. Arrivo, arrivo. Viene sempre qui alle dieci e poi addio. Intanto fuori alla porta si faceva strada tra i bagagli e i ragazzi francesi un pulmino non preannunciato. Il mio collega è arrivato e mi ha chiesto: che succede qui? Non lo so, ho detto, e ho lasciato in reception la guida francese e il pescatore tedesco per andare a vedere. Ma sono usciti anche loro e mi hanno aspettata fuori, pazientemente, educatamente in coda.

Una donna in perfetto abbigliamento tecnico da montagna si è intrufolata quasi sgomitando nella confusione. È entrata in reception e io l’ho chiamata, in italiano, e le ho chiesto di aspettare fuori. Era italiana come tanti che arrivano qui in questi giorni. Tanti che incontro e accolgo prodiga di consigli, indirizzi e chiacchiere. Questa signora però non aveva proferito verbo e non so da cosa ho capito che era italiana, e comunque non importa. In ogni caso nei momenti di caos in reception non c’è nulla che mi dia più fastidio di chi cerca di saltare la coda o semplicemente ha fretta. Di chi fa troppe domande senza darmi il tempo di rispondere. Gli americani hanno l’abitudine di venire qui con una lista di domande per me, numerate a volte. Mentre facciamo il check-in mi travolgono di domande. Io di rispondere alle domande ho voglia eccome, ma di rispondere in fretta molto meno. Ho voglia di raccontarvi questo posto, se ne abbiamo il tempo, se me ne date il tempo. Un po’ di giorni fa un ragazzo francese impaziente di aspettare il suo turno (non era neanche ospite dell’ostello, tra l’altro, io aiuto tutti, indistintamente, se posso, ma con calma, per favore) ha fermato tutto ciò che avveniva in reception per chiedermi dove potesse noleggiare una bici. Ha detto che non poteva aspettare. Solo che qui non facciamo operazioni a cuore aperto, avrebbe detto una mia ex collega a Roma, e ciò è vero tanto più in una località turistica. Tanto più se fuori splende il sole e aspettare un attimo non sarà una tragedia.

Solo che oggi c’è il sole ma la signora non voleva aspettare, le ho chiesto di rispettare la coda e di avere pazienza ma lei no, voleva i biglietti per il museo, che tra l’altro non si vendono qui da me. È andata via lasciandomi mortificata di averla trattata male o meno bene di quanto avrei voluto. Ma gli altri sono rimasti e pian piano tutto si è risolto, tutto è stato fatto, anche se mi sono dimenticata di verificare cosa volesse da noi il pulmino. Per fortuna ho scoperto nel pomeriggio che se n’è occupato qualcun altro. Per fortuna ho scoperto nelle ultime settimane di non essere indispensabile. Per fortuna, perché sono stanca. Felice di questo lavoro, felice, ma stanca, sfinita, c’è troppa gente in questo posto, c’è troppa gente per questo posto. Il turismo di massa lo sto vedendo con i miei occhi, ed è un mostro che mi fa paura. Da domani viaggerò ancora più piano di quanto non abbia mai fatto.

Se potessi, farei come Roar, il proprietario dell’ostello che sta a un centinaio di chilometri da qui. Lui prende le prenotazioni solo per telefono, pagamenti solo in contanti, niente dettagli della carta di credito per bloccare una stanza. Lui si fida. Poi ogni tanto la gente non si presenta, ma lui non si ammazza per fare il tutto esaurito. Lavora da solo, e quando è stanco, dice basta e finge di non avere più posto. Lì da lui va la gente che viene a stare qui sulle isole in villeggiatura, se posso usare questa parola un po’ desueta. C’è chi si ferma da lui una sola notte, ma in genere quand’è così vieni guardato un po’ male. In tanti si fermano da lui tre settimane, un mese, di giorno escono in barca a pescare, la sera cucinano tutti insieme. L’ostello lo puliscono gli ospiti, insieme. Non fanno le grandi pulizie, semplicemente puliscono ciò che hanno sporcato, mettono in ordine dopo aver lavato i piatti, basta poco, ma qui non lo fa nessuno. C’è un senso di casa che qui forse manca, se i nostri ospiti quando il sacchetto della spazzatura in cucina è pieno ammucchiano i rifiuti tutt’intorno senza preoccuparsi di sostituire il sacchetto e mettere quello pieno nel bidone che c’è fuori. E poi scrivono nella recensione che il sacchetto della spazzatura era pieno. I miei colleghi raccolgono la spazzatura una volta al giorno ma ovviamente non basta. L’anno scorso sono stata qui due settimane e ovviamente andavo a buttare la spazzatura quando era piena, ma nessuno lo fa.

Quando vorrò imparare questo lavoro andrò a impararlo da Roar, che è un pescatore imbronciato e burbero come pochi, ma come pochi da queste parti conosce bene cosa voglia dire farti sentire a casa. L’anno scorso sono stata da lui una sera soltanto, ci siamo incrociati solo un attimo, ma quando quest’anno l’ho chiamato per la prima volta nel mio nuovo ruolo di “collega”, mi ha riconosciuta. Non so come. E quando sono andata a trovarlo il mese scorso era come essere a casa mia. Sono arrivata senza preavviso e mi ha dato una delle stanze migliori. Non tutti quelli che vengono su queste isole scelgono di andare a stare da Roar, anche se è il posto più economico che c’è in giro. Molti desistono perché non si può prenotare su internet. Altri perché corre voce che non c’è il wifi (ma non è vero). Altri ancora perché quando arrivi da lui non c’è una reception e lui ti risponde al citofono dicendoti di accomodarti nella sala da pranzo e poi, forse, lui arriverà. Intanto ci penseranno gli altri ospiti ad accoglierti. Quando vorrò imparare davvero come farvi sentire a casa, spazzatura compresa, andrò da Roar ad apprendere l’arte della lentezza e dell’accoglienza. Da un pescatore norvegese che gestisce un ostello in totale solitudine, che ci crediate o no.

[English version]

This morning, still half asleep, I was thinking about the appointments I have already made for the date of my return home. As was always the case in my previous (urban) life, there is a gap of no more than 15 minutes between one appointment and the next one, but now I don’t have a scooter anymore and I have no idea how I can get from one place to another without killing myself. Or perhaps it would be better to say that I risked killing myself every time I hurried on my scooter on the ring road so I would not be late. Now there’s no risk. While I reflected on this crazy plan and considered cancelling all appointments, I made my way to the reception to start my working day.

I have recently started waking up at the very last minute to get to work on time. My room is only a two-minute walk from the reception, and usually, when I wake up, my flatmates are already at work or, if it’s their day off, they are still sleeping, so I get up, take a shower more or less in my sleep, dry my hair while my work mobile starts ringing and I ask the caller to ring again in half an hour, because in order to say if I have space for tonight I need to check if someone booked anything online during the night. This is what happened on that morning at the beginning of July when I was in the garage, folding bed sheets for the day, and the voice of the caller was kind, almost sweet. I told you: I have to check if I have space, can you call me back in a few minutes? And so you did, and you said okay, but I want to stay a few days, not just one night, do you have space for me? And I wasn’t sure but I said, like I say to those with a kind voice, don’t worry, come here, we’ll find a solution. And so you started driving, knowing that the girl on the other end of the phone line had offered some sort of shelter to you and the certainty that, in one way or another, you would have been able to stop there for some time and take some rest. Shelter, this is what I want to be for those who get here.

Holidays are over for most Norwegians, and now the majority of guests are Italians and Spaniards, who don’t call early in the morning to make a booking. The problem with them is just the opposite, they usually come late in the evening for the check-in, without letting me know in advance. So I have to wait for them, and while I wait I usually cook something for dinner in the back of the reception, and you can imagine how surprised a group of young Romans can be when they are welcomed in this theoretically remote village by an Italian girl who is making pasta during the check-in. And while they take their luggage from their car to the hostel she goes around the village with the pot full of pasta to take it home and share it with her flatmates. And then, finally, at ten in the evening, when everyone’s arrived, she goes for a walk to pick blueberries until it gets (almost) dark.

Anyway, having to wait for those who come late in the evening is much better than being woken up early in the morning by the alarming sound of a mobile phone that rings. In May and June, the main holiday season for Norwegians, the first calls usually came at eight o’clock in the morning, when I was fast asleep. I start working at ten, but the phone in the reception is permanently diverted to my work mobile. But how can elderly Norwegians know that, when they call at eight o’clock, having been awake since six-thirty at least, and having patiently waited an hour and a half to call me? I used to answer with my four-word Norwegian phrase: desværre, jeg snakker ikke norsk. I am sorry, I don’t speak Norwegian. And then, feeling too bad for my inadequate language skills, I didn’t say that the reception was closed and I tried, in vain, to help the unfortunate customers with their booking, although in my room I didn’t have the papers with the bookings in front of me and I had to improvise a bit (most of the booking system is paper-based, here).

At the time I lived in an ugly room, which was more or less falling apart, and only had one functioning light bulb. Luckily, there was a lot of natural light then, even late in the evening. I had a bunk bed which was also falling apart, the lower bunk was more or less unusable, so I slept on the upper bunk, and when the phone rang in the night, I would jump off the bed, in my sleep, almost killing myself every time. I have changed rooms for this amongst other reasons and, luckily, I am still in one piece 🙂

Now I have a super small but nice room, again with a bunk bed, and in this case it’s the upper bunk that’s broken. The lower bunk is very small but I sleep well in it. I sleep well also because the phone rings less than before and it usually lets me sleep, except for the other night, when an American guy for whom I had booked a taxi to get to the ferry rang me at five-thirty in the morning as the taxi was not there. In my sleep I rang the taxi driver (as I have already written, there is only one taxi around here, with two taxi drivers, a man and a woman, who work in shifts) who, in his voice which always sounds like he doesn’t love life, reassured me that he was coming. I phoned the American back to reassure him in turn, and it took me two hours to fall asleep again.

During those two hours I thought about my return home and about the life to come, all yet unwritten. I thought about the habits I have lost and those that have changed. I thought about my suitcases. Three months ago, I left Italy with twenty kilos of Italian and Spanish food, which I have eaten in the meantime; a super small Italian coffee machine and an equally small coffee cup, both of which have now inadvertently left the islands on board a bright blue car and are now in Germany; clothes which I specifically bought to use them and destroy them in the tumble dryer, and which seven months of tumble drying have indeed destroyed. I will come back with a suitcase full of gifts received, letters, notes left on my desk, addresses, offers to host me, confessions, hair claws and elastics, winter sleeping bags, thermal shells for beer, stories written on fish-shaped pieces of cardboard, pillows, four socks all of different colours and larger than mine, clothes that an American guy left for me in a parcel in May together with fifty krone he had forgotten to pay, I have no idea who was the girl those clothes belonged to, but they suit me perfectly.

When the tumble dryer destroyed my clothes it was still June and I got really worried. There are no clothes shops here where I could buy new ones. I asked a friend coming from Oslo to buy me a hoodie, maybe. I browsed dozens of e-commerce websites to find out whether they delivered to this remote corner of the world. But then I was too busy, so I gave up and the few clothes that are left are more than enough. Last week I went to a shopping mall for the first time in three months. The shopping mall is in one of the only two places on these islands, both far away from where I live, which may deserve the definition of ‘urban’. The shopping mall was small, and even so it was ugly. I didn’t feel any urge to buy all those things that I had missed during these months. I didn’t have much time, so I bought two bottles of wine for any special occasions that may come up (in this country, wine is only sold in government-owned shops, and the closest is more than one hour drive from my village), and something from the pharmacy, as a real pharmacy also doesn’t exist where I live. In the end I didn’t even check the clothes shops’ display. I wanted to leave that place as quickly as possible and I didn’t need any clothes after all.

I wonder what it will be like to come back. During these months I felt I looked good even if I was wearing the same clothes over and over again, more or less the same clothes I was wearing in Spain in winter (the temperatures are similar). I let go of my coffee machine and I suddenly stopped drinking coffee. Now, if I can, I make myself a cup of tea in the morning as soon as I get to the reception, but it’s not like I need it to wake me up, it’s mostly because I want to dunk my beloved Digestive biscuits. I had very few socks and I didn’t know where to buy new ones, then I bought them and immediately lost them, as above, in the bright blue car. Now, whenever I run out of socks, I wear the odd ones that were left to me in return for my coffee machine. Giving those odd socks a new reason to exist makes me feel better.

This morning I arrived in reception and from far away I saw a crowd of thirty teenagers and a heap of backpacks by the door. It was ten in the morning and the patient guides of the group had already been working for hours. I got to the reception still half asleep, without my glasses that I had forgotten on the reception desk the night before. While I was sleeping, the teenagers and their guides had already packed the tents they had spent the night in and were getting ready for a hike around the lake, from where they’ll return covered in mud at least up to the knees, ready to bring all that mud to the cabins where they will sleep tonight, and which my colleagues have just finished cleaning top to bottom, although in cases like these it wouldn’t be worth doing that so well. The thirty teenagers are French and are here on a three-week trip organised for the employees of an unspecified financial services company. They are one of six such groups staying with us this summer, and although organising their booking and their stay has been a logistical nightmare, now that they’re here their guides are super nice and the kids themselves help me prepare the bags with the bed sheets for the cabins where they will stay.

So, this morning the reception seemed to be inaccessible. I made my way through backpacks and massive trolleys to get to the door. When I saw the heap of luggage I laughed in my head as I recalled that in July someone had told me they had seen a group of French teenagers dragging their trolleys down the slopes around the lake by the bigger village two kilometres from here. It was another group from the same agency and, imagining the trolleys rolling down the slope, I thought about the mothers who had packed them so neatly, having no idea what the terrain would be like where their kids were going. The trolleys, anyway, are still in one piece, and the kids seem to be having a very good time.

I entered the reception, found my glasses and the crowd immediately filled the narrow space between my desk and the door. No one knew who the first in the queue was. One of the guides from the French group, with dreadlocks and a microguitar, had a problem with a Norwegian sim card bought in Oslo, which didn’t work. I lent him my phone, he called the customer service but they told him they couldn’t help him, but Google could. A German fisherman absolutely wanted to pay for his stay, although he was only going to leave in the evening. In the course of the ten days he’d been here, I’d seen this man a few times, invariably at ten o’clock in the morning. The reception opens at ten, but I often arrive at five past ten, ten past ten, also because very often the work mobile rings when I’m drying my hair. The morning of his arrival, the German fisherman was waiting at the reception at ten o’clock, although, coming here every year, he knew he was supposed to check-in from two in the afternoon, and two minutes past ten he called me on the phone: Rezeption ist zu, reception is closed. Yes, I’m coming, I’m coming, I said. He only comes here at ten and then disappears. Meanwhile, outside the door an unannounced minibus was making its way between the French group and their luggage. My colleague arrived and asked: what’s going on here? I have no idea, I said, and I left the French guide and the German fisherman in the reception to go outside and have a look. But they also got out to see and wait for me patiently.

A woman perfectly dressed in hiking clothes elbowed her way through the crowd and stood by the reception desk. I was still outside and asked her, in Italian, to wait outside with the others. She was Italian, like many others who are coming here these days. Many of them I meet and welcome with all sorts of advice, information, addresses and chatter. The woman, however, had not uttered a single word, and I have no idea what made me think she was Italian, and she was indeed. Anyway, it doesn’t matter. What’s important is that in moments of chaos in reception, nothing annoys me more than those who try to jump the queue or who are simply in a hurry; of those who ask too many questions in a row without giving me the time to answer them. Americans usually come to see me with a list of questions, a numbered list sometimes. While I do the check-in they overwhelm me with questions. I love answering them, of course, but I hate having to answer them quickly. I would love to tell you about this place, if we have time, if you give me some time. A few days ago a French guy who was impatient to talk to me (he wasn’t even a guest in the hostel, and I try to help everyone even if they’re not guests, if I can, but please, slow down!) interrupted everything that was going on in the reception to ask me where he could rent a bike. He said he couldn’t wait until I was finished. But we don’t perform open-hearted surgery, like one of my dearest colleagues in my old job in Rome used to say, and that’s even more the case as we are in a tourist site. And even more the case if outside the sun is shining and waiting for a couple of minutes won’t be a tragedy.

And today the sun is shining but the woman didn’t want to wait. I asked her to wait in line and be patient but she didn’t want to, she wanted the tickets for the museum, which, what is more, she has to get at the shop, not here. She left and I was mortified that I had treated her badly, or less well than I wanted. But the others stayed and slowly everything else was resolved, everything was done, even if I forgot to check what the minibus was there for. Luckily, I found out in the afternoon that someone else had taken care of that. Luckily I found out over the past weeks that I am not indispensable. Luckily, because I am so tired… happy about this job, but tired as hell, there are too many people in this place, too many people for this place. Mass tourism, seen through my own eyes here, is a monster that scares me. From tomorrow I will travel even slower, as slow as I’ve ever travelled.

If I could, I would do the same as Roar, the owner of the hostel a hundred kilometres from here. He only takes bookings over the phone, only payments in cash, no credit card details to book a room. He trusts people. Sometimes people who had made a booking don’t show up, but he doesn’t kill himself to fill up all available beds every night. He works on his own, and when he’s tired, he says that’s enough and pretends he has no more beds or rooms. Many who come every year and spend their whole summer holidays on these islands go and stay at his hostel. Yes, there are also some who only spend one night there, but usually they won’t be really welcome. Many stay there three weeks, one month, during the day they go fishing on a boat, and in the evening they all cook together what they fished. It’s the guests who clean the hostel, all together. They don’t do much big cleaning, they simply clean what they used, they wash up and tidy up the kitchen after dinner, it’s very simple, but people are not doing that here where I work. There’s a feeling of being at home that our guests lack where I work. When the rubbish bin in the kitchen gets full, our guests pile up the rubbish all around the bin, instead of taking a new bag (that we provide) and placing the full one in the bigger container outside the hostel. And then they complain in the hostel reviews that the rubbish bin was full. My colleagues collect the garbage every day, once a day, but that’s obviously not enough. Last year I stayed here two weeks as a tourist, and I felt compelled to replace the rubbish bag in the hostel kitchen when it was full, but no one does that.

When I’ll be ready to really learn this job I’ll go and learn it from Roar, the grumpiest fisherman around, who in spite of his grumpiness knows very well how to make you feel at home. Last year I only stayed one night at his hostel, and we met very briefly, but when I first rang him this year in my new role as his “colleague”, he immediately recognised me. I have no idea how. And when last month I went to visit him, I felt like being at home. I arrived unannounced and he gave me one of the best rooms. Although his hostel is the cheapest place around here, not so many of those who come to these islands choose to stay at Roar’s hostel. Many give up because you cannot book online. Others don’t want to stay there because they hear that there is no wifi (but it’s not true). Others don’t like it because when you arrive there is no hostel reception and he answers through the intercom telling you to wait in the dining room, and he will show up at some point. In the meantime, the other guests will welcome you. When I really want to learn how to make you feel at home, rubbish included, I will ask Roar to teach me the art of working slowly and of making people feel welcome. Believe me or not, I will ask a grumpy Norwegian fisherman who runs a hostel on his own.

2 pensieri su “Fate piano.

  1. “Ho voglia di raccontarvi questo posto, se ne abbiamo il tempo, se me ne date il tempo.”
    Ciao Giulia. Ho conosciuto il tuo blog cercando storie di viaggi su queste isole, isole che ho intenzione di girare a piedi e in tenda a luglio. Leggere il tuo blog (sì, l’ho letto tutto) mi ha fatta appassionare ancora di più a questo luogo e all’idea di viaggio che condividiamo. Non sono riuscita a trovare un modo migliore per contattarti e magari non ne hai voglia, magari non hai tempo, magari sì, io te lo dico lo stesso che mi faresti un regalo a condividere con me un po’ di consigli/impressioni/qualsiasicosa per assaporare al meglio la magia di questo luogo, visto che non potrò passarci molto tempo. Sono mesi che cerco su internet e la cosa più “genuina” e utile che ho trovato è stata la guida di Cody Duncan (che da quello che ho capito conosci). Grazie ad essa ho più o meno organizzato il mio giro. Insomma, se ti va di raccontarmi un po’ questo posto io ti aspetto. Complimenti per la tua scrittura e le fotografie.
    Rachele.

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