Sopra le montagne, laggiù sulla terraferma, dall’altra parte del mare, sta sorgendo rapida una luna enorme. Sorge e attraversa sfacciata il tramonto che in questa sera senza nuvole è “solo” un rosa uniforme che avvolge per un’ora il mare e una striscia di cielo. Sulla strada principale tutti si sono fermati ad ammirarla e a fotografarla, anche se a scattare una foto decente alla luna non ci si riesce. Una coppia che ha attrezzato la macchina per dormire in un angoletto a bordo strada guarda questa luna incredibile direttamente dai sacchi a pelo. Hanno un sorriso che non finisce più. E forse ho lo stesso sorriso anche io, che sono in fuga dal villaggio per una piccola passeggiata serale sperando che nessuno abbia bisogno di me e mi chiami. Illusione passeggera, un quarto d’ora e devo tornare indietro, richiamata all’ordine da una coppia italiana che si è persa, da un ragazzo tedesco tornato infangato e quindi bisognoso di gettoni per la lavatrice dall’escursione che gli ho consigliato, e da una ragazza che è appena arrivata e sembra triste come poche nonostante il post-it che le avevo lasciato sulla porta con tutte le istruzioni del caso.

La stessa luna l’avevamo vista all’una di notte in una sera di giugno con il mio collega polacco che ora è tornato a casa e che all’epoca era appena arrivato qui. Ora lo stesso tramonto è alle nove, nove e mezza di sera. Le giornate si stanno accorciando precipitosamente. L’altro collega polacco, che viene qui tutte le estati da nove anni, mi aveva detto già da settimane che ormai perdiamo quindici minuti di luce al giorno. Non so come sia possibile, non credo sia possibile, perché altrimenti saremmo arrivati già a livelli di oscurità quasi invernali. Però sì, è vero, fa buio ogni giorno sensibilmente prima, e si vede, ma si sente, anche.

Si sente nella routine e nelle abitudini di tutti noi che siamo qui da inizio maggio, o inizio giugno, e tra qualche settimana, o tra qualche giorno, ce ne andremo. Si dorme lo stesso, dicevo a chi mi chiedeva come si vive con il sole di mezzanotte, ma non è vero, e me ne accorgo ora.

In quella stagione, spesso a mezzanotte iniziavamo a cucinare la cena, iniziavamo un’escursione a piedi o una gita in macchina. Spesso a mezzanotte prendevo il computer e stappavo una birra e mi mettevo a scrivere una storia. Spesso all’una e mezza, le due di notte, uscivo dalla mia tana nel retro della reception e andavo al lago o alla scogliera. A volte ci siamo andati alle tre, o alle quattro, alla scogliera. Ci siamo rimasti anche fino alle cinque, in una notte di luglio, con le coperte e i raggi del sole ri-sorto a scaldarci per bene. È così che la mattina, combattendo col telefono che invece era insonne, cercavo di dormire fino all’ultimo momento utile prima di andare in reception.

C’è ancora molta più luce di quella che c’è oggi a casa, nei nostri paesi d’origine. Non fa mai veramente buio neanche adesso. Ma c’è qualcosa che ci fa venire il magone, che ci fa sentire di avere le batterie scariche e la valigia mezza pronta per andar via. Ogni sera mi dico che stasera finirò di lavorare un po’ prima e riuscirò a salire sulla montagna a sinistra del lago. Se sono rapida ci vogliono tre ore ad andare e tornare. Devo finire di lavorare molto presto per andarci prima che faccia buio. Ogni sera ovviamente c’è una cosa diversa da risolvere e ovviamente non faccio in tempo. Ogni sera fa buio un po’ prima e ogni sera si accorcia il tempo che ho a disposizione. E ci sono troppi posti che non ho visto, qui.

Li ho visti e letti nei racconti dei tanti escursionisti entusiasti che hanno percorso i sentieri e poi a fine giornata hanno bussato alla reception coperti di fango per dirmi che sono tornati sani e salvi, stanchi, ma felici. Su suggerimento di France, che viene dal Canada e che a 69 anni gira l’Europa da sola in bicicletta, un paio di mesi fa abbiamo inaugurato un libro delle escursioni dove ognuno può raccontare nella propria lingua la propria esperienza sui sentieri delle isole. È consentito anche maledire la receptionist che li ha mandati in un posto troppo difficile per loro. Anche se a dire la verità io sono fin troppo cauta nei miei suggerimenti, faccio la predica a tutti, ce le avete le scarpe da trekking? Quelle da ginnastica non vanno bene, e poi guardate che ci sono punti ripidi, esposti e fangosi attrezzati con corde e con funi di metallo, e poi no, quell’escursione famosa non si può fare, è vietata, è pericolosa anche se alcune guide dicono che è una semplice passeggiata per famiglie che porta a un belvedere, lascia perdere che su instagram c’è uno (anzi cento) che ci è andato tre giorni fa in barba al giusto divieto.

Certe volte nei momenti tranquilli mi perdo nella lettura dei racconti che gli ospiti ci hanno lasciato in fiammingo, in bretone, in tedesco, in italiano, in francese, e finalmente anche in cinese. Non lo so leggere il racconto in cinese, ma me lo ha tradotto colui che lo ha scritto, il signore cinese portato qui in vacanza con la moglie dal figlio che già conosceva le isole. Diversamente da tanti viaggiatori fugaci, loro si sono fermati qui per quasi dieci giorni. Il padre, sempre uguale col cappello per il sole e il piumino per il freddo, si affacciava in reception un giorno sì e uno no per chiedere i gettoni per la doccia. Prima di entrare guardava dentro e bussava, poi si scusava per il suo inglese senza che ce ne fosse motivo, e gentile, gentile, mi chiedeva i gettoni.

Oggi il signore cinese è venuto a salutarmi e a ringraziarmi e mi ha sorpresa dicendo che voleva scrivere sul libro delle escursioni. Poi mi ha letto pian piano quello che ha scritto, anche se in inglese non sapeva tutte le parole, e io in cinese non ho imparato a dire neanche grazie, in questo posto in cui circa il venti per cento della clientela, secondo le mie stime, viene da Cina, Taiwan e Hong Kong.

Prima di partire farò una foto a ogni pagina di questo libro bellissimo. Il libro mi consola, in fondo molti hanno fatto queste escursioni grazie alle informazioni che dispenso ormai come un robot disegnando sulla mappa fornita dall’ufficio del turismo. Ufficio che si guarda bene dal fornire informazioni sulle escursioni, stando a quel che mi viene riferito. Come era successo a me nei fiordi islandesi l’anno scorso, anche qui i visitatori vengono riempiti di informazioni su ristoranti e gite a pagamento, ma quando chiedono quali sono i sentieri e come percorrerli, vengono invitati a comprare la guida e studiarsela da soli. Perché camminare è gratis, non ci guadagna nessuno. L’ufficio del turismo non è un servizio pubblico, si occupa solo di portare acqua (soldi) al mulino delle aziende del settore. Esistono dei manifesti che illustrano ai turisti dieci norme di buon senso, ma tutt’altro che ovvie in certi casi direi, da rispettare per non danneggiare la natura e il paesaggio. Sono riuscita ad averne una copia da affiggere in reception solo a inizio agosto, e per vie traverse. Avrebbero dovuto mandarcene una da affiggere in ogni casa e in ogni stanza, e invece dell’esistenza di questo manifesto sono venuta a conoscenza solo grazie al mio cazzeggio su Facebook.

Mi pare incredibile di non essere riuscita a fare che qualcuna delle escursioni che avevo voglia di fare. Con tutto il lavoro che ho, e senza macchina, molti posti sono al di fuori dalla mia portata. Peccato, perché l’estate è stata bellissima, poca pioggia, diversamente dall’anno scorso quando avevo passato qui due settimane chiusa in ostello perché fuori il tempo era terribile. Il mio capo dice che dobbiamo sbrigarci a fare una gita, perché il bel tempo è adesso. Lei vive qui da tanti anni e la sua affermazione mi preoccupa. Temo la pioggia e il freddo da un momento all’altro. Poi magari durerà, il bel tempo, lo spero, e il lavoro andrà scemando in queste ultime settimane. Lo spero, ho lasciato troppi pensieri a metà lungo questi sentieri. Ho bisogno di andarci da sola e riprendere il contatto con queste montagne. Che non siano solo nomi di posti che racconto ma che in qualche caso non ho mai visto.

Un pomeriggio della settimana scorsa mi sono fatta sostituire in reception e sono scappata su per la montagna alle cinque di pomeriggio per tornare al rifugio dov’ero stata per la prima volta qualche giorno prima con gli amici romani in visita. Quella prima volta non potevo credere di non esserci mai stata. Ci sono mille laghi e mille cascate su mille piani diversi, laghi piccoli come paludi costellate di strani fiori bianchi, e laghi grandi e scuri circondati da pareti di granito che chissà se si possono scalare. Ci sono tornata da sola, correndo, mentre tutti scendevano, tutti tranne quelli con gli zaini grandi, che andavano su ad accamparsi per la notte o a dormire al rifugio. Dopo un po’ ho sbagliato strada per un attimo e tornata sul sentiero principale ero rimasta sola. Finalmente sola. Non mi capita spesso in questi mesi di lavoro in cui devo parlare così tanto che ormai odio la mia voce. Due salite e due discese prima dell’arrivo al rifugio ho preso la cresta affilata a destra del Djupfjorden, un nome che vuol dire fiordo profondo, e alle nove meno un quarto ero in cima. Sopra il mare una nuvola rosa enorme, che mi ha fatto compagnia per lunga parte della discesa, che ho percorso ancor di più correndo, felice e assolutamente sola, accompagnata dal suono delle cascate e incurante del fango in cui si è trasformato il sentiero e in cui sono finita, io che sono piccola, fin sopra le ginocchia.

Da quando ho scoperto questa cresta che per me non ha nome e che sulla guida delle escursioni non c’è, vorrei tornarci ogni sera. Qui e in ogni altro posto che ancora non ho visto. Ogni sera mi domando cosa ci faccio qui nel villaggio, ma è quasi sempre troppo tardi per andare a camminare, e allora mi butto sotto le coperte anche molto presto. L’altra notte, dopo essere andata a dormire alle dieci, mi sono alzata verso mezzanotte in preda alla sete e ho incontrato in cucina, nelle mie stesse condizioni, un coinquilino con cui a maggio si cenava all’una di notte e che stavolta era crollato dal sonno anche lui in prima serata. Lui si era svegliato perché aveva fame e si era messo a cucinare. Mi ha portata a guardare il cielo dalla finestra dell’ingresso, da quella parte è buio, è inverno, mi ha detto. Poi mi ha portata alla finestra del soggiorno, quella dove lui e gli altri ragazzi si siedono col computer perché è l’unico punto della casa in cui si becca il wifi dell’ostello. Da questa parte è ancora cielo d’estate, il cielo che per mesi ci ha tenuti svegli fino allo sfinimento. A quanto pare questo villaggio d’inverno è particolarmente buio, perché ci sono le montagne a fare da schermo. A quanto pare d’inverno in questo villaggio vivono soltanto sessanta persone, quasi tutte nelle case protese verso il mare, dove forse c’è un pochino più luce.

Mi hanno raccontato che il momento in cui questo posto si spopola arriva da un giorno all’altro. Guardando le prenotazioni credo potrebbe avvenire da qui a quattro-cinque giorni. Si spopola di turisti prima di tutto. Il mio maledetto telefono squilla molto meno, ormai, e ho più tempo da dedicare a ciascuno degli arrivi, tempo per pensare a qual è la stanza migliore per ciascuno, tempo per telefonare alla ragazza tedesca in arrivo col traghetto da sola in macchina e chiederle di dare un passaggio ad altre due ragazze che alloggeranno in una delle nostre case. Ha funzionato, e le ragazze sono arrivate a casa comode, come mi ha raccontato il mio capo, che le ha accolte contenta e ha appreso del passaggio rimediato dal traghetto come si trattasse di una coincidenza e senza sapere che c’ero di mezzo io. Sono così felice di avere meno ospiti e più tempo da dedicare a ciascuno, anche se le energie ormai sono al lumicino. Ma gran parte degli ospiti lo capiscono, ringraziano, e apprezzano lo stesso, eccezion fatta per la ragazza imbronciata di ieri sera.

Intanto i riflettori stanno per spegnersi su questa stagione. O, meglio, è il contrario, le luci si accendono la sera nelle case in cui prima non ce n’era bisogno. Una sera sono uscita dalla mia “tana” abbastanza tardi e mi sono stupita di trovare luci accese intorno a me quasi in tutto il villaggio. C’è una piccola luce che illumina anche la porta dell’ostello, non me n’ero mai accorta. In fondo il villaggio sembra più vivo, a tarda sera, con le luci accese. Certe case paiono bellissime, tutte illuminate, con le finestre grandi. Pare che tutti, già adesso, la sera, accendano tutte le luci di casa come per non vedere il buio che sta arrivando. Al tempo del sole di mezzanotte avevi la sensazione surreale di attraversare in pieno giorno un posto del tutto disabitato. Solo che erano le due, le tre di notte. Ora le luci nelle case mi rassicurano che c’è ancora qualcuno, qui. Credo che il giorno in cui quelle luci si spegneranno, una ad una, sarò già andata via. Non so cosa desiderare, se poter riavere per un giorno questo posto quasi solo per me. Come a maggio, quando ancora non avevamo riaperto alcuni edifici chiusi per l’inverno, e una volta, alle quattro del mattino, ero rimasta chiusa, causa porta difettosa, dentro una casa in cui ero andata a chiudere le finestre prima dell’arrivo degli ospiti previsto per l’alba, e avevo temuto di rimanere prigioniera lì dentro perché in giro non c’era nessuno.

Mai prima d’ora avevo compreso il significato della parola “stagione”. In questo anno confuso in cui il mio inverno spagnolo è stato quasi più caldo di questa estate norvegese. E in cui tornerò indietro bisognosa di sole e di mare proprio mentre tutti tornano al lavoro e forse il bel tempo lascia il posto all’autunno. In questo posto la “stagione” dura troppo poco. Non avevamo neanche cominciato, abbiamo corso come matti per fare tutto il lavoro, tenendo insieme i pezzi a volte non so come, abbiamo accolto migliaia di persone, mi piacerebbe tanto avere il tempo di contare quante, ma avrei dovuto pensarci prima. Abbiamo appena cominciato e la corsa si avvia al termine, si avvicina la quiete e una stagione diversa. Per questo posto, e per me. Chissà.

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