Le sei del mattino. Quest’isola, ormai la mia isola, non è mai stata così bella.

L’avevo vista poche volte, nella luce delle sei del mattino, che poi non è la stessa luce delle sei delle mattine di maggio in cui qualche volta, nel fine settimana, quando l’autobus delle sei e trenta non era in servizio, avevo accompagnato al traghetto una coppia di tedeschi che poi avevano scritto nella recensione parole fin troppo gentili su di me, e un’altra volta due scozzesi che mi avevano scambiata per spagnola, e l’architetto uruguayo che per due settimane era stato mio compagno di cene nella mia prima stanza sgangherata, di pranzi quasi rubati nella cucina dell’ostello mentre facevo le pulizie, di missioni notturne per recuperare ospiti rimasti bloccati da una frana e da un traghetto guasto, e di escursioni anch’esse notturne sulla montagna su cui dicevo a tutti di non salire (e avevo ragione).

Maggio, bassa stagione come adesso, come adesso solo uno o due traghetti al giorno in arrivo nel microscopico porto a quattro chilometri e mezzo da noi, e non troppo lavoro, o meglio, tantissimo anche allora, perché avevo tanto da imparare, questo lavoro l’ho imparato da zero in questi mesi, ma insomma alla porta della reception non bussava così tanta gente, e il carico di lavoro mi permetteva anche di alzarmi alle sei, portare gente al traghetto e tornare a dormire altre tre ore. Per fortuna è iniziata presto l’alta stagione con il suo delirio, in realtà, per fortuna perché non mi ero accorta che interrompere il sonno alla lunga mi avrebbe uccisa, e ho imparato a prendermi cura di me stessa e rivolgermi al taxi per far accompagnare gli ospiti al primo traghetto della mattina.

Le sei del mattino, e questa volta sono io ad andare via, dopo quattro mesi esatti trascorsi in questo microcosmo, un villaggio di sessanta abitanti e i due villaggi accanto, niente più, le case dei pescatori rosse e quelle gialle, due piccoli supermercati, un negozio, una panetteria, due ristoranti, un molo per i traghetti, due musei, una strada sola e molte montagne e molti laghi e molti frutti di bosco che ho imparato a cercare, riconoscere, trovare e amare.

Una settimana fa ho preso un giorno di vacanza e ho noleggiato una macchina. L’autonoleggio di qui non appartiene alle grandi catene internazionali del settore. È un privato il cui ufficio è una casupola a forma di automobile, e sta proprio accanto al molo del traghetto. Quando ho noleggiato la macchina il proprietario dell’autonoleggio è venuto a prendermi in reception per risparmiarmi il viaggio a piedi fino al suo ufficio. Era solo la seconda volta che ci incontravamo di persona. Però, come con tanti altri, le telefonate erano continue, ce l’hai una macchina con cambio automatico per stasera, che ho degli ospiti che vorrebbero andare a vedere il sole di mezzanotte? Le telefonate erano continue e certe sere mi richiamava lui quando finiva di lavorare per rispondere a tutte le mie richieste e sembrava ormai un amico. Mentre la sua bimba gli piangeva in braccio ci raccontavamo stanchezza e preoccupazioni, e lui mi raccontava del vento che certi giorni sembrava voler spazzare via la sua casupola, ancora più piccola della mia reception. L’altro giorno, presa la macchina a noleggio per la mia vacanza di ventiquattr’ore, dal suo ufficio ho imboccato la strada nella direzione opposta a quella che mi avrebbe riportata al villaggio, e mi sono resa conto che da più di tre settimane non mi allontanavo dal villaggio per più di cinque chilometri, da più di tre settimane il confine del mondo per me era quel molo a un’ora a piedi o dieci minuti di macchina da casa.

Ho vissuto quattro mesi in un microcosmo così, con una routine di lavoro e orari sempre uguale sette giorni su sette, praticamente senza macchina perché la macchina del lavoro è vecchissima e piena di roba per fare le pulizie, senza prelievi al bancomat, senza wifi a casa, senza cinema, senza shopping, senza locali (il ristorante sarebbe anche bar, ma non è la stessa cosa, e pare ci sia un pub nel villaggio vicino, ma non l’ho mai visto), senza verdure buone (la verdura è così finta che le cipolle non fanno piangere quando le tagli) e senza fette di carne, con un lavoro in cui quasi tutto è cartaceo e il computer risale a una decina d’anni fa, con un cellulare di servizio anch’esso d’epoca (ma meno male, altrimenti per quanto squilla, la batteria di uno smartphone non durerebbe mezz’ora), e con case e scogliera come luoghi di ritrovo, e montagne bellissime come unica, meravigliosa distrazione.

Avrei voluto accomiatarmi per bene dalla mia isola, ma non sapevo bene come. Nell’ultima sera prevista di bel tempo sono scappata dal lavoro un po’ prima, con il cellulare che continuava a squillare e il mio collega che voleva riposare e invece doveva correre avanti e indietro dalla reception per rimpiazzarmi, e sono salita ancora una volta sulla montagna che sovrasta il paese per un’ultima caccia ai frutti di bosco più belli che ho conosciuto qui. Sono scesa dalla montagna prima di arrivare in vetta, compiuta la missione frutti di bosco non avevo voglia né bisogno di affrontare il pezzo peggiore della discesa al buio, con la lampada frontale. Sono scesa che ancora c’era un po’ di luce. Il cielo era sereno e mi sono seduta su un sasso in riva al lago superiore, un quarto d’ora a piedi dal parcheggio, ad aspettare il buio. Dopo quattro mesi di sentieri di fango, il mio scarpone destro, che era nuovo quando sono arrivata, ha ceduto da qualche parte, e adesso imbarca acqua e fango a ogni escursione (il terreno non è mai asciutto). Faceva davvero freddo con lo scarpone pieno d’acqua, ma ho continuato ad aspettare, e man mano che il cielo iniziava a farsi scuro l’ho vista di nuovo, sfacciata, l’aurora, così viva da fare la sua comparsa ancor prima del buio, e io sola, con il piede quasi ghiacciato, sulle rive di questo lago circondato da un anfiteatro di bellissime montagne. Non c’era nessun altro, solo io, questo paesaggio, e l’aurora. E se ci fosse stato qualcuno non avrei saputo comunque che dire.

Era uno spettacolo che non avrei voluto mai dover lasciare, ma ho dovuto farlo, dopo un po’, prima che sopraggiungesse una specie di ipotermia. Sono tornata a casa a prendere calze e scarpe asciutte e sono andata alla scogliera, intanto il buio si era fatto assoluto e anche lì ero sola, però l’aurora, per quanto comunque bella, intanto si era fatta molto più fioca. Non è vero che l’aurora si vede ogni volta che è buio e che il cielo è terso, mi ha spiegato il mio capo. Sei stata fortunata, mi ha detto. È stato l’ultimo dono di tanti che queste isole mi hanno fatto, queste isole che già due volte in due anni mi hanno salvato la vita, mi hanno fatta rinascere.

Alle sei di stamattina, in una luce incredibile, ho lasciato la mia casa che mi ha dato gioie e dolori, la reception che è stata la mia tana e la mia prigione, e l’ostello e le nostre case che in questi mesi hanno ospitato tante persone che porterò nel mio cuore e anche alcune che mi hanno dato qualche dispiacere. Ieri sera, complice una bella cena di arrivederci-addio, non ho avuto tempo di fare il giro che avrei voluto, scogliera, lago, molo, ostello, case. Alle sei di stamattina, abusando della pazienza del mio collega che si era svegliato apposta per accompagnarmi, di corsa mi sono affacciata un’ultima volta in uno degli edifici dell’ostello, quello già chiuso per bassa stagione. C’erano ancora gli strofinacci stesi ad asciugare in cucina, ma per il resto non c’era più il solito caos di pentole e piatti ad asciugare e di lattine e bottiglie da differenziare accanto alla spazzatura. Non c’è più nessuno, neanche le riviste ammucchiate, nella sala da pranzo in cui ho ricordi di cene di mezzanotte a giugno con la luce del giorno, carbonare di fine stagione mentre fuori è già buio, partite degli europei da guardare con una tazza di tè perché dopo dobbiamo guidare per andare a vedere il sole di mezzanotte.

Non ho fatto in tempo a salutare nessun altro posto, ma mi è bastato l’ostello vuoto, come una scenografia di cartone senza più odori di cibo di ogni parte del mondo e di scarponi bagnati. Ho richiuso la porta e con la mia valigia piena delle mie marmellate imballate in un cuscino mi sono fatta accompagnare al traghetto. Era tardi e sono stata quasi l’ultima a salire a bordo. Ripercorrendo i corridoi della piccola nave mi sono ricordata chi ero e come stavo quando sono arrivata qui. Ero piena di antibiotici per un mal di denti che non era tale, e mi ero dimenticata di prendere le pillole per il mal di mare. Avevo trascorso tutto il viaggio chiacchierando con tre ragazzi tedeschi e cercando invano al contempo di dissimulare un violento mal di stomaco, fino a che, poco prima dell’arrivo, qualcuno aveva iniziato a gridare scorgendo le orche che nuotavano non lontano dal porto. E tutti, anche io con lo stomaco a pezzi, ci eravamo precipitati alla finestra a guardare. Da quel giorno non le ho mai più viste, le orche, ma almeno a chi mi domandava in reception se fosse possibile vederle, potevo rispondere sì, magari tra conati di vomito sul traghetto, insomma non necessariamente in una costosissima gita in barca, ma sì, le orche ci sono. E anche le navi baleniere, se è per questo.

Sono passati esattamente quattro mesi da quel giorno in cui mi apprestavo a iniziare una nuova vita senza riuscire a immaginarla. La tua vita sull’ottovolante, mi aveva detto un amico pochi giorni prima, ascoltando la breve storia delle mie delusioni e della nuova occasione che mi si era improvvisamente presentata davanti. Le innumerevoli diverse vite che sembri aver già vissuto mentre molti altri ne stanno vivendo una sola, mi ha detto ultimamente un altro amico che non sentivo da tempo. Questa mattina, mentre il traghetto lasciava il porto, come lo scorso anno ho guardato le isole con occhi diversi da quelli che avevo quando sono arrivata. Occhi mai così diversi. Nuove vite che ho incrociato, e una nuova me stessa, forse ancora tutta da inventare. L’anno scorso, dal traghetto che andava via riconoscevo i villaggi in cui avevo incontrato nuovi amici e preso nuove abitudini. Quest’anno, oltre ai villaggi, riconosco una ad una le montagne, immagino i frutti di bosco preziosi e solitari rimasti sui pendii a cui non sono arrivata, e che forse nessuno raccoglierà. Se riscrivessi questa storia certamente cercherei il modo di prendermi più tempo per me, per le montagne e per le persone che, sommersa di lavoro, ho avuto poco tempo per conoscere.

Sbarcata sulla terraferma e giunta in aeroporto, sono in un mondo che è quindici anni più “nuovo” del mio microcosmo in cui ho vissuto. Prima di prendere il volo ho telefonato all’autonoleggio e all’ostello del mio “collega” Roar. Si sono stupiti che non chiamassi per un’ultima prenotazione, ma solo per salutarli e ringraziarli perché, da lontano, dai margini del mio microcosmo, mi sono stati amici. Penso con stupore alla vita che ho vissuto in questi mesi, di giorno in giorno, senza mai fare programmi e senza immaginare come sarebbe stato domani. Stasera farà buio molto più presto e le domande sul futuro mi faranno visita, come già tante volte è successo in queste settimane. Ma ricordare questo stupore basta a non farsi poi tante domande. La vita che sarà mi verrà spontaneamente incontro, come già è accaduto. Basta farsi trovare pronti.

2 pensieri su “Ha det bra!

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