[English below]

Sono ripartita da casa tre settimane e circa tremila chilometri fa. Ero talmente stanca, sciupata e malaticcia che mentre rifacevo pigramente la valigia e caricavo le mie cose in macchina mi sono domandata parecchie volte chi me lo facesse fare. Sarebbe stato sicuramente meglio riposare ancora, dopo i quattro faticosissimi mesi di lavoro estivo ininterrotto, e infatti ancora per una decina di giorni dopo la mia partenza ho avuto malanni vari a giorni alterni e batterie praticamente scariche. Ciò nonostante, pian piano e spesso in buona compagnia, sono riuscita ad arrivare parecchio lontano, a farmi accogliere da braccia amiche, care e molto care, in posti vecchi e ritrovati e in posti che ancora non conoscevo.

Mentre pedalo su una bicicletta col sellino troppo alto per un’italiana “diversamente alta” (cit.) come me, in un posto che ha la tangenziale per le bici, senza semafori e immersa nel verde, mi accorgo che, col passare dei giorni, il senso del mio viaggiare si fa di nuovo chiaro. Belle le piazze e le strade e le cattedrali e i caffè e i cieli e le foreste, ma non è per fare la turista che mi sono rimessa in viaggio. Una volta ritrovato il giusto passo, il viaggio torna ad essere ricerca, e negli ultimi sette giorni mi pare siano passate sotto il mio naso sette possibili vite o più.

Cosa ne farò della mia libertà ancora non lo so. Confesso che avere avanti a sé una moltitudine di strade e una serenità un po’ arrabattata e acciaccata, ma di cui apprezzo appieno il valore per quanto ho faticato per raggiungerla, è altrettanto faticoso e complicato quanto non avere scelta. In che lingua parlerò con i miei vicini di casa da qui a tre mesi? A che ora farà buio nel mio cielo? Ci vorranno sciarpa, guanti e cappello anche all’ora di pranzo, o potrò andare anche a prendere il sole in riva al mare in pieno inverno? Che sapore avranno il caffè, il pane, la birra, la frutta comprati sotto casa? Per cosa mi sveglierò ogni mattina?

Ancora non ho risposte. Proposte e idee, invece, non mancano e l’immaginazione non scarseggia affatto.

Le lezioni apprese in questi primi nove mesi “nomadi” sono tante e soprattutto amare. La più importante e più amara è che il paradiso come ce lo sogniamo non esiste da nessuna parte. Che condizioni di lavoro di merda, zero rispetto dell’ambiente (tanto più di un ecosistema fragile) e una profonda xenofobia possono esistere anche in paesi che crediamo più civili del nostro. Che il piccolo villaggio immerso nella natura e circondato da monti solcati da cascate e coperti di frutti di bosco meravigliosi può nascondere, a guardarlo bene, una società gretta e depressa in cui non c’è motivo per vivere. E che puoi abitare in una “casa ecologica” fatta col fango e la paglia e alimentata solo con fonti rinnovabili, ma se poi vai a fare la spesa al Carrefour a botta di 150 euro a settimana e vivi la tua vita solo in funzione di ciò che posterai su Facebook, non sei diverso dal te stesso che eri quando abitavi in città.

Una ragione in più per ricordarmi che il viaggio vero è quello nella natura umana. Ultimamente ho ascoltato Andrea Segre raccontare il viaggio “come scelta di cambiamento, di scoperta dell’altro e di se stesso attraverso l’altro”. Niente di più vero. Ora che sono di nuovo davvero in viaggio, la crescita e l’apprendimento, anche in quei giorni in cui mi sembra di non star facendo niente, si fanno più rapidi e si fa più rapido il desiderio di ciò che non conosco ancora, e di ciò che questo ignoto mi porterà. Se sono arrivata fino a qui, chissà quanta strada posso ancora fare. Senza fretta, ma senza aspettare che la strada giusta mi venga a cercare.

Per ora ho imparato che, a guardarla da vicino, la bellezza è spesso un’illusione. Ma sono fiduciosa in quella bellezza che ancora non conosco, e che forse mi troverò davanti proprio la prossima volta che prenderò la bici per andare a fare un giro prima del tramonto.

[English version]

Today it’s three weeks since I left my hometown once again. Three weeks and 3,000km, more or less. I was so tired and in poor health when I left, that while I slowly packed my stuff and put it in the car, I wondered many times why I was doing it, and why so early. It would have been better, for sure, to rest a few more days at home, having spent the previous four months working restlessly. And unsurprisingly, I was still sort of ill and on very low battery every other day after I left again. In spite of this, step by step and often in good company, I have managed to get this far. New and old friends as well as people who are particularly dear to me are making me feel at home, both in places I already knew well and in others that are totally new to me.

This afternoon I was riding a borrowed bike whose saddle is too high for a “differently tall” (cit.) Italian girl like me, in a town that has a bicycle highway with no traffic lights and with trees all around, when the meaning of my journey became suddenly again quite clear to me. It’s all so nice, the squares and the streets and the cathedrals and the cafes and the skies and the forests, but it’s not to be a tourist that I have hit the road again. Once you find the right pace, the journey turns into research once again. And it seems to me that in the past seven days, at least seven different possible lives have passed before my eyes. Possible, yes, not merely imagined or imaginary.

What shall I do with my freedom? I don’t know yet. I must confess that having before me such a wide range of options and, finally, some vague sort of peace of mind – which I value even more as I have been through so much trouble to achieve it, and which I know may not last for long – having so many paths in front of me is as challenging and complicated as having none. What language will I speak to my neighbours three months from now? What time will it get dark in my sky? Will I need scarf, gloves and wool hat even at lunchtime, or will I go sunbathing by the sea in the midst of winter? What will coffee, bread, beer and fruit from the shop round the corner taste like? What will I wake up for in the morning?
I have no answers yet. There is no shortage of ideas and proposals, and imagination is superabundant.

I have learnt many lessons during these first nine months as a “nomad”. Many and bitter above all. The most important and most bitter of all is that heaven as we dream of it is nowhere to be found. That shitty working conditions, zero respect for the environment (even worse in an extremely fragile ecosystem) and a deeply xenophobic society can exist even in countries that we would think of as being more civilised than others. That even a small village surrounded by a beautiful landscape can not only hold such treasures as rare and precious berries, but can also be home to a backward-looking, depressed and depressing society, where there is no reason to live. And that there’s no point in living in an off-grid eco-house (and in boasting it) if you spend 150 euro a week on food and detergents in the largest hypermarket around and if you can’t live without posting every single thing you do on Facebook – then you’re no different from your previous self who was living in the city.

This lesson is one more reason for me to bear in mind that the real journey is the one that takes you through human nature. I recently heard an Italian documentary director say that travel is an experience that “goes in the direction of change, in the direction of discovering the other and of discovering oneself through the other”. This is absolutely true. Now that I am really on the road again, growth and learning processes are getting faster and faster, even when some days it seems to me I have been doing nothing all day. And the desire for what I yet don’t know (and for what the unknown will bring to me) also grows faster and faster. If I have got this far, then maybe I can go even further. With no hurry, but without waiting for the right path to come and find me.

For the moment I have learnt that, when you take a closer look at it, beauty is often an illusion. But I have confidence in that beauty that I don’t know yet, and that I will probably stumble into the next time I go get my bike to go for a ride before sunset.

Un pensiero su “Cosa imparerò domani

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