[English below]

Sto iniziando a credere che abbiamo sbagliato tutto. Abbiamo sbagliato a inseguire a tutti i costi la realizzazione personale tramite il lavoro.

I miei genitori hanno lavorato (e mia madre lavora ancora tanto) tutta la vita con passione a qualcosa in cui hanno creduto profondamente, la loro ricerca scientifica. Conosco poche persone fortunate come loro.

Anni fa, quando ancora il malessere nei confronti della vita che conducevo a Roma rimaneva sotto traccia e faticavo a vederlo con chiarezza, ebbi una discussione con i miei genitori a proposito della differenza tra fare un lavoro che ti appassiona perché lavori per degli obiettivi in cui credi, e fare un lavoro che ti piace e ti fa sentire realizzato, anche se gli obiettivi sono di qualcun altro (un’azienda, un governo), e spesso non li condividi affatto. Tante volte mi sono detta, oppure ho detto a qualcuno dei miei amici distrutti dalla frenesia della vita romana e dell’ufficio: perché ci stressiamo così tanto per il lavoro? Mica lavoriamo per Emergency (un esempio di un’organizzazione nei cui obiettivi credo eccome, e per la quale mi stresserei volentieri, se ci lavorassi).

Sono cresciuta e ho vissuto per tanti anni con la convinzione di dover fare “un lavoro all’altezza dei miei studi”. Perché così si dice. E dei miei studi sono molto orgogliosa.

Quest’anno ho lavorato finora quattro mesi su undici (ma ottanta ore alla settimana), facendo in quei quattro mesi il lavoro che avevo sempre sognato, un lavoro che ti fa svegliare ogni mattina già sfinita ma felice perché ci credi, perché con il tuo lavoro stai rendendo più bella (si spera) la vacanza di qualcuno. Nei restanti sette mesi ho imparato una lingua da zero e ho ripreso a parlarne un’altra che avevo dimenticato. Sono partita dicendo che volevo imparare a fare la manutenzione delle vie di arrampicata, e poi, una volta uscita dal mondo in cui avevo vissuto finora, non me n’è importato più molto. Ho imparato, invece, molte cose su come funziona un’automobile e come prendersene cura, ho imparato a cambiare una lampadina, imbiancare un muro, fare il cemento, dare da mangiare ai cavalli, fare la cat sitter. La lampadina vale poco, è una vergogna che non lo avessi mai fatto da sola. Ma l’insieme di tutte queste e di molte altre cose vale più di ciò che ho fatto in ciascuno degli anni precedenti a questo.

Non m’importa più niente di trovare un lavoro in linea con i miei titoli di studio, e anzi, quest’anno ho ricominciato a studiare, ma lo faccio solo per me. Non mi sentirò umiliata se lavorerò dietro il bancone di una panetteria o di un bar anche se ho un dottorato. Mi sentirei umiliata se mi facessi massacrare correndo da una parte all’altra della città o di un magazzino lavorando per Foodora o per Amazon. Mi sentirei umiliata se mettessi la mia intelligenza e il mio tempo al servizio di chi opera per distruggere l’ambiente, la nostra salute o la nostra società. Mi sentirei umiliata se non avessi più tempo per me e per tutte le cose che ancora voglio imparare e vivere. Mi sentirei umiliata se non fossi più libera. Vorrei lavorare per avere i soldi che mi servono per vivere serena, e basta. Da un anno a questa parte compro meno, spendo meno, e non mi è mai mancato niente.

So di essere una persona fortunata e privilegiata per la libertà di cui godo e per la varietà di cose che so fare e che mi aiuteranno a cavarmela. Ma è una libertà e una varietà che, almeno un po’, mi sono guadagnata da sola, e che mi è costata cara.

Se qualcuno è arrivato a leggere fino in fondo questo mio ennesimo sproloquio, si sarà probabilmente offeso. Ho rispetto delle scelte di tutti, lo giuro. E anche delle esigenze di chi ha vite più complicate della mia. Mea culpa, non ho letto i grandi trattati filosofici, economici e sociologici sul lavoro, e non sono stata attenta ai dibattiti. Parlo solo per quello che la mia esperienza personale mi suggerisce.

Se guardo avanti a me, vedo una vita semplice. Non necessariamente una vita in campagna con la casa del mulino bianco e le galline. Forse solo una vita ordinaria che mi lasci il tempo e le energie di godere delle stagioni, delle persone intorno a me, di una passeggiata, di un sapore, di un’atmosfera, in un posto in cui, senza clamore alcuno, si vive bene, e basta.

[English version]

I am starting to believe that we got it all wrong. We got it wrong when we pursued our personal accomplishment through professional success at all costs.

My parents have devoted most of their life to something they always strongly believed in, their scientific research. I only know a handful of people so lucky as they are.

Years ago, when my discomfort towards the life that I was leading in Rome was not yet visible to the naked eye, I once found myself discussing with my parents the difference between working with passion because you believe in your job’s ultimate goals, and getting a sense of accomplishment from your job even if the objectives you pursue are someone else’s (a company, a government) and you probably do not agree with them. Many times I asked myself or my friends, shattered by our hectic life in Rome and in the office: why do we get so stressed over our jobs? After all, we don’t work for Emergency (the Italian NGO, just an example of an organisation whose goals I strongly support, and for whom I would gladly work hard).

I have grown up and spent most of my life so far being totally convinced that I should strive to have “a job that measures up to my studies”. Because that’s what people say. And of my studies I am very proud.

This year, so far, I worked four out of eleven months (eighty hours a week, however). During those four months, I was so fortunate to hold what had long been my dream job, a job where you wake up every morning already exhausted but happy, because you believe in it, and because through your job you are (hopefully) making someone’s holiday nicer and easier. In the remaining seven months I have learned a language from scratch and I am now studying to become as fluent as possible in another language that I had learned and forgotten. Before I started this journey, I used to say I wanted to learn to do the maintenance of climbing routes, but as soon as I had left the world where I had lived so far, I started losing much of that interest. I have learned, however, many things about the functioning and the maintenance of a car, as well as how to replace a lightbulb, paint a wall, make cement, feed horses, be a cat sitter. The lightbulb doesn’t count, I’m so ashamed I’d never done it before. But the sum of all these and many other things is worth much more than what I had done in each of the previous years.

I don’t care anymore about looking for a job that measures up to my studies. This year I have started studying again, but I am only doing it for myself. I won’t feel humiliated if I work behind the counter of a bakery or a cafe even if I have a PhD. I would feel humiliated if I killed myself cycling like mad across the city to make deliveries for Foodora or running out of breath carrying goods in a huge Amazon warehouse. I would feel humiliated if I put my brains and my time to the service of those who operate to destroy the environment, our health, our society. I would feel humiliated if I didn’t have any more time for me and for all those things I still want to learn and experience. I would feel humiliated if I was not free anymore. I would like to work to earn the money I need to live, no more. Since I started travelling I buy less, spend less, consume less and I have never really missed anything.

I know that I am lucky and privileged because of the freedom I enjoy and the diversity of things I am able to do, which will certainly help me get by. But both this freedom and this diversity, I have at least partly earned them myself, and at no small expense.

If any of you has made it to the end of this umpteenth rant of mine, you may have taken offence. Yet, I do respect everyone’s choices. And I do respect the needs of those whose lives have been more complicated than mine. I apologise for not reading at least the most important essays that philosophers, economists and sociologists have written on the issue of work, and for not paying enough attention to the big debates. I am only writing this based on my personal experience.

If I look ahead, I see a simple life. The stereotype of country house with a view, a vegetable garden, chickens, cats and dogs? Not necessarily. Maybe just an ordinary life where I have enough time and energy to enjoy the seasons, the people around me, a little walk, a taste, an atmosphere, in a place where, without any fuss, life feels good.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...