Oggi c’era un sole meravigliosamente tiepido, e per la prima volta da quando sono qui sono andata in bici senza guanti. Stamattina nell’intervallo tra una lezione e l’altra ho aperto Facebook sul computer che abbiamo in aula, e la mia home mi dava il buongiorno ricordandomi che oggi c’è il sole, e invitandomi a godermelo, perché poi arriva la pioggia. Grazie, Facebook, sei gentile a ricordarmi che qui ci sono solo un centinaio di giorni di sole all’anno, o almeno così dicono. Ho spento il computer infastidita e sono andata a comprare un muffin dalla panetteria all’angolo.

In realtà il computer lo avevo acceso non per Facebook, che come tutti apro in automatico non appena ho davanti un browser, ma perché dovevo stampare un modulo. Solo che la stampante a scuola proprio oggi è rotta. Così, finito il corso, sono andata in copisteria. In vetrina, come in molti negozi, campeggia un avviso di ricerca di personale. Ho pensato, è un lavoro facile e si adatta ai miei orari, e poi è proprio dietro l’angolo della mia futura casa, forse potrei propormi fino a che il mio tedesco non sarà sufficientemente buono da permettermi di cercare altro. Poi mi sono scontrata con il fatto che non ho capito una parola quando il signore dietro il bancone mi ha parlato. Mi sono dovuta scusare col mio immaginario futuro datore di lavoro perché proprio non lo capivo. Gli ho detto mi scusi, sono nuova qui. Peggio ancora quando mi sono resa conto che oltre alle stampe mi serviva una busta da lettera. Sullo scaffale ce n’era una pila, ma ho dovuto indicarla col dito perché non conoscevo la parola in tedesco (ora sì, Briefumschlag). Ho capito che forse per ora il mio tedesco non basta neanche per la copisteria. Oppure certo che sì, quante ore mi ci vorrebbero per imparare le parole importanti per un lavoro così? Vedremo, forse ciò che mi manca è solo la faccia tosta.

In ogni caso il computer destinato alle stampe, uno solo, era occupato da un ragazzo che ne avrebbe avuto per un’oretta. Il signore dietro il bancone mi ha chiesto di tornare più tardi. Gli ho detto che dovevo stampare solo due fogli e che mi servivano necessariamente oggi. Non ho dovuto insistere, il ragazzo si è fatto da parte per un attimo, ho stampato le mie cose, comprato la busta da lettera, ringraziato l’uno e l’altro, ripreso la bici e sono andata alla segreteria dell’università con le mie scartoffie nello zaino.

La burocrazia tedesca mi fa tanta di quella paura che ho aspettato tre settimane, dall’apertura dei termini per le candidature al corso che vorrei frequentare all’università, prima di compilare il modulo online. L’ho riletto tre milioni di volte per paura di sbagliare. Poi, alla fine, domenica, l’ho fatto, da sola, con un’ansia incredibile, Google translate e assistenza linguistica via whatsapp per decifrare le parole composte che rendono il gergo burocratico tedesco ancora più oscuro del nostro. Ora devo spedire per posta, così dice il sito, un modulo firmato e un certificato che, sempre secondo il sito, dovrei far tradurre dall’italiano al tedesco da un traduttore giurato. Due settimane fa, però, dall’Italia, ho pensato di telefonare alla segreteria, e dopo aver provato invano a prendere la linea con il centralino, ho pensato di chiamare direttamente chi si occupa del riconoscimento dei titoli stranieri. Il signor Uwe mi ha risposto subito, è stato molto gentile e mi ha detto che l’italiano lo capiscono, la mia università italiana la conoscono, e quindi la traduzione non serve. Se poi dovesse servire, ha detto, vieni qui, c’è un ufficio che la traduzione giurata la può fare gratis. O almeno così mi era parso di capire, al telefono, in tedesco.

Io in ogni caso ho passato diverse giornate in bilico tra la sua rassicurazione e il mio panico, perché il modulo spedito per posta chissà su quale scrivania degli uffici amministrativi dell’università atterrerà, magari su quella di un altro impiegato un po’ meno flessibile che vedrà il certificato in italiano e cestinerà il tutto, e io lo scoprirò quando sarà troppo tardi, e addio corso.

E così prima di spedire per posta le mie scartoffie, sono andata di persona alla segreteria per vedere l’effetto che fa il mio certificato in italiano. La segreteria centrale dell’università si trova nel castello, ex residenza dei principi vescovi nel Settecento, distrutta dai bombardamenti che nella seconda guerra mondiale rasero al suolo quasi tutto il centro storico, oggi ricostruito come allora, e buona parte dell’intera città. Il castello, che ha sul retro un enorme e meraviglioso giardino botanico, e davanti una piazza sconfinata (mi dicono la più grande piazza d’Europa, ma non ho le prove), è diventato il centro di questa grossa università, l’equivalente dell’ateneo a Bari, con gli uffici amministrativi, i convegni e gli annessi ricevimenti dove c’imbucavamo a mangiare i panzerottini a sbafo quando eravamo studenti. Da dentro il castello ricostruito oggi è un edificio normale, meno cupo dell’ateneo e sicuramente meno sporco, mi fa tanto male dirlo conoscendo bene le condizioni in cui versano le casse dell’università di Bari e la conseguente mancanza di cura dei luoghi e degli edifici, mancanza certo non casuale, ma colpevole, di chi i fondi li ha tolti anno dopo anno per lasciare un’università lentamente morire nonostante i tanti come mia madre che ancora ci combattono dentro. Fa ancora più male il confronto con questa università, viva, fiorente e accogliente, che di questa città è il fulcro come è giusto che sia e come dovrebbe essere anche giù da noi, e non è.

Nell’atrio del castello si prepara un buffet per un convegno di giuristi. Dato che è la prima volta che metto piede qui da futura (si spera) studentessa e non da turista, mi fermo al gabbiotto informazioni, che mi indica la segreteria centrale. Immagino una grande coda, ma ci sono solo io. Pongo la mia domanda allo sportello e mi viene consegnato un numeretto per l’attesa, in pratica lo sportello filtra le domande e ti manda a parlare direttamente con la persona giusta, nel suo ufficio. Dopo un paio di minuti d’attesa sullo schermo si illumina il mio numero e, senza che abbia chiesto espressamente di lui, il nome del signor Uwe con cui avevo parlato al telefono.

Nell’ufficio di Uwe c’è aroma di caffè. Lui mi fa accomodare e aspetto ancora un attimo che finisca di fare qualcos’altro. Gli racconto che ci siamo già parlati al telefono e gli spiego che volevo controllare a quattr’occhi se il certificato andasse bene come mi aveva detto. Mi chiede da dove vengo, in Italia, e mi racconta dei suoi viaggi con sua moglie e il camper, con cui è arrivato in Sardegna e prossimamente vorrebbe andare in Sicilia e poi risalire lo stivale. Sicilia, mi dice, ma soprattutto Stromboli. L’isola del mio cuore, gli dico! Pochi posti mi hanno intrappolata e incantata così, anche se ci ho preso un’intossicazione che è durata da giugno a natale. Ma raccomandazioni anti-intossicazione a parte, di Stromboli potrei parlare per un’ora o due senza prendere fiato, del vulcano che erutta ogni quindici minuti, dell’escursione al cratere, della pizzeria con vista sulla lava, del pesce venduto ogni mattina appena pescato, delle altre isole che non ho visto perché quando arrivi a Stromboli non vuoi andare più da nessun’altra parte. A Uwe ho raccontato tutto questo e gli ho lasciato su un post-it i numeri di telefono (che dopo quattro anni avevo ancora sul cellulare, sono un’accumulatrice) della piccola casa che avevo preso in affitto sull’isola.

Solo dopo tutto questo abbiamo preso in esame il mio certificato italiano che, a dispetto della burocrazia e del sito, va bene com’è, senza traduzione e senza giuramento. Uwe ha preso una fotocopia del certificato, ci ha messo un timbro dopo averla confrontata con l’originale, ha preso il mio modulo stampato in copisteria, e ha detto che ovviamente non devo spedire niente per posta, visto che sono qui di persona. Si è preso i fogli, li ha allegati alla mia domanda e mi ha ringraziata per le informazioni.

Sono uscita dal castello e mentre inforcavo un’altra volta la mia bici mi sono sentita in un mondo alla rovescia in cui il burocrate mi rende la vita semplice e persino mi ringrazia perché per qualche minuto l’ho fatto volare su un’isola dove non ci sono le macchine e i lampioni, ma soltanto la lava, i totani freschi e milioni di stelle.

Ora, però, mi tocca davvero studiare, perché per accedere al corso ho ancora un test da superare, e in fondo al cuore pensavo che avrei potuto dare la colpa alla burocrazia se non ce l’avessi fatta. E poi è tardissimo non ho ancora fatto i compiti per domani!

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