Il miracolo di questo giovedì pomeriggio è che alle cinque e venti, mentre varco la soglia del portoncino di casa con le buste del bucato fatte in lavanderia a gettoni, in cielo c’è ancora un po’ di luce, e intanto brilla addirittura qua e là una stella.

Dopo il tramonto spettacolare di una settimana esatta fa, e fino a stamattina, il cielo era stato ininterrottamente nascosto là dietro a uno strato spesso di qualcosa che non avevo mai visto, un blocco uniforme di cemento che ti separa dal cielo, dall’aria, dalle stelle. Uno strato così spesso che anche di notte il cielo non si fa così scuro, perché le luci della città gli rimbalzano contro. No, non ho mai vissuto in pianura padana, no, non lo sapevo cosa volesse dire quando il sole non si fa vedere per una settimana, a Roma d’inverno veniva a piovere a secchiate violente ma poi tornava il sereno e spesso, nei pomeriggi d’inverno, dall’enorme finestra del mio ufficio, rimanevo ipnotizzata a guardare e fotografare un cielo sempre diverso, che faceva da sfondo al pino, (sempre lo stesso pino, ironizzava una cara collega), delle mie fotografie.

Forse allora il tramonto di giovedì scorso era stato un commiato al sole, ho pensato in questi giorni, quando tutti mi hanno detto: rassegnati, qui l’inverno è così. E che commiato eccezionale, però. A casa la mia scrivania è piazzata davanti all’unica finestra che prende un po’ di luce da in mezzo ai palazzi. Non tanta luce, però. Giovedì pomeriggio ero seduta alla scrivania, quando un raggio rosso, prepotente, si è affacciato alla mia finestra, senza bussare, dritto sui miei libri, e mi ha detto: lascia perdere tutto, prendi solo la bici e la macchina fotografica, esci adesso. Adesso, non tra cinque minuti. Sono uscita senza telefono e senza soldi (che piacere) e per un’ora ho fatto un lungo giro inseguendo il sole che tramontava e il cielo che diventava sempre più pazzo, un tramonto di quelli che non te li scordi, perché sei circondato. Sulla pista ciclabile lungo il canale la gente che passava mi vedeva fotografare, alzava lo sguardo e si accorgeva all’improvviso che il cielo voleva dirci qualcosa. Come un sipario che cala, una stagione che finisce e un letargo che comincia.

Il letargo, certi giorni è quella la sensazione, quando ti svegli la mattina e devi fare colazione, doccia e uscire ma è ancora buio, o quasi. Peggio che mai quando ti accorgi che non è che il sole non sia ancora sorto, è che praticamente non sorgerà, se ne starà nascosto là dietro al blocco di cemento nel corso di quelle otto ore di non buio, più che di luce. E quindi non ti vuoi alzare dal letto, quand’è così. Stamattina però ho guardato bene, e l’ho intravisto finalmente, aveva ragione la mia insegnante quando ieri mi aveva fatto la fantastica rivelazione che dopo una giornata davvero orribile di nebbia (e ieri la nebbia rendeva il paesaggio dalle finestre della scuola stranamente non bianco, ma bluastro, ancora devo capire perché), di solito, torna il sole. E infatti stamattina insomma l’ho visto, il sole, che alle nove e dieci si nascondeva ancora dietro alle palazzine di due piani, e non sarebbe andato molto più su neanche a mezzogiorno, però c’era, e l’ho accolto come un fratello che era andato via a tradimento, e me la sono goduta questa giornata, anche mentre mi aggiravo per le strade del quartiere alla ricerca di un’altra lavanderia automatica, perché la lavanderia figa con annesso bar-ristorante oggi pomeriggio era chiusa anch’essa a tradimento, ma io l’ho scoperto solo quando ero già lì con due bustoni del bucato da fare.

Sì perché la casa è piccola e non c’è la lavatrice, ma pare che qui sia abbastanza normale non averla, nei palazzi più grandi la lavatrice e l’asciugatrice sono condominiali e stanno in cantina tra le decine di biciclette parcheggiate al riparo dal gelo della notte. Qui da me però non c’è neanche la cantina e per fortuna la mia bici, che di conseguenza risiede in cortile come quelle dei miei vicini, è bella tosta, non una bici superfiga e delicata ma una bici un po’ pesante che però alle intemperie sembra resistere bene. Per un po’ di notti la temperatura era scesa anche a -6 e dopo ognuna di quelle notti ho trovato le marce congelate e tanti piccoli ghiaccioli sul coprisellino (che qui è d’obbligo, molti ne hanno addirittura due, uno impermeabile e un secondo pelliccioso per non ghiacciarsi le parti intime). Per fortuna non mi è ancora successo che si ghiacci il catenaccio della bici, ma mi hanno detto in tanti che è solo questione di tempo e una mattina mi troverò impossibilitata a utilizzare il mio destriero a due ruote per questo frustrante motivo.

Insomma l’inverno deve ancora cominciare e io come posso “mi sto preparando”. Tra questa città meravigliosa e l’isola che ho lasciato a fine estate, però, la differenza è profonda, abissale. Qui al buio e al gelo si risponde con una vita operosa, piena, affollata, non si è mai soli, non si fa che incontrarsi, girare in bici anziché a piedi aiuta a riscaldarsi, basta tirarsi fuori dal letto e dal letargo e affacciarsi fuori, e là fuori c’è un mondo di cose che succedono, film, musica, incontri di scambio linguistico come se piovesse, bancarelle di Glühwein (il nostro vin brulé) e mercatini di natale ovunque, gente in bici alle quattro di notte, tutti i locali pieni a tutte le ore. Qui, anziché chiudersi in casa, ci si riempie la vita.

Nonostante il freddo e il buio non mi è mai capitato di percorrere una strada deserta o di avere paura di un’ombra. Piuttosto non mi sentivo a mio agio nel posto figo in cui ho abitato nelle mie prime settimane qui, nella mia prima piccola casa temporanea, arredata con troppo stile e collocata in un quartiere troppo yeah per una che per tutto l’anno aveva avuto come casa uno zaino e un’automobile. Molto meglio la mia nuova piccola piccola casa, che ha mobili normali invece di un letto costruito coi pallet (che poi non è neanche comodo perché non ti puoi appoggiare bene allo schienale senza che i due pallet che lo compongono si stacchino tra loro) e sta in una strada un po’ sfigata, ma decisamente meno snob, costellata da kebabbari e osterie tristi, ma a me piace così. In fondo, sono un’immigrata anche io 🙂

Quando in sella alla mia bici dribblo i pedoni nel sottopassaggio della stazione, in questi giorni accompagnata in genere dal Jingle Bells di qualche busker, mi torna alla mente il pomeriggio di due mesi fa in cui ho messo piede per la prima volta in questa città, e ho lasciato proprio all’imbocco del sottopassaggio le mie tre giovani passeggere di Blablacar con cui avevamo parlato a lungo di Clinton e Trump. Che fosse secoli fa lo capisci dal fatto che eravamo tutte e quattro convinte che Trump non ce l’avrebbe fatta, oltre che dal fatto che il mio tedesco all’epoca era così arrugginito che mi stupivo di riuscire ad affrontare, pur con grandi difficoltà, un minimo di conversazione sulle elezioni americane e spiegare addirittura a grandi linee il sistema elettorale italiano.

Ora è già più di un mese che abito qui e ho spiegato ormai non so più quante volte in tedesco il referendum del 4 dicembre. Parlo e scrivo di nuovo in tedesco come niente fosse, a tal punto che all’esame di ammissione al corso di lingua che volevo seguire mi hanno respinta per punteggio troppo alto, e quindi addio semestre da studentessa. In compenso questa settimana mi sono iscritta in palestra di arrampicata. E forse non c’è passo che mi faccia sentire più a casa di questo in una nuova città. La palestra è un piccolo capannone nascosto tra le nebbie e tra capannoni più grandi nella zona industriale, e il riscaldamento sono i dieci minuti necessari ad arrivarci in bici da casa. In effetti il fatto che io abbia scelto la zona in cui abitare anche in base alla distanza dalla palestra la dice lunga sulla lista delle mie priorità.

Questa settimana ho anche registrato il mio domicilio in questa città con una pratica di cinque minuti svolta allo sportello del comune da un’impiegata gentile e non feroce come la sua collega norvegese quattro mesi fa. Tra l’altro per la stessa semplicissima pratica in Norvegia avevo dovuto rimbalzare tra telefonate e email a mille uffici diversi per capire come fare, nessuno aveva la risposta, e poi la lista d’attesa per un appuntamento era di due mesi e mezzo, e l’impiegata allo sportello aveva il tono aggressivo di chi ti considera, in quanto immigrato, un essere inferiore da accogliere malvolentieri solo perché si presta a fare un lavoro che i norvegesi non vogliono fare. Qui, al comune, la lista d’attesa era di soli otto giorni, oppure un’oretta o due di coda se l’appuntamento non lo prenoti e ti presenti all’ufficio in giornata. Sul sito del comune c’è una sezione di benvenuto per chi arriva in città con tutte le spiegazioni del caso. Anche se non è che qui sia il paradiso per tutti: ci sono anche studentesse giapponesi che mi raccontano di aver passato mattinate d’inferno all’ufficio immigrazione per ottenere scartoffie che spettano loro di diritto.
È già più di un mese che sono qui e nessuno mi ha ancora chiesto che ci faccio qui, cosa cerco da questo posto. O, meglio, te lo chiedono in tanti, ma non con il tono inquisitorio di chi non ti vuole tra i piedi e vorrebbe che te ne tornassi a casa tua. In questa città in cui pare non ci sia nulla di troppo strano ad essere me, ad essere arrivata qui da sola e a non essere certa di cosa fare esattamente, chi ti chiede cosa ci fai qui lo fa invece con il tono semplicemente curioso di chi vorrebbe conoscere la storia che ti ha portata qui. Nel mio caso, ma vaglielo a spiegare, a portarmi qui è stato un breve racconto fatto davanti a una rara bottiglia di vino bianco su un’isola in cima al mondo. O forse è stato un sesto senso, ma anche quello vaglielo a spiegare.

Nonostante l’inverno sia alle porte, tra la gente di qui non sento mai veramente freddo. Quattro mesi fa non sapevo neanche che questo posto esistesse, e ora che qui sono di casa, non mi sono mai più sentita a casa di così. E non c’è idea che mi riempia di speranza per il futuro più di questa.

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