Esco di casa in bici per andare al colloquio introduttivo con l’insegnante di spagnolo dell’università popolare. Sono in ritardo. L’orario di ricevimento è di due ore, e quando monto in sella alla bici mancano solo venti minuti alla fine della seconda ora. Sì che l’insegnante non è tedesco, avrà pazienza, ma siamo pur sempre in Germania e gli orari di lavoro qui si rispettano. Il che, in sé, non è una cosa cattiva. In un certo senso, qui spesso quando scatta l’orario di chiusura o di fine turno, al lavoratore “je cade la penna”, come diceva anni fa una collega nel mio vecchio lavoro. Ovvero lascia tutto com’è, come in un fermo immagine, e se ne va a casa. In tedesco c’è un’espressione apposita per questo momento, Feierabend machen, che qui trovate spiegata magistralmente in italiano.

A dire il vero era questa l’immagine che avevo della Germania sin da quando avevo dieci anni e, in vacanza con mamma papà e fratellino a Monaco di Baviera, dopo la visita al meraviglioso museo della scienza (rivisto da grande, è ancora meraviglioso almeno per una come me che la chimica e la fisica è sempre e solo riuscita a capirle e amarle quando glie le hanno spiegate come si fa a un bambino), ero in coda alla cassa del negozio del museo per comprare un poster. Il negozio (e il museo) chiudevano alle cinque, e io mentre ero in coda mi sono distratta un attimo, la signora alla cassa non mi ha vista più, ha chiuso la cassa e a nulla è valsa la mia disperazione di bimba, la signora non ha voluto fare un’eccezione, niente poster, ed era l’ultimo giorno della vacanza, quindi non siamo potuti neanche tornare a comprarlo il giorno dopo.

Lo stesso succede anche nel bar per studenti dove ho iniziato a lavorare da una settimana. Qualche giorno fa alle due in punto, orario in cui dovrebbe staccare, la mia collega Erasmus francese ha rovesciato a terra un secchio pieno di mele immerse a bagno in acqua e limone, allagando gran parte della zona dietro al bancone del bar. Mi ha chiamata in soccorso per aiutarla ad asciugare tutto al più presto, magari prima che arrivasse il capo che si era allontanato un attimo. Mentre asciugavamo freneticamente il pavimento con ogni mezzo disponibile (un’idrovora sarebbe stata utile, ma non ce l’abbiamo) è arrivato il capo e le ha detto: sono le due e tre minuti, cosa ci fai ancora qui? Lei gli ha mostrato l’allagamento e lui le ha fatto un piccolo cazziatone per l’accaduto e un cazziatone ben più grande perché, tre minuti dopo la fine dell’orario di lavoro, non se n’era ancora andata. Ha detto che tanto ci avrei pensato io, che non dovevo ancora fare Feierabend, ad asciugare il tutto. La ragazza francese se n’è andata correndo a lezione lasciandomi da sola alle prese con il lago, non prima di avermi rivolto uno sguardo di sentite scuse. Ma tanto sono sicura che presto o tardi sarò io a combinare un qualche disastro al quale toccherà a lei rimediare.

Monto in bici, dicevo, e ho venti minuti per arrivare all’università popolare, trovare lo studio del prof di spagnolo e parlarci, prima che se ne vada, nel caso in cui, come credo, si sia omologato anche lui agli standard orari tedeschi sopra descritti. In teoria impiegherò circa dieci minuti per arrivare a destinazione. Dieci minuti di bici è infatti la distanza media che devo percorrere da casa mia per raggiungere un qualsiasi luogo nel centro città. Spesso anche molto meno. Per questo muoio di felicità ogni volta che faccio un confronto con i tempi di percorrenza, di attesa dei bus e di ricerca di parcheggio che caratterizzavano la mia vita romana.

Quando mancano diciotto minuti alla fine dell’orario di ricevimento imbocco la Promenade, ovvero la tangenziale per bici immersa nel verde che è il gioiello di questa città, e mi trovo davanti un mio compagno di scuola di tedesco che, dato che il corso è finito prima di natale, non vedevo da un po’. Mi fermo, scopro il volto coperto dal mio fedelissimo Buff e dai molteplici cappucci dei molteplici strati della mia giacca fai da te, e mi faccio riconoscere. Il ragazzo in questione, tunisino e prossimo all’iscrizione a un’università tedesca, a lezione non parlava se non interpellato e soprattutto era quasi sempre assente perché, diceva, non gli piace svegliarsi presto. Ragazzo, camperai male in Germania, gli ha detto un giorno l’insegnante. Qui alle otto meno un quarto di mattina gli studenti sono tutti in fila sulle piste ciclabili come un fiume di formichine operose dirette a lezione. Tutti svegli e lucidi come niente fosse. Anche se non ho mai capito come ci sia finito qui, in fondo questo ragazzetto totalmente fuori luogo mi è sempre stato simpatico. Quindi mi sono fermata e l’ho salutato.

Stavo per andarmene dopo due convenevoli molto brevi (ma con molte più parole di quelle che ci eravamo scambiati in cinque settimane di corso!), dato che mancavano, in fondo, solo sedici minuti allo scadere dell’orario di ricevimento del prof, quando il ragazzo fuori luogo mi ha stupita: fai ancora arrampicata? Mi ha chiesto. Hai mai arrampicato? Gli ho chiesto, stupita dalla sua domanda. Io a lezione di tedesco, quando bisognava fare degli esempi o scrivere dei piccoli testi, ho utilizzato spesso frasi e storie legate al mio strano mondo che un tempo era fatto di palestre di arrampicata, falesie e ostelli per arrampicatori. Lui a lezione non aveva mai dato cenno di sapere di cosa si trattasse, magari stava dormendo, e invece no, qualcosa aveva ascoltato evidentemente, e mi ha risposto: sì che ho arrampicato, qualche volta! Lasciami il contatto così vengo con voi. Gli ho lasciato il mio whatsapp, vale a dire il numero italiano, che è diverso dal numero tedesco che ho ormai regolarmente in uso (a proposito, farò una statua a chi mi darà lumi su come sostituire il numero su whatsapp senza perdere tutti i vecchi contatti), e sono scappata via, quattordici minuti e il professore di spagnolo sarà fuori dalla porta.

Spero di fare in tempo, ma al di là del fatto che il mio compagno di scuola tunisino non verrà mai ad arrampicare con noi, di questo sono certa, sono felice perché in questa città ogni volta che metti il naso fuori di casa incontri qualcuno che conosci e non ti senti mai isolato come in una metropoli. Il motivo è semplice, non è solo perché la città è relativamente piccola, in realtà è grande come Bari, solo che quasi tutti vanno in bici o a piedi e non stanno lì inscatolati nelle loro macchine. Chissà quante volte a Bari sono stata incolonnata nel traffico a due auto di distanza da qualche amico senza sapere che lui o lei era lì. Insomma, la bicicletta ci fa incontrare. E poi non ho ancora visto quasi nessuno che vada in bici guardando lo schermo del cellulare, e anche a piedi non sono tanti quelli che lo fanno, infatti quando capita me ci faccio caso, soprattutto se il malcapitato pedone, rapito dallo smartphone, non si è accorto di stare camminando sulla pista ciclabile, e io, in uno slancio di perfetta integrazione nella mia nuova città, lo avverto dell’imminente pericolo con un deciso, ma sorridente “Vorsicht!”, ovvero “Attenzione!”.

“You are so Münsteranian already!” mi sono fatta dire una sera che anziché prendere la macchina mi sono fatta un quarto d’ora di bici a mezzanotte con sei gradi sottozero. E me lo ripeto da sola ogni volta che rimprovero bonariamente un pedone che transita sulla pista ciclabile, e sorrido da sola nascosta sotto i mille strati della mia giacca pensando che quel pedone, pur senza smartphone in mano, due mesi fa ero io 🙂

All’università popolare mi perdo nel labirinto dei corridoi, ma poi una voce che parla al telefono in spagnolo mi conduce finalmente a destinazione, sette minuti prima dell’orario di chiusura. Finita la sua telefonata, mi affaccio intimidita e carica di scuse per il ritardo e vengo accolta nello studio pieno di libri (che bello). Purtroppo un rapido colloquio rivelerà che non c’è un corso di spagnolo che fa per me. Dopo essere stata respinta alla prova d’ingresso del corso avanzato di tedesco all’università (servivano 33 punti su 100, ne ho fatti 89, e di conseguenza la signora del centro linguistico nel consegnarmi il risultato mi ha detto: mi dispiace, il corso sarebbe troppo noioso per lei), anche con lo spagnolo è la stessa storia. In teoria ho studiato solo un livello di spagnolo, l’anno scorso, per altro da sola, ma poiché ho continuato per tutto l’anno a leggere e ascoltare e parlare con qualunque ispanofono europeo o sudamericano mi capitasse a tiro, secondo il prof e secondo il test d’ammissione che ho fatto online mi tocca saltare due livelli e passare direttamente al quarto, il cosiddetto B2, che però l’università popolare non offre.
 
Per entrambe le lingue, tedesco e spagnolo, mi sento intrappolata in uno strano limbo in cui non le parlo e non le scrivo sufficientemente bene da poterci lavorare con piena padronanza, abituata com’ero a lavorare in inglese come se fosse la mia lingua madre, ma non sono abbastanza scarsa da trovare il corso che fa al caso mio. Da un anno a questa parte ho ricominciato ad amare lo studio delle lingue, forse più di quanto non abbia mai fatto, dato che adesso non sono neanche iscritta all’università e a studiare non mi obbliga nessuno. E però ho bisogno di una sfida. Visto che tedesco e spagnolo mi tocca a questo punto continuare a studiarli da sola, mi sono andata a cercare qualcosa di problematico e, se tutto va bene, tra un mese inizio a studiare cinese. L’idea mi è venuta pensando che l’estate scorsa, in Norvegia, lavorare con i turisti cinesi che non parlano nessuna lingua se non la loro è stato un inferno. I cinesi sono il presente e soprattutto il futuro del turismo, e parlare (un pochino) la loro lingua mi darà mille punti in più, penso, e mi renderà più facile la vita.

Ma qui poi subentra un altro dei mille contorti dubbi che affollano i meandri della mia mente in questi mesi di “ricerca” di una nuova strada. Ma davvero voglio passare la vita ad accontentare i capricci e risolvere i problemi di turisti spendaccioni e disattenti? Non parlo dei cinesi in particolare, parlo in generale del turismo di massa come l’ho conosciuto l’estate scorsa. L’idea che il turismo di massa arrechi più danni all’ambiente e al territorio di quanto non mi fossi mai resa conto non mi dà pace e mi fa passare la voglia di fare domanda per un bel po’ di lavori che fino a un anno fa mi sarebbero parsi da sogno. Non sarebbe meglio che imparassi a dare una mano all’accoglienza ai richiedenti asilo che arrivano qui invece che cercare di lavorare per fare da balia a frotte di turisti incapaci di guardare al di là del proprio naso o di ciò che hanno letto sulla guida?

Sì, potrei e vorrei lavorare nel turismo rivolto ai backpackers come me, i viaggiatori zaino in spalla, i viaggiatori liberi e senza un programma, gli escursionisti che capiscono davvero la montagna, ma si tratta solo di una piccola frazione del totale, e di una microscopica nicchia del “mercato” del turismo. Se di mercato vogliamo parlare. Perché un’altra amara verità contro la quale mi sono scontrata nell’ultimo anno è che anche gran parte degli ostelli che sembrano fatti a misura per gente come me sono, com’è ovvio che sia, delle pure e semplici macchine da soldi nelle quali l’accoglienza e il tempo da dedicare agli ospiti per farli sentire a casa risultano, dal punto di vista del tuo datore di lavoro, alquanto superflui e appartengono a un ideale romantico nel quale mi ritrovo più sola di quanto pensassi. Romantico non nel senso delle storie d’amore che nascono negli ostelli eh 🙂 anche se ovviamente c’è anche quello 🙂 ma romantico nel senso che io pensavo all’ostello come rifugio, come riparo, come casa temporanea per il viandante, e invece forse anche gran parte dei rifugi di montagna ormai sono imprese commerciali per le quali non avrei voglia di lavorare.

Per farla breve, perché stavolta l’ho fatta davvero lunga, forse ho trovato il mio posto nel mondo, geograficamente parlando, ma ora mi tocca trovare anche una funzione che valga la pena di svolgere, in questo mondo in cui più mi guardo intorno, meno sono sicura di trovarmi a mio agio. Voglio essere un rifugio per chi se lo merita e per chi ne ha davvero bisogno. Cosa ciò voglia dire, però, più ci penso e meno lo so. Purtroppo ho scoperto che dietro la facciata di molte (non tutte, chiaramente) imprese turistiche che i soliti articoli patinati e i post sensazionali su Facebook raccontano come sostenibili e fuori dagli schemi si nasconde solo un altro business che punta semplicemente ad attrarre una nicchia di mercato che mi somiglia. E che il mio ostello preferito, gestito dal mio “mentore”-pescatore a un centinaio di chilometri da dove lavoravo io l’estate scorsa, è considerato una “pecora nera” da combattere perché non accetta prenotazioni via internet. Nelle mie interminabili giornate da receptionist su quell’isola lontana raccontavo spesso che un giorno avrei gestito un ostello “senza disuguaglianze”, con tutte le stanze e tutti i letti allo stesso prezzo a persona e con lo stesso standard, e prenotabili solo un paio di giorni prima della data di arrivo, non prima, e solo per telefono o di persona. Il giorno in cui mi si presenterà davanti il modo di tradurre in pratica questa mia idea “romantica”, e di farlo in un posto in cui valga la pena vivere, come quello in cui sono ora, forse avrò trovato pace. Intanto, ogni mattina, mi sveglio in preda a mille domande sul futuro, come se avessi solo venticinque anni. E mentre nel bar per studenti mi faccio insegnare dal collega tedesco come si fa il cappuccino, costantemente mi guardo intorno e, senza stare mai ferma, continuo a cercare, continuo a cercare.

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