Era bellissimo, il tempo, in quella sera norvegese di inizio luglio. Così bello che il meteo annunciava clear sky, cielo sereno, per la tarda serata. Un evento raro, e per l’occasione stavo programmando un vero e proprio azzardo: volevo prendere in prestito quel catorcio indegno dello status di furgoncino che utilizzavamo per le pulizie dell’ostello, e andare a vedere il sole di mezzanotte dall’altro lato della costa.

Il furgoncino scassato è una costante degli ostelli in cui ho lavorato, addirittura il furgoncino a disposizione dei volontari dell’ostello in Spagna non aveva il sedile del passeggero, e quello del guidatore non si spostava in avanti, ragion per cui per guidare dovevo sedermi sulla punta del sedile e sperare di riuscire a raggiungere i pedali. Il furgoncino norvegese, invece, quando sono arrivata a maggio aveva il freno a mano rotto, un disastro in un posto tutto salite e discese, compreso l’accesso all’ostello e a ogni singola casa. E così non mi ero stupita per niente quando in un pomeriggio di maggio il mio capo mi aveva telefonato dal centro urbano a un’ora e mezza dal villaggio, per dirmi che sorprendentemente il furgoncino non aveva passato la revisione e doveva restare lì in quarantena per un po’. Poi il freno a mano era stato riparato, ma tutto il resto no, e così per tutta l’estate il furgoncino aveva continuato a emettere un orrendo sibilo che ne annunciava l’arrivo già a qualche centinaio di metri di distanza. Ed essendo il sibilo, almeno nel mio immaginario, sintomo di imminente rottura del mezzo, portare a spasso il furgoncino per quarantacinque minuti di strada, di notte (con la luce del giorno, sì, ma senza il traffico dell’ora di punta), nella speranza che quel clear sky del meteo fosse una promessa e non un’illusione, suonava come una pazzia, ma una pazzia che andava fatta.

La stagione del sole del mezzanotte, sull’isola, dura circa un mese e mezzo, da fine maggio a metà luglio. Mancava circa una settimana all’ultima occasione utile, e nonostante due o tre tentativi già fatti in quelle poche sere in cui, grazie a una straordinaria congiuntura astrale, non c’erano emergenze lavorative notturne, il cielo era teoricamente sereno e, furgoncino a parte, c’era a disposizione una macchina degna di tal nome, in tutti i casi, una volta giunti all’apposita e (con l’arrivo dell’alta stagione) sempre più affollata spiaggia, il sole si era nascosto dietro una coltre più o meno densa e più o meno uniforme di nuvole, e non ci aveva regalato l’atteso spettacolo, che consiste nel fingere di tuffarsi nel mare come in un comunissimo tramonto, e poi tornare direttamente su e sorgere senza aver mai neanche sfiorato l’orizzonte. Mancava una settimana, e non potevo lasciarla passare così. Quella sera di tempo bellissimo, quindi, ero divorata da una tremenda frenesia, al punto da incappare in uno spaventoso capitombolo per le scale di casa, in un rarissimo momento di fuga dalla reception per recuperare dalla mia stanza il caricabatteria della macchina fotografica in vista della spedizione al sole di mezzanotte. Risultato: coinquilini con le mani nei capelli per lo spavento e io con un livido enorme che mi avrebbe fatto compagnia per diverse settimane.

Quella sera il sole quasi sembrava scaldare la pelle, cosa davvero rara per un’estate artica. Verso l’orario di chiusura della reception, all’incirca le otto, complice la frenesia e il desiderio di sentire per un attimo sulla pelle quel calore simil-estivo, avevo lasciato in reception la mia inseparabile giacca di lana a trecce, e con indosso una maglietta rossa senza maniche mi ero avviata a lasciare la sacca Ikea con un set di lenzuola e una chiave sul divano rosso davanti alla porta della stanza numero due del museo, uno degli edifici che compongono l’ostello. “Teresa, Museum 2”, c’era scritto sul post-it che avevo attaccato alla borsa Ikea blu. Teresa sarebbe arrivata col traghetto di mezzanotte dall’isola più lontana, dov’era andata a passare un paio di giorni dopo essere stata già da noi per un po’. Teresa arrivava da Singapore, aveva appena finito di studiare a Cambridge e, in attesa di decidere cosa fare del suo futuro, si era imbarcata in un lungo viaggio da sola, come tante e tanti altri ospiti dell’ostello.

La distribuzione delle sacche Ikea con i post-it sopra era il mio rituale della sera, un rituale che mi piaceva tanto, un momento di pace, una scusa per guardare il mare, perché la reception, invece, era piazzata probabilmente non a caso nel posto più sfigato del villaggio, un angolo cieco da cui il mare non lo vedi neanche per sbaglio, le montagne le intravedi soltanto, e a tratti non vedi neanche il cielo, il che, in un posto dove non ci sono palazzi, è proprio un fatto grave.

Le sacche Ikea erano uno strumento fondamentale del lavoro nell’ostello. A ogni ospite o gruppo veniva consegnata all’arrivo una sacca blu con dentro le lenzuola, ed eventualmente gli asciugamani, se richiesti. Il letto, infatti, te lo dovevi fare tu. E meno male, perché i miei due colleghi polacchi, già esauriti con tutto il lavoro che avevano, avrebbero dovuto trasformarsi in robot se oltre a fare le pulizie avessero dovuto fare anche i letti, visto il continuo affanno che, per carenza di personale e delirio da alta stagione, caratterizzava le loro giornate. Agli ospiti che ci comunicavano che sarebbero arrivati dopo l’orario (purtroppo per me solo teorico) di chiusura serale della reception, lasciavamo la borsa Ikea davanti o dentro alla stanza o alla casa, e mandavamo loro una mail con le istruzioni per trovare la loro porta e la loro chiave. Poi sì, c’era sempre quello che non ti aveva avvisato che arrivava tardi e non aveva lasciato neanche un numero di telefono. Quindi lo dovevi aspettare, perché non avevi modo di comunicargli dove avrebbe alloggiato. A maggior ragione, quando uno di questi ritardatari mi faceva saltare i piani per la serata, mi piaceva ingannare l’attesa andando a distribuire le sacche, e prendere aria, anziché restare in reception e continuare come un criceto a smaltire l’infinito lavoro di mail e prenotazioni, che tanto non si sarebbe esaurito mai del tutto.

In quelle sere di inizio luglio, in particolare, il piano per la prima serata riguardava quasi sempre la visione di una partita degli europei di calcio. Eravamo entrati nella fase finale e, dopo essermi persa per intero le fasi eliminatorie, il mio obiettivo era quello di riuscire a rintanarmi con gli altri ospiti nella sala da pranzo dove il mio capo aveva finalmente rimesso in funzione il televisore antidiluviano che fino a pochi giorni prima, per la disperazione nostra e degli ospiti malati di calcio, era ridotto a poco più che un gigante soprammobile. L’Italia era stata eliminata pochi giorni prima dalla Germania, che quella sera avrebbe incontrato la Francia in semifinale. E io avevo intenzione di schierarmi con i tedeschi e sfidare il mio coinquilino e vicino di stanza, il panettiere francese, che normalmente si barricava in camera per guardarsi le partite da solo sul computer con la connessione rubata all’ostello e che miracolosamente, nei pressi della sua finestra, funzionava meglio che in tutto il villaggio. Nella sfida con la Germania, l’unica che avevo potuto seguire più o meno per intero, l’Italia di Pellé mi era risultata tristemente antipatica, per via dell’aria di sufficienza e dell’acconciatura ancora perfetta che molti giocatori italiani ostentavano senza vergogna alla fine di centoventi minuti di gioco che avrebbero dovuto sfinirli. Sarà stato per questo, o sarà stato per un presentimento della vita che mi aspettava dopo l’estate, ma non ebbi dubbi nello scegliere di tifare Germania, quella sera, nella semifinale contro i francesi.

Se spesso le mie serate si trascinavano in uno stato di stanchezza che tendeva alla disperazione, e qualunque desiderio e obiettivo lasciava facilmente il posto al miraggio di concedersi finalmente qualcosa da mangiare e alcune ore di sonno possibilmente non disturbato dallo squillo del cellulare, quella sera, invece, ero molto combattiva. Volevo vedere la partita per intero, portare il coinquilino francese a vedere la partita con noi, vederlo sconfitto, e poi andare con il furgoncino scassato a vedere il sole di mezzanotte, che quella sera, senza alcun dubbio, sarebbe stato lì per me.

La sera prima ci avevo provato, a vedere l’altra semifinale per intero. Una partita brutta e noiosa, di quelle in cui per novanta minuti non succede niente. C’erano stati due gol, certo, ma quei due palloni il Portogallo li aveva infilati nella porta del Galles proprio nel giro di quei tre minuti in cui, all’inizio del secondo tempo, ero andata ad accogliere Claus, signore tedesco che era in vacanza con un amico, e che sin dal momento di prenotare per telefono, tempo prima, si era dimostrato super gentile e, come molti suoi connazionali, dichiaratamente appassionato d’Italia.

La sera di Francia-Germania, dell’arrivo di Teresa e del meteo che annunciava clear sky, mi avviavo quindi con la mia maglietta rossa e senza giacca di lana a lasciare la sacca Ikea davanti alla porta della stanza numero due del museo. Per arrivarci, dalla reception, dovevo percorrere il ponticello e passare proprio davanti alla casa di Claus, che rispetto alle altre era più lontana dal mare, ma comunque praticamente sospesa sul ponte e sul rivolo d’acqua che dà il nome al villaggio. Il sole che quasi scaldava la pelle era un miracolo che incantava non solo me, ma anche i due tedeschi, che infatti se ne stavano seduti sul terrazzo davanti alla casa, anche loro a maniche corte, a bere un bicchiere di vino rosso e a guardare il mare. In mattinata, Claus e il suo compagno di viaggio erano andati in missione nel centro urbano a un’ora e mezza da noi, quello dove il furgoncino era rimasto in quarantena dopo la revisione, ed erano tornati con qualche bottiglia di vino, che essendo appannaggio esclusivo dei negozi gestiti dai monopoli di stato, dalle nostre parti non si poteva comprare. E, a quanto pare, avevano comprato una bottiglia anche per me, un Barbera tra l’altro, uno dei miei vini preferiti (anche se, ça va sans dire, il Barbera in Norvegia non ha lo stesso sapore del Barbera in Italia), in regalo per la mia gentilezza e per essermi persa a causa loro gli onestamente perdibilissimi gol del Portogallo la sera prima.

Il vino, sull’isola, era merce preziosa e per questo il regalo mi faceva infinitamente piacere. Avevo ringraziato e mi ero seduta per qualche minuto a parlare d’Islanda e Norvegia, Italia e Germania, e del fatto che quella era la sera giusta per il sole di mezzanotte. Claus e il suo amico si sarebbero aggregati volentieri. Io avevo un solo posto nel furgoncino, ma loro avevano una macchina a noleggio, una macchina vera. Volendo, avremmo potuto andarci insieme. Prima, però, la cosa più importante: la partita Francia-Germania nella sala da pranzo dell’ostello, dove a breve ci saremmo ritrovati tutti insieme e dove avrei tifato per la loro nazionale. E, prima ancora, dovevo andare al museo a lasciare la sacca di Teresa, prima di dimenticarmene a causa del bicchiere di vino che, oltre alla bottiglia, i due tedeschi volevano assolutamente offrirmi seduta stante. Claus era andato già a prendere un calice anche per me. Gli promisi che sarei andata al museo e tornata molto in fretta per continuare la chiacchierata e bere insieme a loro il prezioso bicchiere di vino.

In effetti il sole non scaldava la pelle proprio per niente, e senza giacca di lana, a lungo andare, non stavo affatto bene. Però non potevo permettermi di tornare alla reception ormai chiusa solo per prendere la giacca, rischiando di incontrare qualcuno che mi avrebbe incastrata con una qualche domanda interminabile. Ci sarei tornata prima di andare a vedere la partita, e fino ad allora sarei sopravvissuta alla mia artica imprudenza.

Devo ammettere che quella sera ero andata al museo a portare la sacca Ikea con la speranza di rincontrare un ragazzo americano di cui a stento ricordo il nome, e che qualche sera prima avevo convinto con estrema facilità a farmi compagnia e smezzarsi con me la mia unica birra in lattina mentre, quasi a mezzanotte, mangiavo al tavolo fuori alla reception il primo pasto della giornata, un pesce fresco buonissimo con riso e verdure, frutto di una catena di generosità che aveva coinvolto pescatori tedeschi, una famiglia friulana e un’amica polacca, cuoca sopraffina e soprattutto amica paziente.

La sera del loro arrivo in una delle nostre case, i bimbi della coppia friulana erano rimasti incantati a guardare i pescatori tedeschi tagliare il pesce appena pescato, sui banchi di legno vicino all’attracco delle barche, a pochi metri dalla reception. Sarebbe stata ora di andare a dormire, forse addirittura più tardi di mezzanotte, ma complice l’assenza di buio i bambini restavano lì incantati a guardare la solerte attività dei pescatori, accompagnata da una gran quantità di birre e battute per soli uomini. Forse per ringraziarli del loro entusiasmo, o più probabilmente solo per mandare finalmente a casa a dormire quelle due paia di occhi, i pescatori tedeschi avevano regalato alla famiglia di miei connazionali tanto pesce da sfamarli per diversi giorni, e non ne avevano voluto sapere di farsi pagare. E così la mattina dopo mi ero vista recapitare in reception un paio di pesci; la nostra ospite friulana non voleva che andassero sprecati e per questo aveva pensato di condividerli con me. Solo che io, nelle mie giornate deliranti in reception, non avevo e non avrei mai avuto tempo per un’operazione tanto complessa come pulire e cucinare il pesce, così avevo proposto alla mia amica polacca, che amava cucinare e che oltre tutto finiva di lavorare diverse ore prima di me, di trasformare quei due pesci in un piatto sopraffino con riso e verdure, e di invitarmi a cena per gustarcelo insieme a fine giornata.

E solo che poi non mi ricordo quali ritardatari avevo dovuto aspettare e quali problemi avevo avuto, fatto sta che ero rimasta a lavorare fino alle undici di sera, e la mia amica si era rassegnata a mangiare il pesce da sola con la sua coinquilina, e mettermi da parte un piatto caldo da mangiare non appena avrei potuto. Arrivate le undici, le due polacche dovevano andare a dormire, così ero andata a prendermi il mio piatto per mangiarmelo da sola sul tavolo davanti alla reception – e non dentro, perché a quel punto, spesso, in quell’antro, dopo averci lavorato per più di dodici ore, non volevo starci un secondo di più. E proprio mentre apparecchiavo la tavola per la mia frugale cena, era passato di là questo ragazzo americano arrivato qualche ora prima, e che avevo subito mandato a provare l’escursione fangosissima intorno al lago. Incredibilmente era tornato al villaggio così poco infangato da indurmi a credere che si fosse limitato piuttosto a fare due passi lungo la strada asfaltata, e invece a suo dire era riuscito a costeggiare tutto il lago e arrivare rapidamente fino al passo, dove io non ero e fino a fine estate non sarei mai arrivata. Visto che ci teneva a raccontarmi come avesse fatto ad arrivare fin lassù e tornare indietro con scarpe e vestiti puliti, io avevo preso dal frigo la mia unica birra e l’avevo invitato a condividerla con me mentre mi spiegava il percorso. Avevamo finito per chiacchierare di cambi di vita e avventure future (“ho mollato tutto” era una frase che ricorreva molto spesso tra gli ospiti dell’ostello, e non suscitava in me più alcuno stupore) e dei suoi quadri, paesaggi grandi quanto una parete, per i quali cercava ispirazione tra queste montagne. Ma non puoi stare seduto all’aperto tanto a lungo, di notte, da quelle parti, pena un rapido congelamento, e così ci eravamo salutati, ripromettendoci di continuare presto la chiacchierata. Tanto lui sarebbe rimasto una settimana, e poi voleva unirsi a noi per le partite degli europei.

Nelle sere successive, l’americano-artista-“mollo tutto” mi aveva mandato diversi messaggi chiedendomi dove raggiungerci per vedere la partita, ma poi, ogni volta, nessuno l’aveva più visto. In compenso, il mattino seguente, mi aveva regolarmente mandato un altro messaggio chiedendo: non ho trovato la sala con la tv ieri sera, ma dove eravate? C’è da dire che la sala da pranzo è nascosta sul fianco di un edificio a sua volta nascosto dietro un’impalcatura, dall’altra parte del villaggio rispetto al museo, ma c’è anche da dire che lui era l’unico ad essersi perso, tra gli spettatori delle partite. Col senno di poi, era ovvio che si trattasse di una scusa, ma insomma, avrebbe potuto risparmiarsi direttamente questa pantomima, d’altronde era stato lui a chiedere delle partite, nessuno aveva insistito per invitarlo, d’altronde avevo dato per scontato che a un americano non potesse importar di meno degli europei di calcio.

Viste le mie condizioni psicofisiche, anche volendo non avrei mai avuto il tempo o le energie di insistere con qualcuno per qualcosa: in quei giorni ero così stressata, che la mattina successiva a quella cena di pesce consumata da sola davanti alla reception, vedendo la coinquilina della mia amica polacca affacciarsi in reception a chiedermi di restituirle i piatti vuoti della sera prima, l’avevo scambiata per un’ospite non meglio identificata e avevo capito che volesse invece un paio di piatti dal nostro magazzino. Spesso succedeva che la dotazione di piatti, pentole e stoviglie nelle nostre case non fosse sufficiente per gli ospiti presenti, e occorreva rimediare una pentola più grande, qualche utensile o un po’ di posate da fornire seduta stante all’ospite insoddisfatto. E così, quella mattina avevo scambiato la ragazza polacca, che conoscevo benissimo, per un’ospite insoddisfatta, le avevo chiesto in quale delle nostre case o stanze alloggiasse, e mi ero scusata del fatto che nella sua cucina mancassero dei piatti. Lei era stata così paziente e gentile da ripetermi le sue generalità e ricordarmi che era un’amica e non un’ospite, senza deridermi come avrebbe potuto. Io, però, ero rimasta davvero sconvolta dalla confusione che aleggiava nella mia mente. Non ero mai stata così esaurita in vita mia, e probabilmente non era un caso che certi ospiti, come il ragazzo americano, non traessero chissà che piacere dalla mia compagnia. Loro erano in vacanza e non erano certo arrivati in questo posto isolato per passare del tempo con una receptionist più stressata di un broker della City di Londra.

I messaggi e i mancati arrivi dell’americano, però, lo ammetto, avevano contribuito a conferirgli un’aura di mistero che mi aveva stupidamente incuriosita, ed è per questo che mentre mi incamminavo dalla casa di Claus al museo con in spalla la sacca Ikea a nome Teresa, mi domandavo se per caso lo avrei incontrato in cucina o nel corridoio del museo. E, invece, non lo avrei rivisto mai più nel corso dell’intera settimana del suo soggiorno. Prima di ripartire mi avrebbe mandato l’ennesimo messaggio ringraziandomi e raccontandomi che non aveva trovato la strada per la sala con la tv, ma in compenso aveva trovato tantissimi sentieri, e che le montagne lo avevano rapito e gli avevano dato ispirazione per i suoi quadri. A rapirlo, in realtà, credo fosse stata l’americana bionda e chic che alloggiava nella stanza di fronte alla sua, e che vantava, è proprio il caso di dirlo, una macchina a noleggio, merce rarissima in quelle settimane, se non l’avevi prenotata tempo addietro. Lui al suo arrivo mi aveva chiesto aiuto per cercare di noleggiarne una, ma gli avevo detto di lasciare ogni speranza, o chiedere a qualcuno in ostello di portarlo in giro con sé. E così forse ho fatto anche da Cupido, ma questo non lo sapremo mai 🙂

L’americano non l’avevo incontrato, ma in compenso, mentre uscivo dalla porta del museo avendo portato a termine almeno la mia missione ufficiale e depositato la sacca sul divano accanto alla porta della stanza numero due, avevo incrociato un altro degli ospiti che in quei giorni alloggiavano nella numero tre, la stanza dei ragazzi: norvegese di nome e di aspetto, ma tedesco di nazionalità, era arrivato un paio di giorni prima, preannunciato da una telefonata alle dieci di mattina e da una voce di una gentilezza rara. Che non fosse norvegese avrei dovuto capirlo dal fatto che aveva aspettato le dieci per chiamare; i norvegesi, anche per farmi le domande più futili, telefonavano alle otto in punto, quando la reception era ancora chiusa. I tedeschi, invece, leggevano l’orario di apertura sulla guida o su internet, e chiamavano allo scoccare dell’ora esatta in cui prendevo servizio.

Non sono molto brava a indovinare l’età delle persone, e pensavo, sbagliando, che lui fosse decisamente più giovane di me. Aveva un’andatura appena ciondolante, ma leggera, come di uno che cercava di non dare fastidio, e un modo tutto suo di soffermare lo sguardo quando t’incontrava. Per prima cosa, e lentamente, arrestava la sua camminata. Fermatosi, pareva mettere per un attimo da parte, quasi parcheggiare, i pensieri che visibilmente lo avevano tenuto occupato fino a quel momento, e che sarebbero tornati a breve a fargli visita. Solo allora il suo sguardo cercava il tuo, lo incontrava per un attimo, poi lo distoglieva, e ti sorrideva. Anche il sorriso era di quelli che non volevano imporsi né invadere, il sorriso di un uomo che non sembrava cercare artificialmente di piacere o di farsi ricordare.

E infatti mi ricordavo di lui, ma non ricordavo particolarmente bene la nostra conversazione in reception di quella mattina, quando, a quanto pare, gli avevo fatto il discorso che facevo a tutti gli ospiti per illustrare le escursioni sulle montagne intorno al villaggio, e gli avevo anche prestato il mio libro delle escursioni, dettaglio che, fino a che non me lo aveva comunicato lui, avevo completamente rimosso. E gli avevo anche mostrato su Google Maps la mia città natale, ma questo è un ricordo che riemerge solo adesso, e che la mia frastornata memoria a breve termine non aveva conservato.

Ancora non lo sapevamo, ma il momento in cui entrambi varcavamo, in direzioni opposte, la porta del museo, era destinato a cambiare almeno in parte la direzione delle nostre vite. I miei pensieri erano concentrati sul bicchiere di vino che mi aspettava sulla terrazza di Claus e sul freddo che avrei patito se non fossi tornata a prendere in reception la mia giacca di lana. Lui aveva con sé una busta del supermercato che conteneva soprattutto dolciumi, tra cui un pacchetto di prodigiosi biscotti svedesi dal cuore di cioccolato, ma anche una birra, “per la partita di stasera”, mi disse.

Mi raccontò che era appena sceso dalla montagna che sovrasta il villaggio. Con il sole e il cielo azzurro di quella sera, era stata un’escursione memorabile, mi disse, e potevo ben immaginarlo. Io in due mesi non ci ero ancora andata, lassù, e per un attimo fui un po’ invidiosa. Poi gli dissi sì, è bellissimo il tempo, stasera voglio andare a vedere il sole di mezzanotte, ma non sono sicura, il furgoncino dell’ostello fa un po’ schifo, non so se me la sento. Giuro, non lo stavo invitando, stavo solo facendo conversazione. E invece “io ho la macchina!”, rispose lui, suscitando la mia meraviglia, convinta com’ero di sapere com’erano arrivati e come si spostavano tutti gli ospiti dell’ostello. Lui aveva l’aria del backpacker ed ero sicura che fosse arrivato qui con l’autobus. E invece, come avrei scoperto più tardi, era venuto sin quassù con la sua macchina azzurra dal nord della Germania.

Fantastico! Per ringraziarlo della disponibilità mi offrii addirittura di guidare io, così che lui potesse bersi la sua birra in tranquillità durante la partita (in Norvegia il tasso alcolemico tollerato alla guida è zero), e ci accordammo per andare insieme dopo il match fino alla spiaggia e risparmiare così al furgoncino scassato il brivido dell’avventura. La prima conseguenza diretta di questo incontro fu che, ripassando da casa sua, dovetti dare un paio di dispiaceri a Claus. Per prima cosa, ritrattare la promessa fatta di bere insieme un bicchiere di vino, perché più tardi avrei dovuto guidare. E, soprattutto, dirgli con tutto il timore dell’incertezza di chi sente che sta per succedere qualcosa di prodigioso, ma non sa bene cosa, che non c’era posto per andare con me a vedere il sole di mezzanotte, perché ci sarei andata con la macchina di un altro tedesco che alloggiava in ostello, e non me la sentivo di invitare altra gente a fare una gita con una macchina non mia.

Fraintendendo la ragione della mia titubanza, Claus si preoccupò che io avessi paura a intraprendere la gita da sola con quello sconosciuto, come se lui fosse invece, al confronto, un amico di vecchia data. Io lo rassicurai sulla mia esperienza di viaggiatrice solitaria e autostoppista, e gli dissi che no, non c’era nessun problema, ma preferivo non complicare le cose con altri inviti. Se volevano, lui e il suo amico potevano venire con noi, ma con la loro macchina, così saremmo stati tutti liberi di spostarci come e quando credevamo. Sono sicura che Claus ci rimase male, e ogni tanto penso che dovrei cercare i suoi contatti da qualche parte e raccontargli che la delusione, quella sera, glie l’avevo data per una buona ragione: per una coincidenza o uno slancio d’istinto che stava per aprirmi la porta di una nuova fase della mia vita.

Quella sera, a guardare la partita assiepati tra il divano e il pavimento nella piccola sala da pranzo dell’ostello, c’eravamo tutti: io e il mio collega polacco, i coinquilini francesi, Claus e il suo compagno di viaggio, la famiglia friulana e un’altra famiglia milanese e gli altri tre ospiti della camerata dei ragazzi, tra cui un altro tedesco molto giovane, altissimo e con sempre indosso un berretto di lana che gli faceva il viso simpatico, e un irlandese fricchettone, vestito da fricchettone e con la barba da fricchettone, anche lui simpatico ma che sembrava volersi mettere sempre al centro della situazione. L’ostello era strapieno ed eravamo davvero in troppi a contenderci le poche sedie e i frammenti di pavimento disponibili. Io, da brava padrona di casa, mi ero seduta a terra, lasciando spazio agli ospiti, ma sapendo quanto fossi perennemente stanca, tutti avevano fatto a gara per cedermi un posto come si fa con le persone anziane, fino a che non ero finita proprio sulla sedia accanto a quella del tedesco gentile con cui avevo appuntamento per il dopo-partita. Alla fine non si stava bevendo neanche lui la sua birra che, poi mi raccontò, aveva deciso di conservare per la seconda serata, e ci eravamo ritrovati uno accanto all’altro ognuno con la sua tazza, lui di caffè, io di tè, e con un pacco di biscotti che io avevo rimediato nell’intervallo, e che avevo condiviso con tutti, ma avevo piazzato tra la mia e la sua sedia, il primo piccolo frammento di quello che sarebbe diventato il nostro mondo segreto.

Con sommo gaudio del mio coinquilino panettiere, che avevo convinto a fatica a lasciare la sua tana e unirsi a noi, la Francia aveva eliminato la Germania e io ero uscita sconfitta per la terza volta in pochi giorni, se comprendiamo anche l’eliminazione della Polonia ai rigori ad opera del Portogallo, partita nella quale mi ero schierata con i polacchi per sostenere il mio collega. A fine partita rimettemmo a posto sedie e divani, salutai tutti, concordai col tedesco di vederci davanti al museo quindici minuti dopo e volai su per le scale di casa, quelle da cui ero caduta quattro ore prima, per mettermi i vestiti più pesanti che avevo e correre incontro al sole di mezzanotte con quella strana frenesia addosso e le batterie della macchina fotografica cariche per l’occasione.

All’incontro davanti al museo arrivai puntuale, come si conviene quando hai un appuntamento con un tedesco. Lui mi mostrò la sua macchina azzurra, che al posto guida, quello che avrei occupato io, aveva un incredibile coprisedile anni ’70 rimediato da una cantina che un giorno avrei finito per visitare. L’auto era stracolma di cose di ogni tipo, scarponi, vestiti, coperte morbidissime marroni e arancioni, materassini isolanti, chitarra, un cuscino, qualche libro. Provammo a parlarci in tedesco, ma la conversazione toccò rapidamente argomenti troppo complessi, e senza accorgercene prendemmo la decisione a tutt’oggi irreversibile di tornare a parlarci sempre e solo in inglese. Lui si lamentò più volte della mia guida un po’ troppo italiana, che avrebbe messo in imbarazzo la sua macchina con targa tedesca lungo le strade e sui ponti non proprio comodi che collegano le isole dell’arcipelago.

Mentre ci avvicinavamo all’altra isola e all’altra costa, le nuvole si erano addensate proprio intorno a quell’angolo di cielo che avrebbe dovuto farci l’agognato regalo. Giunti sulla strada secondaria, ci fermammo per fare una foto alle nuvole, sperando che si spostassero, ma niente. Restammo a lungo con braccia e mento appoggiati al tetto della macchina, uno di fronte all’altro, io dal lato del guidatore, lui del passeggero, a raccontarci le rispettive vite. Quando due misteriosi pullman finlandesi vuoti ci passarono accanto una prima, poi una seconda volta, su quella strada notturna e deserta, ci accorgemmo di quanto tempo avevamo passato a parlare affacciati a quell’immaginaria finestra. Ci rimettemmo in moto per raggiungere la spiaggia in tempo, nel caso in cui nuvole e sole avessero deciso di accontentarci. Ma niente.

Faceva freddo, vicino alla spiaggia. Lui mi confidò il segreto dei frutti di bosco preziosi e rari che sarebbero venuti alla luce di lì a un mese sui pendii delle montagne e anche su quella spiaggia, e che sarebbero diventati la ragione di vita delle mie sere di agosto, e l’oggetto di una promessa folle, che avevo fatto pensando che non l’avrei mai mantenuta, ma che da lì a qualche mese mi avrebbe fatto incredibilmente fare parecchie migliaia di chilometri di volo e di strada. Mentre tornavamo alla macchina e lui, per non distruggere quei frutti speciali e, chissà, anche quella promessa, evitava con la sua andatura ciondolante e delicata quelle piante a me fino ad allora ignote, io mi domandavo chi fosse, questo sconosciuto dall’aria così gentile, dalla voce e dallo sguardo così calmi, per ispirarmi tanta fiducia e farmi gettare la maschera della receptionist che si prende cura di tutti e della viaggiatrice solitaria e senza paure, e raccontargli una versione della mia storia molto più vera e troppo personale perché la possiate leggere su queste pagine. Una versione della mia storia che fino a quella sera era rimasta ingabbiata tra i miei pensieri e la stanchezza delle giornate nella reception, e che non avevo mai avuto voglia né coraggio di raccontare a nessuno, e forse neanche a me stessa.

Il resto della storia di quei giorni non ha molta importanza. Vi racconterò solo che il Portogallo vinse gli europei, e la sera della finale, assolutamente in extremis, riuscimmo a vederlo, il sole di mezzanotte, insieme ad altri ospiti germanofoni dell’ostello, aggrappati tutti insieme alla collina che sovrasta quella stessa spiaggia. E che prima o poi dovrò ringraziare Teresa e l’americano, perché da quei giorni ho ereditato non la storia romantica che vi starete immaginando, ma un mondo segreto fatto di frutti di bosco, marmellate, biscotti prodigiosi anche se in Germania li vendono già scaduti, una brughiera che prima o poi vedrò in fiore, libri troppo lunghi perché almeno uno di noi due riesca ad arrivare all’ultima pagina, un paese nuovo in cui vivere malgrado lui, e milioni di parole in inglese, perché il tedesco è troppo complicato per due persone complicate come noi.

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