No, non è la sorte a portarti in un posto piuttosto che un altro, non è la sorte a regalarti la felicità che desideri, o almeno quella serenità che ti fa svegliare la mattina senza ansie e senza paure. Io la apprezzo, ogni giorno, quella serenità, perché da quando sono andata via i giorni spensierati sono stati ben pochi, rispetto ai giorni in cui mi sono svegliata sopraffatta dai pensieri e dalle preoccupazioni. La felicità sfrenata, quando c’è, la assaporo fino alle lacrime che mi scorrono sul viso mentre ascolto una canzone che mi sorprende nel mezzo dell’orario di lavoro. Ho sempre avuto il vizio di piangere quando sono davvero felice. Soprattutto se c’è il sole o una musica buona. Ma sto iniziando a imparare che la felicità così intensa poi svanisce e lascia rapidamente il posto al suo contrario, e mi lascia sola a lottare per riacciuffarla, quella felicità, prima che il treno passi e se ne vada senza di me.

E invece, forse, dovrei imparare che la vera sfida, “l’impresa eccezionale, è essere normale”, pur senza accontentarsi mai. Vivere per un anno e mezzo in una dimensione “temporanea”, in cui davanti a me c’era sempre il momento in cui dovevo o volevo andare via, mi ha spinta a vivere ogni cosa con la frenesia di chi sa che potrebbe perderla, che la perderà da un momento all’altro. Qualche settimana fa, però, ho sentito che non respiravo più bene. Ho deciso di fermarmi perché voglio assaporare con lentezza quello che ho. Darmi tutto il tempo di vedere cosa diventerà, cosa diventerò.

Giovedì saranno passati sei mesi dalla sera piovosa di novembre in cui, dopo quattro giorni di autostrade e blablacar, sono arrivata in questa città con la mia macchina carica di coperte e olio d’oliva, pronta per stabilirmi qui, non sapevo neanche io perché. Una scommessa che non sapevo spiegare a nessuno. Benedico sempre l’istante in cui il mio istinto mi ha detto che questo era il posto giusto per me, avendone visto solo qualche frammento e non avendo ancora idea di quanto potesse essere meravigliosa la gente che avrei incontrato tra le pieghe del lungo inverno che mi aspettava.

No, non è la sorte che mi ha portata qui. È che tra i tanti posti che mi hanno invitata a visitare, tra le tante proposte che ho ricevuto, tra i tanti progetti e le tante idee, qualcosa un giorno mi ha detto che questa città che non conoscevo avrebbe potuto essere la mia casa per un po’. Qualche settimana fa ho deciso che lo sarà molto più a lungo. Perché anche se meteorologicamente parlando, eccezion fatta per un sabato perfetto per il barbecue e per i sandali, questo maggio tedesco somiglia di più a un tardo ottobre bianco-grigio e freddo, in fondo non importa.

Perché ho ancora molto da fare per rimettere in ordine la mia vita, però intanto queste strade e questa gente mi hanno regalato una ricchezza incredibile. O, forse, me la sono conquistata. Tenendo gli occhi bene aperti, imparando a riconoscere le persone speciali e lasciando perdere le altre. Imparando che mi merito tutto. Ci meritiamo tutto. Di stare bene, di lavorare con serenità, abitare con serenità, circondarsi di buone energie. L’ho scelto, questo posto, le ho scelte, le persone di cui circondarmi. Sto imparando a scegliere in cosa mettere le mie energie, a costruire la mia vita come la voglio io e non come la vogliono gli altri. Ci vuole tempo, mi darò tempo. È un duro lavoro, ma ne vale sicuramente la pena, e più passa il tempo, più mi convinco che ce la posso fare.

3 pensieri su “L’impresa eccezionale

  1. Mi piace molto come metti a nudo le tue sensazioni e i tuoi pensieri, oltre che al modo con cui scrivi. Articolo decisamente interessante 🙂
    PS: Anche in Italia in questo momento il tempo è ben lontano dagli standard di Maggio..

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    1. grazie e scusa! passo relativamente poco tempo al computer e mi ero persa il tuo commento 😦
      per fortuna qui il tempo intanto si è aggiustato, spero anche in Italia 🙂 grazie ancora per essere passato di qui!

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