C’è un televisore schiantato nella piazza vicino casa, quella popolata dai junkies e dagli skaters, a pochi metri da dove sono caduta con la bici l’altra sera, quando pioveva a dirotto, come qui non succede mai, e uscita dal lavoro avevo dovuto eccezionalmente aspettare sotto una tettoia che la pioggia si desse una calmata. E tu che sotto quella pioggia ci stavi lavorando – pedalando – mi hai chiesto di andare in copisteria per te un minuto prima che fosse FeierabendE quando sei arrivato avevo già formattato, stampato e tagliato i volantini e siamo ripartiti in bici e un brutto uomo ti ha detto di spostarti dalla pista ciclabile, tu e il tuo grande zaino-cubo di Foodora che è anche un arredo del tuo soggiorno, e io mi sono lasciata scappare un insulto in spagnolo bisbigliato a mezza bocca eppure lui l’ha sentito e forse capito, e così è stata quasi rissa e conseguente fuga, e io sono caduta con la bici sul marciapiede rosso bagnato, senza conseguenze per me e per la mia bici, ma non per la tua bici, che misteriosamente, forse per telepatia, ha sputato via la catena e ha rifiutato di continuare a funzionare. E così tu te ne sei andato verso il tuo appuntamento con i volantini freschi di stampa e la mia piccola bici a fiori fucsia e io in pizzeria al porto a piedi con la tua, rotta, quella che già avevi prestato a mio fratello, con un livido in più e il sorriso di chi si sente più vivo degli altri.

Alle nove di sera, adesso, è ancora pieno giorno. Anche quando esco dal lavoro alle otto ho tutto il tempo di godermi la luce e il tramonto, e di catapultarmi, prima ancora che cali la notte, nella dimensione parallela in cui si cade con la bici e si scampa alle risse e alla polizia che in questa città non ha altro da fare che controllare i ciclisti non in regola, ovvero in controsenso o senza luce accesa, o al massimo sedare diverbi scoppiati per un nonnulla tra buttafuori e presunti molestatori di ragazze, che in realtà stavano solo litigando con la propria ragazza che aveva sonno e voleva andare a casa.

C’è un televisore schiantato nella piazza vicino casa. A me piace questa piazza, la più brutta della città. Mai dire mai, ma anche se tutti i peggiori soggetti della città sono concentrati qui, nessuno di loro mi ha mai importunata. Spero non sia perché mi prendono per una di loro, com’è successo qualche mese fa, quando ho dovuto passare un’ora e mezza di notte nella stazione di Düsseldorf, quella dove un mese più tardi un tizio ha ferito delle persone con un’ascia. Ma tutti si sono tranquillizzati quando hanno saputo che “non era terrorismo” ma solo una persona che non stava bene. Come se le due cose non fossero collegate. Come se i mali della nostra società non fossero tutti parte dello stesso quadro, come se non ci fossero dei mali che ci riguardano tutti, a saper andare al di là delle definizioni.

Nella stazione di Düsseldorf, all’una e mezza di una notte di febbraio, io e il mio zaino di ritorno da un breve viaggio, anche quello in un universo parallelo, avevamo risposto alla domanda di un ragazzo anche lui zainomunito. Mi aveva chiesto se parlavo francese. Sì, un po’, avevo risposto, anche se l’anno scorso in Norvegia il mio coinquilino, il panettiere francese, diceva che parlavo francese come un uomo ubriaco, e da allora mi vergogno parecchio di quanto sono scarsa. Ma il ragazzo in stazione parlava solo francese e null’altro, e quindi si sarebbe accontentato. Solo che la sua domanda era: dove posso comprare qualcosa da fumare? Non ne ho idea, gli avevo risposto semplicemente, mi dispiace, senza aggiungere altro. Lo avevo salutato ed ero tornata verso la sala d’attesa, per scoprire, mio malgrado, che rivolgendo la parola al backpacker francese, automaticamente ero diventata un soggetto presentabile per i tanti habitué della stazione nelle ore notturne, quelli che la vigilanza non faceva che mandare via dalla sala d’attesa ogni quarto d’ora e che regolarmente tornavano poi a sedersi e si aprivano un’altra lattina di birra. Loro avevano iniziato a rivolgermi la parola, e insomma io mi sentivo a disagio, quindi me n’ero andata al binario, dove però il mio treno non sarebbe arrivato prima di mezz’ora, e dove faceva un freddo incredibile. Gli altri viaggiatori in attesa del mio treno si aggiravano anche loro nei pressi del binario, spaventati dalla popolazione a tutti gli effetti poco raccomandabile della sala d’attesa. Solo che ora io ero diventata una degli impresentabili, per via dello zaino, degli shorts e del fatto di aver scambiato due parole con il ragazzetto che era in cerca di uno spacciatore. Giuro, non puzzavo affatto, credo e spero di non emanare cattivi odori anche quando sono in viaggio, però gli altri passeggeri in attesa del treno avevano iniziato ad allontanarsi da me, ovunque mi spostassi. Ero diventata come “appestata”.

Era stata una lunga e gelida mezz’ora fino a che non avevo preso il treno che, all’alba, mi aveva portata a casa, anzi alla stazione, alla piazza dove ora c’è il televisore, e poi finalmente a casa. Avevo chiuso a chiave il cancello alle mie spalle, per ritrovarmi dall’altra parte di quel labile confine, pronta a infilarmi sotto le coperte, sperando in una lunga dormita.

2 pensieri su “Sul confine

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