Out of office

Mezz’ora prima di uscire dall’ufficio mi prende una frenesia tale che non riesco più a scrivere. Devo ri-imparare come si mette l’out of office su Outlook, è da una vita che non lo faccio, e per di più in tedesco, dove sarà mai nascosto nelle impostazioni?

Accanno a metà l’ultima traduzione, salto in sella alla bici, esco dal cancello dell’ufficio e improvvisamente mi sembra di volare. Era da un anno e mezzo che non prendevo un giorno di ferie. Cioè, ne ho presi cinque in quattro mesi mentre lavoravo nell’ostello in Norvegia l’anno scorso, solo che non avevano il sapore dei giorni di ferie normali, ma quello della disperazione, dato che lavoravo sette giorni su sette, ventiquattr’ore al giorno praticamente, e quello che potreste definire un giorno di ferie era per me semplicemente il primo giorno di riposo dopo più di due mesi di lavoro ininterrotto.

Ora però è vero, ho di nuovo un lavoro normale, anche se part-time, e anche se in un luogo che non posso davvero definire un ufficio qualunque. E per una meravigliosa combinazione di congiunzioni astrali e scelte strategiche, qualche giorno fa ho avuto l’intuizione che prendendo uno solo dei miei pochissimi e preziosissimi giorni di ferie, me ne sarei potuta andare per cinque giorni e cinque notti lontano da qui, di nuovo nella terra che mi ama e mi odia, che mi prende e mi lascia andare via, ma poi mi richiama sempre a sé.

Vado per cinque giorni a ri-imparare lo spagnolo di Spagna, a percorrere una costa che non ho mai visto. Vado. Dove? Esattamente non lo so. Deciderò domani, deciderà il destino. Un po’ tremo al pensiero di lasciare per cinque lunghi giorni la coperta che mi avvolge, questa città dove tutto è prevedibile e non mi annoio mai. Dove ogni giorno è una sorpresa incredibile ed è al contempo la certezza di non correre alcun rischio di farsi male. Dove ho trovato l’abbraccio più sicuro e al contempo più libero e meno stretto che abbia mai incontrato. Vado a ricordare a me stessa che c’è un mondo, fuori da questa città che oggi è tutto quello di cui ho bisogno. Vado a camminare a piedi scalzi sulla sabbia vera, non quella del locale fighetto sul porto-canale. Vado a scottarmi la pelle. Vado a ricordarmi che esiste davvero, quell’universo parallelo di cui ogni giorno parlo la lingua, sotto questo cielo che oggi è grigio quasi a volermi mandare via. Ho quattordici ore e mezza per fare lo zaino e partire. E per non avere paura.

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