Stasera, poco prima delle nove, stavo pedalando in direzione centro per andare a bere una birra in un posto molto tradizionalmente tedesco con uno strano assembramento di amici e conoscenti irlandesi, dei loro genitori e delle loro couchsurfers polacche. Il posto tradizionalmente tedesco dove tutti noi, senza dircelo a vicenda, abbiamo portato i nostri genitori quando sono venuti a trovarci.

Il posto dove in effetti non andremmo mai, nelle nostre deliranti serate, per via di quella sensazione “che ci facciamo qui?”, quella sensazione di vivere in una bolla, di non essere effettivamente in Germania, non in quella Germania da vestiti dell’Oktoberfest che pure, effettivamente, la mia amica irlandese possiede e sta per tirare fuori dall’armadio, perché settembre è alle porte.

Per fortuna ancora non fa buio presto e le temperature sono così miti che lunedì pomeriggio ho potuto fare il bagno nel canale, e stasera, poco prima delle nove, stavo pedalando lungo la strada di casa nuova in direzione centro, quando ho visto spuntare un tramonto di tutto rispetto, là dietro l’insegna del supermercato, e in direzione della chiesa al cui campanile sono appese le tre gabbie dove quasi seicento anni fa furono esposti alle intemperie e alla fame degli uccelli i cadaveri dei capi della rivolta anabattista di questa città.

Sarebbe bello vedere il tramonto per intero, ho pensato. Vederlo dall’alto, se solo in questa città ci fosse una fottuta collina, un grattacielo, un castello, una fortezza, qualcosa. Ma non c’è niente, niente nel raggio di tanti chilometri, niente che io sappia per guardare la terra dall’alto. La terra è piatta, da queste parti, infatti ho smesso pure di scalare. Quando vedo il tramonto, qui, mi mancano i tramonti spagnoli. In Spagna, non so perché, non ci sono tramonti normali, solo cieli incredibili, anche nel posto più di merda, anche tra i palazzi costruiti in riva al mare.

Il tramonto più bello della mia vita l’ho visto in Spagna mentre un meccanico chiamato Ramón riparava la pompa dell’acqua del camper in un angolo imprecisato della Catalogna. Non mi ricordo bene come ci accorgemmo del danno, mi ricordo solo che all’epoca parlavamo uno spagnolo stentato, ma Ramón era incredibile e riparò tutto, pure quello che non gli avevamo chiesto di riparare, mentre io tentavo di offrirgli biscotti e taralli per ringraziarlo di cotanta gentilezza. E anche del tramonto che involontariamente ci stava regalando e che, se ci penso, sono ancora senza parole. E dire che cercando bene, sul mio Facebook trovate anche le foto, di quel tramonto, ma non le apprezzerete, perché non rendono l’idea.

Ogni tanto, in queste settimane in cui tutti (o quasi) siete in viaggio, mi viene nostalgia delle foto dei paesaggi che da qui non posso scattare. Ogni tanto, in questi giorni, qualcuno dall’Italia mi manda una mail per uno dei lavori freelance che faccio online e, dopo avermi spiegato ciò che gli occorre, mi dice: puoi farlo dopo le ferie, e comunque buon ferragosto! Solo che io le ferie non le ho fatte, perché qui l’estate è bella da morire, e l’inverno invece uccide a colpi di tristezza e oscurità, e così le mie due settimane di ferie rimaste me le sono tenute per scappare a nutrirmi di luce e calore quando sarà necessario.

D’altronde, qui nessuno chiude per ferie. O, meglio, il Kiosk (giornalaio – rivendita di tutto) dietro l’angolo è chiuso per ferie per qualche giorno, e così anche uno dei locali vicino casa vecchia. Ma questo è alquanto inusuale. La città, anzi, è molto più viva adesso che in inverno, quando la gente si rintana in casa per quanto è possibile. Se penso a ogni weekend a partire dalla tarda primavera c’è stata una scusa ufficiale per fare festa, un grande evento che ha coinvolto tutta la città, una ragione per incontrarsi e stare fuori.

Spero che almeno fino a fine settembre, magari metà ottobre, continueremo così. E spero, anzi ne sono sicura, che questo inverno sarà più facile, perché tutte le nostre solitudini sperdute si sono incontrate ormai, in questo piccolo angolo di mondo che assomiglia a un rifugio per i viandanti senza casa e senza direzione, per quelli delusi e in cerca di ispirazione.

Due settimane fa ho passato tre giorni a casa, al sud. Di solito, al ritorno, volo direttamente fino a uno degli aeroporti qui vicino, e non ho tempo di riflettere su niente. Stavolta mi è toccato fare scalo a Roma per tre ore, e mentre combattevo con i cavi del caricabatterie per rimediare un po’ di carica per il cellulare e intanto guardavo gli aerei decollare, mi sono chiesta perché mai io debba privarmi di settimane e settimane di bagni al mare meravigliosi come quello fatto con mio fratello due giorni prima, per tornarmene qui, dove sono felice quando le gambe si abbronzano con il pallido sole che abbiamo ogni tre-quattro giorni e quando mi butto a farmi il bagno nel canale a pochi passi da casa.

Lo faccio perché qui sono a casa. Da tre settimane ho una bellissima stanza arredata tutta con mobili regalati da amici che li tenevano in soffitta e da gente che voleva disfarsene tramite un gruppo su Facebook. Le lampade le abbiamo trovate per strada venerdì sera, sotto la pioggia, mentre parcheggiavamo la bici prima di entrare in un locale, e il personale del ristorante tradizionale tedesco di cui sopra le ha generosamente ospitate per me durante la notte fino al giorno dopo, quando sono potuta andare a riprenderle con la macchina.

Questa stanza mi fa venire voglia di restare qui molto a lungo. Ho una coinquilina che, quando ha il raffreddore e si annoia, prende la macchina da cucire e si mette a produrre bellissimi portatabacco di mille colori. E un’altra che per il suo compleanno ha fatto una festa con bambini e adulti che è durata ben undici ore, nel corso della quale sono andata a dormire, mi sono svegliata, ho parlato tedesco, alla fine ho invitato gli amici miei per poter parlare finalmente spagnolo con mio grande sollievo. E abbiamo un cane bellissimo che puoi comprare con un paio di biscotti o croccantini o come si chiamano, e con cui finora l’unico problema è che le faccio paura quando passo per il corridoio in accappatoio e con i capelli bagnati.

Mi manca il mare, mi mancano i paesaggi, ma rispetto a un anno fa ho intorno a me un orizzonte umano che è una ricchezza molto più grande di quella che puoi trovare in un villaggio di sessanta abitanti tra le montagne e il porticciolo. Un orizzonte umano più stabile di quello di un ostello, un orizzonte che non va via, che non ho paura di perdere, persone che già si sono perse anche loro cercando il loro posto nel mondo, e qui si sono ritrovate, per un motivo che nessuno di noi riesce a spiegare.

Il mio rifugio è una persona che ha già fatto tutto quello che io avrei voluto fare. E che ne è valsa davvero la pena. È il mio libro preferito di avventure, che ha vissuto anni ciascuno dei quali ne vale dieci. Ma ora le ferite, il caos, sono difficili da decifrare. Quelle frasi motivazionali che si leggono su Facebook, sul mollare tutto, non significano niente. Quando molli tutto quello che avevi, ci sei solo tu. E il mondo intorno. Senza definizioni, senza sovrastruttura. Io, dopo un anno e otto mesi, so di avere avuto coraggio, di avere fatto la cosa giusta. Non mi manca nulla di quello che avevo prima. Lunedì guardavo da lontano le mattonelle fighe a mosaico in vendita in un negozio di fai da te dove noi stavamo solo cercando le lampadine più economiche, una manciata di viti che non sembra facile trovare, e una tavola di legno bianca da usare come schermo per proiettare le partite.

Guardando quelle mattonelle, e tornando con la mente ai tempi in cui avevo una casa da ristrutturare e mattonelle e rubinetti e mobili da scegliere, ho pensato a come la vita mi abbia insegnato che non abbiamo bisogno di quelle cose. Non abbiamo bisogno di comprare se non lo stretto necessario. Da qualche giorno sono anche in un gruppo di foodsharing grazie al quale posso attingere gratis ogni giorno ai prodotti in scadenza che i supermercati non possono più vendere, e che una persona che conosco distribuisce ogni sera a casa sua. Non mi sento per niente in colpa a servirmi di questo sistema. Qui lo stato si occupa di tutti coloro che hanno bisogno di aiuto. In questa città ricca nessuno muore di fame, quindi non c’è niente di male ad autorganizzarsi per condividere il cibo che altrimenti verrebbe buttato via. A Roma, qualsiasi quantità di cibo rischiasse di rimanere inutilizzata, l’avrei portata al Baobab, dove con l’arte di arrangiarsi e una quantità infinita di energia si sopperisce alle carenze enormi dello stato. Qui, invece, conosco una quantità incredibile di persone (giovani, più che altro) che lavorano come assistenti sociali in ogni tipo di ambito. Da questo punto di vista sono molto colpita dal sistema tedesco.

Ancora mi resta tantissimo da capire di questo paese. Tanto più che vivo in un luogo e in un ambiente che è un incrocio di mondi e persone, che di tedesco ha davvero poco. Però so per certo che qui non mi sento mai giudicata, mi sento libera. Qui nessuno mi ha mai chiesto perché ho lasciato una strada per un’altra. Come dicevo a un amico qualche giorno fa, “giù da noi” mi sento imprigionata negli stereotipi, circondata da una mentalità chiusa, che ha paura del prossimo, del diverso, non imparo, non cresco, non mi sento libera e non mi sento amata per quella che sono. O meglio, non mi sento libera di essere me stessa, perché quella me stessa laggiù è un animale esotico a cui le persone care vogliono bene, ma con cui non potrebbero condividere la vita.

Non lo dico con distacco, lo dico con dolore, perché vorrei tanto più bagni al mare nelle acque meravigliose della nostra terra. Vorrei vedere i miei genitori più spesso, i miei fratelli, i figli dei miei amici che per fortuna si ricordano di me anche se mi vedono una volta ogni non so quanti mesi. Ma poi sono qui, e mentre pedalo verso il tramonto e verso gli abbracci degli amici di qui, penso a quello che un’altra amica che se n’è andata lontano ha scritto qualche giorno fa: “è tutto così breve che a malapena abbiamo il tempo di trovare un posto da chiamare casa, figuriamoci trovare il tempo per migliorarlo. Se però uno ci riesce, in quel breve tempo che gli è concesso, chi sarà mai più felice di lui?”

Ho scritto tutto questo senza districare i pensieri, sapendo di dare tanti dispiaceri, sapendo che è tutto più complesso di ciò che so scrivere, e che dovreste leggermi l’anima e gli occhi per sapere che non è colpa di nessuno, ognuno deve trovare la sua casa, nel breve tempo che gli è concesso, come dice bene la mia amica. E non è la sorte, no, ma se mai l’istinto che ci porta a scegliere la nostra casa, e poi tanti non ci riflettono su, sulla famigerata domanda: “cosa ci faccio qui?”.

Ma io, io che nella mia testa ho tanti di quei pensieri che “valgono una folla”, come mi ha scritto una cara amica di mamma un paio di settimane fa, io le domande non riesco a non farmele, e quindi ecco tutto, ci ho pensato in quelle ore all’aeroporto di Roma e stasera pedalando lungo il tramonto, ci ho pensato ogni giorno e ogni notte, sono qui perché qui voglio essere, qui sono al sicuro, ho trovato casa. Mi manca tanto il mare di casa, ma non c’è ragione migliore del poter essere liberamente se stessi per scegliere un posto dove provare a mettere le proprie piccole, fragili, temporanee nuove radici.

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