Le due di notte di un martedì tutt’altro che qualunque, un martedì speciale da quasi trenta gradi e sole in faccia, pedaliamo verso casa, lungo il canale. Il tuo barbecue con le ruote sferraglianti, attaccato alla bici con una corda a mo’ di rimorchio fa un rumore incredibile, ma non ci sono case, intorno, non c’è nessuno che si sveglierà. Solo otto ore fa, mentre pedalavo carica come uno sherpa in costume da bagno, carica di sacchetti di carbonella a metà, fritz cola, candele, amaca a due piazze (ma piccole, per italiani), ketchup alle spezie regalato dalla vicina, sale, piatti di carta, biscotti, cioccolata, grissini al burro, felpa e jeans e scarpe chiuse per il freddo che non arriverà neanche quando calerà la notte, solo otto ore fa qui lungo il canale era affollato di migliaia di persone, carne, coppie che si baciavano una addosso all’altra, pelle tedesca pallida stesa a catturare in poche ore tutto il sole che si può. Erano giorni, quasi una settimana, che avevo sentito dire che ieri ci sarebbero stati quasi trenta gradi. Adesso ci siamo solo noi, come sempre, quelli che chiudono i locali perché vanno a dormire tardi, perché non lavorano la mattina, e adesso chiudono anche il canale, anche se la luce della luna non la puoi spegnere.

Io guardo le mie gambe e le mie braccia, non sono così bianche come quando sono andata in Spagna per cinque giorni due mesi e mezzo fa. È perché mi tiro fuori di casa appena esce un raggio di sole in più, non come quelli che hanno freddo anche nel giorno più caldo dell’anno e anche quel giorno vanno in ufficio con la borsa dell’acqua calda solo perché vivono in Germania, e non come quelli che mi dicono che odiano i ventotto-trenta gradi di ieri perché gli fanno venire mal di testa. Però va bene tutto, perché io sono felice di scappare dall’ufficio con la carbonella sul portapacchi della bici per andare a grigliare la carne polacca che tu hai comprato per me dal negozio di fronte a casa mia, e per buttarmi nel canale due volte tra le sei e le sette, anche se alle sei e un quarto il sole si nasconde tra gli alberi e fa un po’ più freddo di prima. Ma a Roma non potevo nuotare nel Tevere, e l’acqua del canale è più pulita di quella di Ostia ed è a meno di dieci minuti in bici da casa mia, e allora mi spiego perché sono felice. È tutto facile e uscita dall’ufficio ho corso come non mai in sella alla mia bici per arrivare al luogo concordato, al luogo della felicità, da cui all’una e mezza di notte avrei visto le stelle, le stelle ci sono anche qui, in mezzo a una delle zone più densamente popolate d’Europa, basta restare svegli la notte in mezzo agli alberi che nel silenzio sganciano frutti che non so cosa sono, e la tentazione di non smontare le amache la prossima volta e restare a dormire in riva al canale c’è tutta, e perché no.

Alle sei di pomeriggio, mentre uscita dall’ufficio pedalavo più veloce della luce senza saperlo pochi metri dietro di te e del tuo barbecue sferragliante, le rive del canale sembravano Rimini. E meno male che l’altro giorno mi sono fatta corrompere da un frullato d’anguria fatto con gli avanzi del foodsharing e ho scelto un posto un po’ più lontano, quello con meno sole ma con meno folla e con gli alberi fatti apposta per le nostre amache salentine e latinoamericane. Alle due di notte, mentre torniamo a casa, mentre cerco di andare piano per tenere il passo della bici con barbecue al seguito alle mie spalle, incrocio un altro barbecue un po’ più piccolo, rimasto solo sulle rive del canale in questa notte che era silenziosa prima di incontrarci. Poche ore prima, mentre nuotavo da sola, avevo pensato che sarebbe stato bello trovare qualcuno che alla fine dell’estate regalasse il suo barbecue e farlo mio, per usarlo insieme a voi nella prossima stagione calda che, sono sicura, non tarderà a venire. Eccolo, il mio desiderio tramutato in realtà senza neanche una stella cadente, un soffione, niente di niente. Senza che io abbia detto una parola.

Ma io non ho coraggio, da sola. Supero il barbecue solitario sulla riva del canale e proseguo la mia strada senza fiatare. Ma un “hey” e cinque minuti di equilibrismi più tardi, il barbecue solitario è stato adottato e si fa strada insieme a me verso la mia cantina, abbarbicato neanche troppo precariamente sul portapacchi della mia bici. Insieme alla “sensazione che in un attimo qualunque cosa pensassimo in due poteva succedere”. Come ieri sera, e l’altro ieri anche, che dopo il lavoro abbiamo fatto incontrare decine di persone di ogni parte del mondo per fare una grigliata o per parlare lingue diverse o per bere birra o vino o fare il bagno o dormire nell’amaca. Tutto perché lo immaginiamo possibile, e lo facciamo succedere. Senza che ci sia bisogno di dircelo.

Mentre scrivo questa storia sono messa bella comoda sul mio nuovo materasso. Anche lui mi è venuto incontro all’improvviso, era sabato sera e mi stavo preparando pigramente per andare a una festa dove avevo intenzione di restare un paio d’ore e invece sono rimasta per quasi cinque. Compresi momenti esilaranti e foto che non scorderò mai più. Il materasso l’abbiamo incontrato a inizio serata – com’era già successo qualche settimana fa con le due lampade meravigliose rimediate per strada in quel maledetto benedetto piovosissimo venerdì sera – e di persona abbiamo fatto la sua conoscenza la domenica mattina, tu con due ore di sonno e io sei ore e mezza di sonno disturbato, e mentre con la tua costola rotta cercavamo di incastrare nel bagagliaio il materasso e tutto il resto i conigli ci danzavano intorno, e non era un’allucinazione, anzi, per la gente di qui è normale, gli animali selvatici sono ovunque anche tra il cemento delle residenze universitarie, ci faccio caso quasi solo io.

Il materasso nuovo è comodissimo e usato e gratis come tutto. La gioia infinita sono le cose che vengono da me all’improvviso. Anche quelle che non siamo riusciti a rimediare. La bici che poteva essere perfetta per me o per i miei ospiti italiani altrettanto di bassa statura, peccato che ci siamo precipitati a prenderla ma non abbastanza, mentre eccezionalmente ero impegnata a fare altro.

Non importano le cose, gli oggetti, quando non li hai pagati ciascuno di essi è il ricordo di un’avventura, la traduzione in pratica di un gesto che significa prendersi cura dell’altro solo perché vuoi farlo. Perché ne abbiamo bisogno, come dell’aria. Perché non solo non vogliamo essere soli. Ma non vogliamo accontentarci. Di un materasso sgangherato, di un viaggio complicato, di un luogo troppo affollato, della musica sbagliata.

Quando cinque mesi fa ancora pensavo che in estate sarei andata a lavorare in Norvegia, pensavo lo avrei fatto per sfuggire alla routine di una vita tranquilla in questa città così sicura che la polizia ha l’unico interesse di inseguire i ciclisti che commettono infrazioni piccole così. Poi è successo tutto quello che è successo. E la mia primavera e la mia estate sono state più avventurose qui che su un’isola a nord del circolo polare artico. Ogni martedì, quando torno al lavoro dopo il mio weekend di quattro giorni, la mia adorabile, normale e tranquillissima collega italiana mi domanda cosa mi sarà mai capitato nel mio folle (come sempre) fine settimana. Viviamo a pochi metri di distanza l’una dall’altra, ma io nella mia dimensione parallela ho negli occhi un altro mondo. Fatto di avventure che succedono all’improvviso. Ogni giorno. Di due persone, una che sa fare i nodi, l’altra che li sa sciogliere. Così alla fine possiamo andarcene a casa.

Un giorno riprenderò a viaggiare. Come nel documentario meraviglioso dell’altra sera, di una giovane coppia tedesca che dalla foresta nera ha girato il mondo in tre anni e centodieci giorni senza mai prendere un aereo. Le lacrime che ho versato al cinema l’altra sera non le versavo da tempo. Perché certo che ho voglia di partire e scoprire cose nuove, posti nuovi. Ho voglia di volare finalmente dall’altra parte del mondo, certo non per sempre, ma almeno per un paio di mesi. Ho sempre paura che sia troppo tardi, se non lo faccio prima di subito. E lo farò, quando sarà il momento. Però come ho già scritto, qui ho le mie nuove radici, che ogni settimana diventano più solide, anche grazie a un materasso nuovo, un altro bagno nel canale, un’altra avventura che mezz’ora prima che accadesse non avevo immaginato. E il sole ci scalda ancora, ma anche se domattina dovessi svegliarmi con l’inverno addosso, sono sicura che non mi farebbe così male.

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