Quando disegnarono la felicità, disegnarono una foto sfocata scattata davanti alla porta del bagno di un locale dove però la musica era buona, e noi indossavamo i nostri vestiti migliori e i nostri migliori sorrisi. E i sorrisi erano veri.

Quando disegnarono la felicità, disegnarono una domenica invernale, le luci accese della mia cucina, un tavolo pieno di verdure e formaggi e tazze di tè, e ore e ore di parole.

Quando disegnarono la felicità, disegnarono il profumo di un tè venuto dalla Palestina a bordo di uno zaino, di un aereo, di un autobus e della mia macchina. Un profumo che sa di altri viaggi che non ricordo, perché i profumi, gli odori, per quelli non ci sono fotografie e video e registrazioni, quelli non li puoi conservare, se non in un angolo nascosto da cui poi vengono fuori all’improvviso per farti impazzire di nostalgia.

Quando disegnarono la felicità, disegnarono questa città, le nostre serate in cui festeggiamo il thanksgiving americano, il capodanno occidentale e quello curdo, la festa di san Patrizio e l’entrata in vigore dei matrimoni gay in Germania.

Quando disegnarono la felicità, disegnarono il nostro quartiere, il parco giochi sommerso dalle foglie secche, la macelleria cara ma buonissima, il supermercato dagli eterni lavori in corso (sì, anche in Germania i cantieri possono essere eterni), il ragazzo del negozio portoghese sotto casa che non si è arrabbiato neanche se gli hai lasciato la mia bici parcheggiata davanti alla vetrina, e quello del negozio di bici che ti aveva dichiarato guerra, ma che in realtà ha solo voglia di chiudere il negozio e andare a farsi un’altra birra. I volti che conosco nel quartiere, tanti, le luci accese la sera tardi solo agli ultimi piani senza ascensore, perché è lì che vive la maggior parte dei giovani. Ogni metro della strada da me a te. E l’angolo dove ci incontriamo anche senza appuntamento.

Quando disegnarono la felicità, disegnarono una bici riparata in un minuto dopo due mesi di stupida, pigra attesa. Disegnarono un inverno in cui non fa freddo come dovrebbe, e il mio capo è triste perché non vendiamo abbastanza giacche, però io triste non lo sono per niente, perché è uscito il sole un’altra volta. Disegnarono il primo bacio tra due delle persone a cui voglio più bene qui. E che, volutamente o meno, ho fatto incontrare io, in una sera di fine estate, una sera che in teoria non era delle migliori. Disegnarono la finestra affacciata sul cinema, la finestra davanti alla quale fu scritto l’inizio di un libro che avrebbe cambiato parecchie vite e non solo la mia, non solo le nostre. Quasi mi fa paura, questa sensazione. Una sera, un paio di settimane fa, ritrovandomi davanti a quella finestra ho sentito tutto lo stupore per quello che un piccolo gesto può causare nella vita delle persone. Per quella reazione a catena che non sapevo di poter generare. Per quel giorno in cui, nostro malgrado, le nostre forze si combinarono per costruire qualcosa che non sapevamo di poter costruire, e che invece, forse, era già lì ad aspettarci.

Quando disegnarono la felicità, disegnarono il giorno in cui mi accorsi che ciò che voglio mi appartiene, mi spetta, che ciò che amo è mio e mio sarà. Che non c’è da buttare al vento le cose belle e le persone speciali, perché sono rare, e perché ce le meritiamo. E bisogna tenersele strette. E con mio grande stupore, non c’è niente di cui avere paura. Quando le cose belle sono quelle giuste, resteranno con noi.

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