La casa è ancora lì, a metà della valle, con vista sull’alba (tarda) e sul tramonto. Sono ancora cinque i cani, ma due hanno cambiato casa, rimpiazzati da altri con cui non ho fatto in tempo a fare davvero amicizia. Sono ancora lì i cinque gatti, gli stessi di due anni fa, anche se uno di loro, uno dei due che stanotte hanno dormito nel mio letto causandomi un misto di incubi e felicità, ha un tumore che gli cresce su un fianco e che non si può curare.

C’è ancora la luce che arrossa le pareti bianche al tramonto. Ci sono ancora le tazze, tantissime, ma non più ordinatamente disposte a due a due appese a sinistra del lavello. Ci sono ancora milioni di padelle e pentole appese sopra i fornelli. La poltrona reclinabile di pelle è andata via, così come il grande divano. Al loro posto, davanti alla TV eternamente accesa, due divani nuovi-usati che erano una fregatura e che sono diventati comodi a caro prezzo.

Ci sono ancora gli assurdi fossi nella strada d’accesso. C’è ancora la rientranza fatta apposta per farne un parcheggio trasformatosi in rimessaggio. C’è ancora la Panda carica di buste del supermercato, i cartoni del latte parcheggiati accanto alla porta.

Laggiù in fondo alla discesa tutto è rimasto fermo a quei giorni, monumento incompiuto a un doppio, simultaneo fallimento. La macchina per fare il cemento è nascosta sul retro, e le maledette piante di asparago, così come tutte le altre che avevo a fatica estirpato, sono rimaste libere di ricrescere ovunque, quasi a nascondere apposta i gradini rimasti a metà, e la piattaforma di legno e mattoni da cui penzola ancora un unico pezzo di pavimento che ha incredibilmente resistito al sole e alle intemperie.

Ci sono ancora i pancake a colazione, e neanche stavolta ho imparato come si fa a farli così buoni. Continua a non esserci la raccolta differenziata, e i mobili della cucina avrebbero decisamente bisogno di un lunedì del mio tempo per mettere via la polvere che i padroni di casa non vedono più.

Come non vedono più la valle con la sua luce magica, il cielo azzurro più di trecento giorni l’anno, la bellezza di tutto ciò che hanno costruito insieme. Non lo vedono più perché non si vive di soli tramonti, di tempi lunghi per leggere libri e guardare un film ogni sera. Non c’è vita senza esseri umani, amici da invitare a cena, persone che portano idee, non importa se folli come la versione di lusso di una tenda da nomadi appoggiata su una piattaforma di legno.

Ho passato ventiquattr’ore in uno scenario di cartone che stanno per portare via. Ventiquattr’ore in un posto che, questo sì, esisteva nitido nei miei ricordi, compresi il sapore dei pancake e le orecchie e il muso del mio piccolo cane preferito.

Meno male che ci sono andata, prima che questo posto non esista più. E ci sono andata a farmi raccontare, senza bisogno di fare domande, una versione oggettiva dei fatti, una versione che mi fa ancora più rabbia.

Non ho mai creduto a chi dice che il tempo cura tutte le ferite. Il tempo, se le ferite non le affronti, ti porta solo a ripetere gli stessi errori.

Anche da qui, anche stavolta, sono andata via senza voltarmi. Una porta si è chiusa tra me e quei piccoli, amatissimi cani, prima che potessero saltarmi addosso per salutarmi un’altra volta mentre salivo in macchina per andare in stazione.

Mentre l’autobus, arrampicandosi tra colline e uliveti, si avvicina alla mia prossima meta, si fa sera in un cielo straordinariamente nuvoloso. A parte queste parole che scrivo, mi rimane solo la voglia di starmene un po’ in silenzio, la speranza che le persone che mi ospiteranno stasera non abbiano poi tanta voglia di chiacchierare. Perché come glie lo racconto, che ho fatto un viaggio in una macchina del tempo che ha trasformato una vecchia cartolina e una scatola dei ricordi in una scenografia che è ancora viva e abitata, e per ventiquattr’ore io, con i capelli più lunghi e la pelle invecchiata, ci ho camminato e vissuto dentro, e ora ho meno risposte e meno certezze di prima?

Buon anno e buon viaggio a me, perché non si finisce mai di camminare e di cercare.

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