Quasi due settimane fa a mezzogiorno ero seduta in mezzo agli ulivi, ricoperta di fango dalla testa ai piedi, con una birra in mano e cose buone da mangiare, in una meritata pausa nel corso di una giornata in cui, con il fantastico couchsurfer che mi ospitava e con la sua ancor più fantastica madre, abbiamo raccolto oltre milleduecento chili di olive da una ventina dei seicento alberi del loro uliveto. Poi li abbiamo portati all’impianto dove le olive vengono pulite e pesate e infine portate nel posto in cui diverranno olio.

Mentre sedevo tra gli alberi con la bottiglia da “un litro – un euro” di birra economica in mano (non fraintendetemi, a mezzogiorno un litro di birra lo abbiamo bevuto in tre, alle due un altro litro, poi la sera la mamma in giro per la città ci ha offerto altre due-tre birre con tanto di tapas per la modica somma di forse due euro e settanta per ciascuna birra e tapa), dicevo, mentre sedevo tra gli alberi con la birra in mano, il fango sui vestiti prestati e il sole timido in faccia, pensavo che non sarei mai voluta tornare indietro in Germania. Mi sono ricordata com’ero quando ho fatto il grande salto due anni fa, direttamente dalla vita di Roma, dal lavoro in ambasciata a pulire i bagni e le cucine di un ostello per arrampicatori in uno dei posti non più belli della Spagna, ma tant’è.

Uno direbbe che il grande salto è un fatto che avviene al contrario di quello che è stato per me. Dal paesino e dal lavoro di merda alla metropoli e alla carriera.

E invece io del mio grande salto non mi pento. Sono passati due anni e più, e arrivata al mio secondo inverno tedesco mi sorprendo spesso a pensare, mentre pedalo per la città o guido la macchina – un lusso che ultimamente mi concedo più spesso – che non c’è nessun altro posto al mondo dove vorrei essere. Quella mattina di due settimane fa, tra gli ulivi, stavo così bene da non voler tornare indietro. Poi, solo un paio di giorni dopo, è capitata una giornata davvero storta, e tutto ciò che volevo era accorciare le distanze che mi avrebbero portata, da lì a trentasei ore, con un blablacar, una notte in aeroporto, un volo, una metro e un treno, a giungere a casa.

Casa. Questa città di cui conosco ogni angolo e quasi ogni volto. La amo persino nei giorni scuri d’inverno, che non sono per niente il massimo. La amo persino nei giorni in cui al lavoro non c’è niente di niente da fare e per sei ore mi devo inventare parole da tradurre e telefonate di litigio in spagnolo con un altro servizio clienti. La amo senza ritegno perché mi offre riparo dalle intemperie e dalle paure che decisamente non ho più voglia di avere. La amo perché mi ha insegnato ad amare la vita senza ritegno. Senza ritegno e senza paura. Perché mi ha insegnato il viaggio che non sia una fuga, ma scoperta, fino a che dura, perché tanto poi c’è una casa a cui tornare. Quando sono arrivata qui, quattordici mesi e cinque giorni fa, pensavo a un quartier generale, una base in cui vivere una vita che ti fa svegliare bene al mattino, che ti lascia partire per un viaggio contenta senza paura che quando torni tutto sia andato a rotoli.

Una vita in cui tornare dalle vacanze non sia deprimente. In cui lavorare ogni giorno non sia un modo di guadagnare abbastanza da scappare ancora una volta da una realtà grigia. Io onestamente ho difficoltà a trovare un weekend libero per andare via da questa routine che, pur con tutte le cose che non vanno, mi appassiona e mi sfida ogni giorno. E che ogni volta che torno a casa da un viaggio mi fa venire voglia di non aspettare neanche mezz’ora per tuffarmi nella vita di qui. E tra poco più di due mesi sarà di nuovo ora legale, barbecue al lago, e una primavera da vivere senza ritegno.

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