Dopo una serie di prove teoriche e pratiche (comprese le ovvie difficoltà con le complessità della lingua tedesca), immaginate di ricevere un tesserino che vi permette, come membro di un’organizzazione no profit che combatte gli sprechi alimentari, di andare, previo appuntamento, a recuperare le cose da mangiare che ristoranti, negozi, supermercati e bar altrimenti butterebbero via.

Ho questo tesserino da un paio di settimane ma ancora non mi era capitato di andare a ritirare qualcosa. Ieri avevo il mio primo appuntamento ma mi è arrivato un messaggio che mi diceva che non ci sarebbe stato niente da ritirare, perché ci sarebbe stato il tutto esaurito. In questi casi si dice bravi, che non avete sprecato niente. E sono stata contenta di risparmiarmi la missione a questa specie di tavola calda per studenti presso la quale sono autorizzata a ritirare cose da mangiare.
 
Oggi alle due di pomeriggio avrei dovuto essere altrove. Volevo prendere la macchina e andare a comprare una cosa importante che sto aspettando di comprare da almeno sei mesi, ma rimando sempre. Che poi non devo neanche comprarla, ho persino un buono cui devo aggiungere solo pochi euro, ma mi devo fare un’ora di viaggio ad andare e un’ora a tornare e rimando sempre, per una ragione o per l’altra.
 
Oggi però lo giuro, stavo andando. Sono salita un attimo a casa per prendere non ricordo cosa. Ho acceso il computer e mi sono messa a cercare un alloggio a prezzo ragionevole per il carnevale di Colonia dove sto cercando di andare con i miei amici, ma non c’è posto da nessuna parte. Mentre cercavo e cercavo, è arrivato un messaggio di una tipa che l’appuntamento per ritirare le cose da mangiare dal posto di cui sopra ce l’aveva oggi. Solo che mancava mezz’ora e lei aveva un’emergenza e non poteva andare. In Germania una cosa del genere può funzionare solo perché se hai un appuntamento e dai buca all’ultimo, o trovi un sostituto affidabile, o passi un guaio. E quindi la tipa ha cercato e ha trovato me, che ho cambiato i miei programmi e ho preso la macchina per andare a ritirare, insieme a una studentessa con i dread, un secchio carico di sette chili di polpette così pallide da sembrare canederli, e un altro di patate lesse più o meno condite. Che poi l’idea sarebbe di ritirare tutto in bici, ma se non hai una bici di quelle toste e un cestello di quelli seri davanti o dietro, con il secchio da sette-dieci chili non fai tanta strada. Ma va bè. Proverò.
 
Fatto sta che ho ritirato e condiviso con la ragazza con i dread le polpette e le patate. Lei è vegetariana, quindi si è presa le patate e solo un poco di polpette per il suo coinquilino. Io viceversa, parecchi chili di polpette e solo un po’ di patate. E ho cambiato improvvisamente i programmi del mio pomeriggio per distribuire le polpette ai miei amici-fruitori del gruppo whatsapp di questa cosa che si chiama Foodsharing.
 
Ho aperto una finestra di un paio d’ore in cui le persone sono venute a casa mia con i loro contenitori a ritirare le polpette. Quando è stato il turno del mio compagno di mille avventure, chiacchierando davanti alle polpette, seduti al tavolo della mia cucina, gli ho chiesto se per caso per questo weekend mi avrebbe potuto prestare la sua seconda e la sua terza bici (da queste parti è molto comune avere più di una bici a persona) per i miei ospiti-couchsurfer che arriveranno domani. Lui mi ha detto di sì e siamo andati a casa sua a prendere una delle due bici.
 
Entrati nel suo portone, davanti a noi c’erano due lampade da terra proprio come quella che cercavo da mesi. Su un foglietto attaccato a ciascuna c’era scritto: “zu verschenken”, “in regalo”. Nella mia stanza avevo solo due lampade ikea belle ma deboli, che lui stesso aveva trovato per me per strada in una impressionante notte di pioggia di metà agosto. Siamo rimasti senza parole. Ci siamo guardati e poi ce le siamo divise: una a me, una a lui. Lui che dietro il letto ha già una lampada simile anch’essa trovata nel portone.
 
Sono tornata a casa con la lampada tra le braccia e poi ho ripercorso la strada – la stessa di sempre – per andare a prendere la bici che era la ragione iniziale della mia visita al portone di lui.
 
Stasera ho scritto alla couchsurfer spagnola, che domani ospiterò con il suo fidanzato inglese, che ancora non ci conosciamo, ma che grazie a loro la mia stanza è molto più luminosa. Ho una lampada perfetta che non sarebbe stata mia se non avessi accettato di ospitare loro due questo weekend, se mi fossi fatta prendere dalla pigrizia e non mi fossi offerta di andare a ritirare le polpette per distribuirle agli amici, se mi fossi fatta prendere dalla pigrizia e non avessi cercato due bici per loro due, quando avrei potuto tranquillamente dire loro che sorry, qui tutti quanti vanno in bici, ma noi per questo weekend ci muoveremo a piedi, perché non ho avuto tempo di trovarvi delle bici.
 
In tutta questa storia non è stato speso o pagato neanche un euro, a parte il gasolio per ritirare le polpette (ma se non avessi già avuto in programma di spostare la macchina ci sarei andata in bici, come farò domani tra l’altro). In questa storia non c’è altro che regali, cose belle che ti tornano indietro, cose che non occorre comprare, perché se non ce le ho io, le hai tu, e le condividerai con me. E allora grazie ai miei ospiti che conoscerò domattina, per aver dato inizio con me a questa catena di cose belle e per avermi regalato la lampada perfetta, totalmente senza volerlo.

Un pensiero su “Una catena di regali

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