Nella strada accanto al cinema il silenzio di un venerdì sera leggermente piovoso è interrotto solo da una serranda che rumorosamente si abbassa. Qualcuno va a dormire mentre l’avventura del mio fine settimana sta appena per cominciare.

Ho lasciato a malincuore la festa di un amico meno di un’ora dopo essere arrivata. Le pizze preparate da un amico cinese-americano erano ancora nel forno quando ho sceso i quattro piani di scale diretta in stazione. Per strada ho incontrato un amico diretto alla festa dopo una cena a cui non ero invitata (e forse, meno male). Avrei voluto fermarmi ad aspettare le biciclette degli altri che forse arriveranno tra cinque minuti, solo per farmi dire buon viaggio un’altra volta, come se non mi fosse stato già detto con due giorni di anticipo. Ma non posso, non voglio perdere il treno.

In stazione il meteo promette 14 gradi alla meta. Per il biglietto e per le patate fritte non c’è da aspettare. Il treno è pieno di ragazzi. Sicuramente soprattutto studenti. In Germania i treni sono cari e tutt’altro che puntuali, ma gli studenti viaggiano gratis con i regionali e i trasporti urbani nella regione in cui studiano. Ci sono treni tutta la notte, quindi è possibile uscire in treno la sera, bere e tornare a casa senza che nessuno debba guidare. Ho già preso treni anche da sola in piena notte per tornare a casa da quando vivo qui e niente a che vedere con la paura e col buio di certi treni notturni in Italia.

La ragione per cui ho lasciato la festa per prendere un treno è un’altra delle cose che amo di questo paese. Il fatto che dopo tanti anni mi è tornata voglia di andare allo stadio come facevo con mio padre e mio fratello quando ero ragazzina. Qui lo stadio non è un ambiente di fasci o di violenti. Chiaro, immagino ci siano anche loro, ma almeno in quella che è stata la mia esperienza finora non li ho neanche mai sentiti menzionare. Alla fine di questo breve viaggio in treno mi aspetta una ragazza (una donna, dovrei dire, dato che abbiamo la stessa età) che mi porterà in macchina all’appuntamento con un pullman di sole donne che viaggeranno per tutta la notte fino all’Allianz Arena per la partita del Bayern. Nello zaino birre e cose da mangiare per il viaggio e l’euforia di un’avventura di due giorni con persone mai viste prima. “Ho l’argento vivo addosso”, mi scrive anche lei, che ha organizzato questo pullman speciale con un entusiasmo e un’energia che mi ricordano me.

Il Bayern è un fatto di famiglia, sono gli anni d’oro di mio padre a Monaco negli anni Settanta, è il mio primo viaggio all’estero e mettere il naso nell’Olympiastadion quando avevo dieci anni e di nuovo un anno e mezzo fa, è la maglia d’epoca che indossa mio fratello in palestra, ed è uno degli inmumerevoli lasciti di un amore la cui fiamma si è tramutata presto in un indecifrabile misto di tempesta e rifugio. Un misto, una mezcla, che indosso anche stanotte, una maglia del 2007 che ho trovato lunedì sera ad attendermi al mio ritorno dall’Italia insieme a una cena messicana che è anch’essa una certezza e sapore di casa.

Lunedì scorso è stato uno dei giorni più folli della mia vita. La notte di domenica senza dormire, l’attesa dello spoglio delle elezioni a Bari con i miei fratelli, le casse di Peroni come supporto per il videoproiettore, gli amici e i compagni lontanissimi ritrovati senza preavviso per una notte come se ci fossimo lasciati ieri, e invece erano più di due anni. Partire alle cinque di mattina senza aver dormito, tre treni, due aerei e un autobus, due zaini e tanti passi a piedi per tornare da casa a casa. Accorgersi di aver lasciato casa in Puglia per essere dopo tredici ore a casa in Germania. Avere qualcuno che nel suo storto modo aspetta il mio ritorno con un regalo davvero speciale, mille progetti e mille idee. Qualcuno che, mi posso allontanare, ma ci sarà sempre.

Vado via a malincuore per trentasei ore perché la serata prometteva bene e perché voi, che siete casa, mi mancate ogni volta che vado via. Ma se è vero che gli amici e i fratelli che ritrovo ogni volta che torno in Italia sembra di non averli mai persi, cosa può mai succedere in un fine settimana in cui sarò lontana per inseguire la prossima avventura?

Non sono solita fare le prediche a nessuno, ma mentre mi imbarco su questo treno e in questo fine settimana che potrebbe riservarmi tutto e il contrario di tutto, mi viene in mente che sì, ne vale e ne varrà sempre la pena, di viaggiare, viaggiare da soli e senza paracadute, fare un salto nell’ignoto, imparare lingue straniere per cavarsela ovunque ci si trovi o meglio per non sentirsi straniero in nessun luogo, come straniera non mi sentirò io – lo spero – in un pullman di donne tedesche che attraversa la notte e l’autostrada tedesca da nord a sud per una partita di calcio. Come mi sento a casa a Bari, per i latticini i taralli la focaccia il cielo il terrazzo di casa la famiglia gli amici i bambini che nascono e tutte le cose che non mi piacciono. E come mi sento a casa nel quartiere che mi ha adottata con i suoi arcobaleni, la macchina parcheggiata all’angolo di casa, i raggi di sole che filtrano inattesi dalle veneziane, la gente che mi riconosce dal mio inseparabile zaino anche se il cappotto-sacco a pelo mi nasconde, gli appuntamenti che non c’è mai bisogno di darsi, le paure che non c’è bisogno di avere.

Perché in fondo se non avessi imparato a viaggiare, se non fossi stata incosciente come sono stata, questa sera sarei rimasta sul divano dei miei amici a godermi una festa dove nulla poteva andare male. Questa sera avrei avuto paura o almeno non avrei avuto voglia di imbarcarmi in questa piccola avventura. Forse avrei avuto paura di un’ora di attesa a mezzanotte in una stazione che pare in fase di demolizione e senza un posto in cui sedere.

E invece mi viene solo da pensare a tutti quelli che scelgono per paura, che domenica scorsa in Italia hanno votato per paura, che fuggono da ciò che è diverso, che non hanno voglia di scoprire ciò che li aspetta. Ciò che ognuno di noi può disegnare e costruire e regalarsi. Dipende solo da noi. In un mondo in cui sentirsi a casa.

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