Mezzogiorno. La mia amica in visita dorme nella mia stanza, distrutta dalla notte di ieri, mentre io faccio colazione in cucina con latte e biscotti italiani come quelli di casa della nonna. Questa casa mi piace ancora di più da quando possiamo tenere le finestre spalancate ed entra solo il sole, un educato cinguettio e a volte qualche voce che si gode il bel tempo in giardino.

È una settimana che è estate ed è una settimana che sono molto felice. Felice senza ritegno, felice com’è giusto che sia la bella stagione. Le temperature sono salite di quasi quaranta gradi in un mese e ci sarebbe da preoccuparsi, ma ci penseremo la settimana prossima. Questa settimana tutto si è fermato, i medici hanno annullato gli appuntamenti non urgenti, i professori hanno fatto uscire prima gli studenti da lezione, e la città ha vissuto un weekend lungo una settimana, con vendite alle stelle di birra, salsicce, carbonella e crema solare.

In questi giorni abbiamo grigliato tanto che dell’odore della carne ne abbiamo la nausea. Oltre tutto la carne alla brace che qui è il profumo dell’estate non ha però niente a che vedere con le costolette di agnello o gli arrosticini delle nostre pasquette. Stamattina stavo guidando tra distese di fiori gialli in compagnia della mia fida tazzina di caffè. Prima di mettermi alla guida avevo messo su un album che, scopro ora, proprio ieri compiva tre anni. Ma la vita non è fatta di coincidenze e ci sarà un motivo se proprio stamattina questa musica mi è venuta a cercare. La stessa ragazza che tre anni fa gridò “basta viaggi!” al cantante che presentava l’ennesimo brano che parlava di partenze e ritorni, oggi si asciuga le lacrime rendendosi conto di essere diventata la persona descritta proprio da quella canzone, quella che se n’è andata lontano. A quel concerto, un terzo del pubblico l’avevo portato io. Fu una sera magica che fece incontrare persone che nei mesi a venire avrebbero condiviso un periodo di tante piccole e consolatorie avventure. Io, in quel tempo, indossavo i panni di Penelope, per me alquanto inconsueti, e avevo chiuso in un cassetto la mia voglia di andar via, dato che era stata proprio una partenza a portarmi via ciò che nei mesi precedenti mi aveva stravolto felicemente la vita. Per fortuna qualche mese dopo avrei deciso che sarebbe stato proprio un viaggio, e poi un altro, a curare le mie ferite, dando inizio alla stagione che mi avrebbe portata a lasciare Roma e l’Italia.

Fu nel corso di quella estate di viaggi che conobbi Anna, in un ostello molto speciale nel mezzo dell’arcipelago che all’epoca giravo in autostop e in cui un anno dopo avrei vissuto e lavorato per quattro mesi. L’ostello era quello del burbero pescatore Roar, e fu nella cucina di quel luogo magico che io, Anna e due giovanissime tedesche fummo invitate da una strana coppia, di tedeschi anche loro, con cui per fortuna sono riuscita a perdere i contatti, a fare un giro dell’isola in macchina. Anna viene dalla Nuova Zelanda e quell’estate stava girando l’Europa in bici da sola, facendo campeggio libero da sola in mezzo al nulla, cucinando le sue cose con un fornellino. Nella cucina di quell’ostello magico succedono da sempre cose prodigiose, come grandi e lunghe storie d’amore di cui sono stata testimone indiretta, e che hanno portato con sé traslochi intercontinentali in direzione Sudamerica e la prova che sì, non è che per forza le cose che sembrano complicate devono andare a finire male.

Nella cucina di quell’ostello in cui otto mesi dopo un architetto uruguagio e una illustratrice americana si sarebbero incontrati cambiando il corso della loro vita, io e Anna ci raccontammo in poche ore passato, presente e futuro delle nostre rispettive vite di viaggiatrici solitarie. In apparenza eravamo forti e coraggiose come nessuno, in realtà non troppo capaci di riconoscere le nostre straordinarie risorse e di farne tesoro. Qualche mese fa lei è tornata in Europa per vivere per un po’ da questa parte del mondo, e due giorni fa ci siamo rincontrate per passare insieme un fine settimana qui da me. Sono passati tre anni dal nostro primo, breve incontro, tre anni nel corso dei quali accidenti se ne abbiamo fatta, di strada. E non parlo dei chilometri percorsi, anche se entrambe abbiamo cambiato diverse volte paese e vita. Nel viaggio di ritorno dall’aeroporto, venerdì pomeriggio, dopo aver accompagnato a prendere un treno di fortuna un passeggero di blablacar molto giovane, molto poliglotta e molto paziente nonostante l’ora e più di ritardo dell’aereo di lei, ci siamo ritrovate come se ci fossimo viste per l’ultima volta tre settimane, e non tre anni fa. E, soprattutto, saranno le sensazioni che la canzone di stamattina mi ha riportato alla mente, saranno le conversazioni di quella sera di tre anni fa nell’ostello di Roar, ma guardiamo le noi stesse di allora e quelle di oggi e possiamo dirci orgogliose di essere diventate infinitamente più forti, adesso sì, davvero.

Stasera è arrivata la pioggia, un temporalone estivo che mi ha fatto correre a casa a chiudere le finestre spalancate da una settimana. È ora di andare a dormire e di prendere commiato da questo weekend di sette giorni d’estate, in cui ci siamo dimenticati il mondo e il senso del dovere e non ci siamo lasciati scappare neanche un momento di libertà e di sole sulla pelle. Domattina Anna riparte dopo un weekend in cui non le ho risparmiato neanche una discussione alle quattro di notte nel bar più impresentabile della città con un antropologo etiope fan di Putin, trenta minuti di partita del Bayern che le devono essere parsi un’eternità e io avevo pure un gran mal di testa, trasporti eccezionali e sudati dal mercato con la mia truppa del Foodsharing, amici che si offendono per un nonnulla e altri che giocano a scacchi a terra nel bagno in piena notte, tentativi di suonare la chitarra dopo anni d’inattività, attentati a opera di russi e danesi armati di superalcolici e di improvvisate armi che ti sparano uno scarafaggio morto sulla spalla. Non conosco la parola in altre lingue che non siano lo spagnolo, però in spagnolo si dice aguantar. Voglio dire che, nonostante fino ad ora ci fosssimo conosciute praticamente solo per un attimo, lei se l’è cavata meglio di chiunque altro mi abbia fatto visita fino ad oggi in questo grande ostello a cielo aperto e che non dorme mai.

Non avrei potuto immaginare conclusione migliore per un weekend lungo anzi più di una settimana, un weekend che era iniziato il sabato di una settimana fa in una stanzetta di una casa di nonni con vista sul fiume in una città del nord della Spagna, tra tre piccole bottiglie di birra locale, una partita che più in trasferta non si può, cose che non c’è più bisogno di nascondersi, strade e parchi in cui perdersi in un lentissimo tramonto, un ristorante in cui vestire felicemente per un paio d’ore i panni dei turisti, e un’altra ferita in meno. È stato un viaggio lungo un attimo, ma è valsa la pena di andare anche solo per la pace che non mi aspettavo più di fare, e perché lunedì sera, quando siamo tornati qui, abbiamo trovato ad aspettarci un’estate che stanotte se ne va, ma di cui ci siamo nutriti come se fosse una stagione intera, nel dubbio che ci voglia un po’ prima che ci faccia nuovamente visita. Buonanotte al cielo azzurro, alle grigliate, alla canzone che da stamattina mi risuona nelle orecchie, e alle ragazze viaggiatrici che non hanno più paura.

2 pensieri su “Arrivederci estate

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