In un pomeriggio di pioggia in cui nessuno vuole tornarsene a casa ci troviamo tutti insieme, un polacco, una messicana, un texano, un’italiana, un bengalese e un tedesco, a mangiare l’ultimo gelato di questa lunga estate ormai (giustamente) sconfinata in un grigio autunno, e tu hai la febbre e non hai una giacca se non la felpa con cappuccio presa in prestito da un mio amico in una notte gelida ma felice lo scorso fine settimana. Come sono stata felice, quella sera, anche se non ricordo tutto. Mercoledì, poco prima di andare a mangiare il gelato, ho incontrato un’altra foodsaver e mi ha detto: ci siamo viste davanti al supermercato, venerdì sera, stavate parlando in inglese con un senzatetto, noi avevamo fretta, ma voi sembravate felici.

Non era previsto, ma siamo qui per accomiatarci dal gelataio italiano che domenica chiuderà per le ferie invernali e alla fantastica età di settantatré anni andrà, come tutti gli inverni, a fare l’istruttore di sci sulle Dolomiti. Lui sì che energia ce ne ha da vendere, e mi ricorda la famosa e abusatissima citazione che “la più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.”. Tu dici che il gelataio-istruttore di sci è la seconda persona più meravigliosa in città dopo di me, e lui lo sa e sorride, anche se il bancone dei gelati ha l’aria triste ed è ormai quasi vuoto, in questi ultimi giorni della stagione chi verrà mai a mangiare il gelato a parte i clienti affezionati che sanno di potersi fermare sulla panchina a chiacchierare di sassofoni e montagne, lavori da cercare e programmi per l’inverno? Ma l’estate è stata lunghissima e di sicuro di gelati ne sono stati venduti tanti e di chiacchiere e confessioni su quella panchina ne sono state fatte, eccome. Ho la sensazione di aver scoperto questo posto troppo tardi. Ma ci sarà un’altra estate, e passerò di qui ogni volta che ho voglia che insieme al gelato mi regalino un sorriso.

Mentre in sottofondo telefonate in spagnolo definiscono dettagliati accordi per un affollato pranzo messicano a casa mia, io mi perdo in racconti in italiano con il gelataio e con il ragazzo bengalese che in Italia ha vissuto sei anni sollevando enormi forme di formaggio, parla italiano meglio di me e sta imparando il tedesco alla velocità della luce. Io parlo italiano e tu mi guardi ridendo nascondendo il viso sotto il cappuccio della felpa prestata, ti si vede mezzo occhio e mezzo sorriso perché come mi scriverai più tardi, “l’italiano è musica per i tuoi occhi”, non è nel suono, ma nel gesto, è nella mimica ciò che incanta. E io a guardare quel mezzo sorriso nascosto nel cappuccio della felpa, vorrei restare qui per sempre e che il gelataio non chiudesse mai per l’inverno.

Eppure c’è qualcosa che mi rende triste in questo commiato. È uscito il sole e devo andar via sul selciato reso luccicante dalla pioggia con la mia bici stracarica di contenitori e cose da mangiare appena “salvate” in uno strano e affollato pomeriggio di Foodsharing. Abbraccio il gelataio e gli dico: è uscito il sole, devo andare via. Lui mi dice no, è uscito il sole perché mi hai regalato un abbraccio. E aggiunge: prenditi cura di lui, mentre sono via. E non ha dubbio che così sarà.

Chissà se quando il gelataio tornerà dalle vacanze invernali tu sarai ancora qui. Mi si spezza il cuore, ma quasi spero che da qui a qualche mese tu abbia trovato una nuova casa e un nuovo mondo in cui ricominciare, cose semplici come vestiti e cibo e mobili a sufficienza per una vita normale. Mi si spezza il cuore perché sono invecchiata a sufficienza da imparare che a volte la realtà ha la precedenza sui sogni. E che questi mesi di libertà e disoccupazione, passeggiate al canale, notti in giro per la città e rincasare quando gli altri vanno a lavorare lasceranno giustamente il posto a una vita in cui vestirsi di nuovo come si deve, mettere la sveglia al mattino, i capelli in ordine, smettere di lottare per ogni centesimo. Non sto parlando di me. Ma che male fa sapere che questa felicità e che questi momenti in cui condividere anche poco è condividere tutto, in cui la gratitudine è in un cartone di latte e un passaggio in macchina quando piove, che tutto questo non è costruire un legame che abbia radici, ma sorridere e ridere e abbracciarsi nella tempesta, una tempesta che dovrà pur finire, e allora sarà il momento di dirsi arrivederci, addio.

Non credo che accadrà, ma se un giorno lontano volerai di nuovo qui da questa parte dell’oceano, ti porterò a vedere Roma in motorino. Ti assicuro che anche se ti porterò a vedere i posti più segreti che conosco, Roma non sarà bella come nei film che abbiamo visto insieme. Ma in fondo, cosa importa? Forse saremo invecchiati, ma come nel film, saremo diventati bravi ad apprezzare solo la più grande bellezza, che spesso risiede nelle più piccole cose. E ci ricorderemo di come eravamo bravi in un lontano autunno tedesco ad apprezzare una felicità che si nutre di ciò che non costa niente.

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