La maledetta chiave non vuole saperne di infilarsi nella toppa della serratura del portone di casa. Potrei dare la colpa all’oscurità della notte, se non fosse che in Germania d’inverno le ore di luce sono meno di otto e la vista si abitua giocoforza a lavorare al buio. Finalmente riesco ad aprire il portone, in attesa che finalmente mercoledì vengano a sostituire la serratura difettosa. L’efficienza tedesca è un mito spesso sopravvalutato.

Mentre cercavo il mazzo di chiavi nello zaino, attraverso gli auricolari Google Maps mi aveva augurato il suo “benvenuto a casa”. Peccato che questa non sia più casa mia. Non auguro a nessuno di provare questa sensazione. Tanto più senza aver fatto niente di male. Essere mandata via da quella che chiamavo casa, che era casa, con il cane che riconosceva i passi di ciascuno sin da fuori al portone, con la cucina con le piastrelle gialle, il tramonto sul cortile e la finestra di fronte con le sue cene, gli scatoloni del foodsharing in cantina, la bici della figlia della vicina al piano terra, il negozio portoghese accanto e la parrucchiera italiana, essere mandata via da questo angolo di mondo è ingiusto ma già non fa più male o, meglio, fa un male cane ma già non provo più niente, ho semplicemente deciso che al diavolo il male, al diavolo il caos che mi aspetta, tra meno di una settimana lascerò questa stanza senza approfittare del favore che le mie ex coinquiline mi fanno nel concedermi tre mesi per trovare un nuovo posto dove stare.

A chi non ha mai vissuto da queste parti può suonare strano che tre mesi possano non essere sufficienti a trovare una stanza dove vivere, ma è così: la speculazione, la carenza di alloggi a prezzi accessibili e il crescente afflusso di nuovi residenti fanno sì che ci siano sempre parecchi candidati per ogni nuova stanza o appartamento che si affitta. Così per trovare casa tocca inviare parecchie decine di candidature scritte con cura e originalità, presentarsi nel modo giusto per compiacere i futuri coinquilini e sperare di essere ammessi a un colloquio in persona che, forse, potrebbe portare all’offerta di un contratto di affitto. Di sicuro, da queste parti, è più facile trovare lavoro che casa e, di conseguenza, perdere il lavoro non è poi così un dramma come ritrovarsi senza un’abitazione.

In ogni caso, a partire da sabato prossimo avrò una stanza in prestito da chiamare casa per quattro settimane. Ne è passata di acqua sotto i ponti, se penso che non mi fa nessun effetto che si tratti della stanza di colui che un tempo fu il mio ragazzo e che ora è nulla più che il compañero di mille avventure, che mi lascia casa sua mentre se ne va in viaggio. Wow, davvero da tutto si può guarire, e noi in questo siamo stati bravi come nessuno, sono molto orgogliosa di noi.

Ed è con lui che in questa piovosa domenica mi sono messa in macchina per andare a casa dei suoi genitori, dove abbiamo pranzato un pranzo decisamente invernale e, orario a parte (le tre del pomeriggio) decisamente tedesco, e abbiamo assistito alla proiezione delle foto di viaggio che sua mamma ha organizzato per i suoi amici nella scuola del paese. L’estate scorsa mamma e figlio erano stati a fare trekking e altre avventure per cinque settimane in America Latina ed è stato interessante ascoltare l’America Latina raccontata dai tedeschi. Certe cose che i presenti descrivevano stupiti in realtà sono simili all’Italia meridionale. Come sono fatti i cimiteri, ad esempio, e i mercati. A un certo punto sono intervenuta per dirgli come funziona da noi.

Più che altro, ascoltando la presentazione mi sono accorta del fatto che normalmente non vivo in Germania. Una domenica pomeriggio in un paesino di campagna alla frontiera con l’Olanda è un tuffo nella realtà del paese che mi ha adottato. È che io me lo dimentico sempre, perché qui vivo circondata da una comunità internazionale che mi regala serate come quella tarda di oggi, con argentini, croati, brasiliani, iraniani e io, tutti insieme a guardare la finale della Copa Libertadores in un pub di tedeschi. Me lo dimentico perché in questa città parlo quattro lingue alla volta e imparo felicemente a cucinare piatti di ogni parte del mondo. Ma forse la storia finita male della mia stanza in affitto e delle mie coinquiline rivelatesi spietate mi deve servire almeno a ricordarmi che in questa città c’è anche, eccome, chi il mondo lo vuole chiudere fuori dalla propria porta, con tanto di cartello “non disturbare” come quelli appesi alla maniglia delle stanze degli hotel.

A proposito di hotel, il nuovo lavoro è stato così tosto nelle prime settimane al punto che ho avuto le allucinazioni e non ho potuto fare altro che dirlo alla direttrice quando mi ha chiesto come andava. Ma già va molto meglio e nelle prossime tre settimane avrò una sola sveglia alle cinque, la mattina di natale, il che mi pare un gran traguardo, considerato che invece, nelle ultime due settimane ho dormito spesso tre ore a notte, e poi uno si stupisce delle allucinazioni. L’ostello non è figo e non ha nulla a che fare con la mia idea di ostello uguale rifugio per viandanti sfiniti dalla pioggia o dai treni persi o dai cuori spezzati. Però devo dire che negli ultimi giorni, complici un paio di ospiti gentili, primo tra tutti un padre di famiglia spagnolo esaltato dal poter parlare la sua lingua madre con la receptionist e subissarla di domande, mi sembra che le cose vadano decisamente meglio. Il tizio spagnolo ha provato a dire al mio capo che sono una macchina da guerra, ma il suo inglese non era il massimo e non so se si siano capiti. Di certo so che il mio capo osservava stupito, sorridendo di nascosto, il fatto che finalmente avevo preso a parlare un sacco. Il fatto è che parlo tedesco, sì, ma non sono abituata a una vita in cui si parla solo tedesco, come in questo lavoro la gran parte del tempo. E così io, che normalmente parlo un sacco, quando sono circondata da tedeschi che parlano tra loro rimango muta per ore, faccio il mio lavoro in silenzio, dico il minimo indispensabile e poi rimango con le parole bloccate in gola quando vorrei domandare o spiegare qualcosa e mi accorgo che questa maledetta lingua non la padroneggerò mai davvero.

A vedere le foto dei ghiacciai delle Ande nel racconto di viaggio di oggi pomeriggio ho pensato che sì, se le cose dovessero mettersi male vado, è il segnale che è il momento di rimettersi lo zaino in spalla, andare lontano e ricordarsi l’effetto che fa viaggiare senza avere niente da perdere e non molto a cui tornare. Ma siccome non credo che viaggiare sia una soluzione in sé e che sarebbe bello che il viaggio non fosse fuga ma semplicemente scoperta, per ora resto.

Lo zaino, però, lo userò molto presto, per un viaggio certo più breve, ma non per questo meno avventuroso. Sabato mattina metterò insieme le cose a cui tengo e lascerò questa stanza che da un po’ di giorni a questa parte è preda di un caos mascherato a fatica dal calendario dell’avvento che la coinquilina passiva-aggressiva ha preparato con grande ipocrisia per me e per l’altra ragazza, quella che consideravo buona e che si è fatta invece portavoce dell’annuncio della mia cacciata. Era bella, questa stanza, silenziosa come poche, luminosa anche d’inverno, finalmente perfetta da qualche mese a questa parte con tutti i mobili al loro posto. Ma da quando qui non sono più la benvenuta, in questa casa non voglio mangiare più neanche un pasto né fare altro che non sia il minimo indispensabile. Mi serve solo una cantina in prestito per smontare i miei mobili e mandarli in letargo per un po’. E passare l’inverno forse saltando di casa in casa portando con me solo lo stretto indispensabile fino a trovare il posto giusto e degno di riprendere a costruirci una vita, o decidere che allo zaino mi sono abituata un’altra volta, e che una casa non mi occorre per un po’, comprare un biglietto aereo, e andare a scoprire ciò che comunque prima o poi mi aspetta laggiù, in un altro emisfero e in una terra che per ora conosco solo per interposta persona, lontano, lontano.

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