Terza domenica d’avvento, in Germania queste cose si prendono molto sul serio, la coinquilina che presto sarà ex ha acceso la terza candela sul tavolo in cucina. Mi tiro fuori dal letto troppo presto dopo la seconda notte insonne di fila, anche se molte cose si stanno pian piano aggiustando non riesco ad apprezzare a lungo la sensazione di sollievo che dovrei provare.

Ci metto un po’ a realizzare che fuori è tutto bianco di neve. Saranno state le cinque del mattino quando siamo arrivati a casa e faceva un freddo spaventoso, ma la neve non me l’aspettavo. Che strana coincidenza, anche l’anno scorso la prima vera nevicata cadde la domenica in cui avevamo in programma la cena di natale a casa degli irlandesi fuori città. Come oggi. L’anno scorso la nevicata mise K.O. gli autobus e insieme a un altro amico automunito (nella città delle biciclette l’auto è una rarità) dovetti guidare per tre ore in giro per la città per recuperare gli invitati alla cena rimasti bloccati senza mezzo di trasporto e carichi di tegami e teglie preparate per l’occasione. Era un brutto fine settimana a causa di un litigio che sembrava irrimediabile e che portava con sé silenzi ostentati in pubblico e stomaci chiusi, e l’avventura automobilistica nel mezzo della nevicata mi restituì energie e buonumore, o quasi.

Oggi mi sono svegliata in pensiero perché dovevo infornare un tacchino di quattro chili e duecento grammi che ci ha messo due giorni a scongelarsi. Il tacchino non appartiene alla mia tradizione del natale, meno male che l’americano si è offerto di lasciarsi sequestrare a casa mia e lasciarsi buttare giù dal letto decisamente presto per guidarmi passo dopo passo, prima ancora della prima delle sue tante caffettiere, in questa impresa culinaria, e tenere il forno sotto controllo mentre io tentavo invano di fare un pisolino e recuperare le forze.

Il tacchino è pronto, ho indossato il cappello di babbo natale e preparato un cesto, anch’esso rosso, di cose del foodsharing da regalare agli amici stasera. Guardo là fuori dalla finestra nel timore che la neve si sciolga troppo presto, voglio godermi un poco la vista della città imbiancata mentre guido. Man mano che il tacchino si cucinava, in cucina e sui nostri volti è piombata una strana tristezza che sappiamo attribuire solo a delle stupide scuse che nella realtà non hanno alcun fondamento. Lui si è incamminato verso casa nella neve e io, salvo una chiamata che “forse è meglio che non vengo”, dovrei andare a prenderlo tra un’ora o poco più, con la macchina carica di amici-conoscenti che non immaginano nulla, il tacchino e i regali.

Avrei tanto da fare in questi giorni, ma ho il caos nella stanza e il sonno sottosopra, mi prende l’ansia per cose piccole come raschi su una teglia prestata e pacchetti che forse non arriveranno in tempo a destinazione, e mentre mi giro e mi rigiro nel letto senza mai prendere sonno non riesco a ricordare a me stessa che queste sono cose piccole che si aggiustano con cinque minuti di calma e di lucidità, che non ho, ma da qualche parte là in fondo ai pensieri si sarà nascosta, forse la posso trovare. La verità è che ciò che mi occupa i pensieri è la canzone triste lasciatami in eredità da una domenica di febbre, ormai due mesi fa: who’s gonna smoke my smokes, when I’m gone?

È lunedì pomeriggio, la neve si è sciolta, la giornata è grigia e sto facendo colazione prima di andare a lavorare. Mi sono svegliata poco più di un’ora fa sul divano degli irlandesi e ho guidato verso casa con un po’ di pensieri in meno. Ho lasciato queste parole a metà ieri pomeriggio quando è suonato il citofono e si è fatta ora di andare. Alla fine il tacchino era perfetto e non vediamo l’ora di riprovarci per la cena della vigilia. Vediamo se stavolta mi procuro un termometro per carne, che potrebbe aiutare a placare qualcuna delle sue ansie. Ho ancora il sonno sottosopra e la stanza non ne parliamo, però alle tre di notte ho imparato alla grande a giocare a biliardo, ricevendo in cambio gli abbracci migliori del mondo e felicitazioni che a quell’ora non mi aspettavo di poter ricevere.

Seguendo la tradizione, abbiamo spezzato il wishbone, l’ossicino dei desideri del nostro tacchino. Ho “vinto” io ma non fa una gran differenza, chissà che i nostri desideri non si somigliassero almeno un po’. Il tacchino l’hanno mangiato tutti senza che noi raccontassimo loro la storia della mia insonnia e di come si intrecciano i mostri del passato e la paura del futuro che ci aspetta con l’arrivo del nuovo anno. Che strana sensazione, che tutto il nostro mondo segreto ma non troppo possa rendersi tanto invisibile a occhio nudo in occasioni tanto pubbliche come questa. Sarà un natale in cui si mescolano malinconia e una strana felicità. Il primo natale lontano da casa, e al contempo qui senza casa, in una stanza prestata, ma in compagnia di una piccola, sgangherata famiglia a cui non sapevo di potermi affezionare così, e accidenti, quando finirà natale sarà finito tutto, troppo presto, e anche se al resto del mondo tutto quello che stiamo attraversando resterà invisibile, niente tornerà come prima. Solo ci resteranno le mille cose che abbiamo imparato e che ci siamo dati, e anche se ho paura dei giorni che verranno, ho zero rimpianti per aver intrapreso questo viaggio, in una calda sera d’estate di quattro mesi fa che, ora che è arrivata la neve, non potrebbe sembrare più lontana.

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