Amaretto

Cartolina dal trasloco più lungo della storia.

Da ormai quasi una settimana risiedo sul comodo divano della casa che per quattro settimane mi era stata subaffittata dal mio compañero, vale a dire ex ragazzo e ora amico, compagno di avventure, a volte di litigi e a volte di titaniche imprese. Ora che lui è tornato dal suo viaggio, avrei dovuto trasferirmi nella mia nuova stanza, ma il mio nuovo contratto d’affitto è stato vittima delle lungaggini della peggiore burocrazia tedesca e, dopo una serie di intrighi e sospetti (abbiamo addirittura pensato che la mia ex coinquilina avesse fatto sparire il plico con il contratto dalla cassetta della posta per farmi un dispetto), ho appreso ieri che potrò ufficialmente traslocare solo tra due settimane.

Intanto continuo a beneficiare della gentile ospitalità di lui e dei suoi due coinquilini. La maggior parte delle mie cose sono ancora (o di nuovo) a casa vecchia, dove fino a fine mese ho ancora diritto alla mia stanza pur ormai disabitata. Un po’ di cose le ho riportate indietro alla vecchia casa per fare spazio qui. Le cose che ho qui con me si limitano a una valigia con alcuni vestiti, un contenitore-cubo ikea con alcune scartoffie importanti di cui prima o poi dovrò occuparmi, qualche paio di scarpe, il cesto con il bucato da lavare, un beauty case davvero minimo e soprattutto le mie cose da cucina: una cassa con pentole, contenitori e aggeggi vari per cucinare, e un’altra con pasta, zucchero, cacao, caffè, capperi, pomodori secchi, cereali, condimenti vari. E ovviamente in cucina, le mie caffettiere, quella rossa piccola che qualche anno fa viaggiò involontariamente dalla Norvegia alla Germania a bordo di un’auto azzurra e fu una delle cause del mio trasferimento in questo paese (dovevo venire a recuperarla!) e quella nuova, più grande, che ho comprato non perché bevo più caffè di prima, ma per semplificare i risvegli felici nella migliore sgangherata compagnia che possa desiderare.

Ogni sera, prima di dormire, srotolo le coperte e tiro fuori il cuscino nascosto nell’angolo del divano. Non apro mai la parte estraibile del divano che lo trasformerebbe in un divano letto a due piazze, un po’ per non fare rumore, dato che vado a dormire sempre molto tardi, un po’ per non avere troppo spazio a disposizione per me sola, e non pensare al fatto che si tratta dello stesso divano su cui ho trascorso, solo qualche settimana fa ma in tutt’altra atmosfera, le più frenetiche e al contempo romantiche vacanze di natale.

Ogni giorno, o quasi, vado alla vecchia casa e smonto un paio di pezzi dell’armadio, tolgo qualche poster dalle pareti, o riempio un cartone. Trattandosi di una sola stanza, più le cose che avevo in cucina, in bagno e in cantina, avrei potuto fare tutto probabilmente in un paio di giorni o anche meno, ma in questo modo cerco di regalarmi l’illusione che la data del trasloco sia ormai definita e che possa liberarmi, una volta per tutte, della orribile sensazione di dover guardare in faccia le ragazze che un tempo furono le mie coinquiline.

Non ricordo già quasi più l’ultima notte o l’ultimo risveglio nella vecchia casa. Ricordo solo che per diverse sere ho rimandato con una scusa o con l’altra il momento in cui avrei messo le cose essenziali nello zaino e sarei venuta a dormire qui, nella casa prestata che in quel momento mi aspettava già e che per qualche settimana sarebbe stata solo mia. È bastato un giorno in questa casa prestata per scoprire che nella vecchia casa non ero mai stata altro che un’ospite pagante ma poco gradita. In quella casa si cercava di evitare di trovarsi tutte insieme in cucina. O meglio, le altre due insieme sì, ma io e loro, no. In questa casa, senza sforzo, ci si trova in cucina per cinque minuti o mezz’ora per un “come stai” che non è di circostanza, si condividono caffettiere, té alla salvia, birre, focacce e snack agli insetti e si va addirittura insieme in palestra di arrampicata o a sciare (io no a sciare, ma loro sì). In questa casa uno dei coinquilini ha bussato alla mia porta quando ero a letto malata, preoccupato per il tanto tossire. Nell’altra casa potevo giacere un giorno intero esanime nel mio letto e transitare un paio di volte dalla cucina per un bicchiere d’acqua e nessuno si sarebbe offerto di farmi una tisana o di prepararmi qualcosa da mangiare.

Qualche giorno fa, per ringraziare i ragazzi della loro tanto amabile ospitalità, mi sono incautamente offerta di preparare un tiramisù. Non è complicato, lo so, ma fino ad oggi l’unica volta che avevo fatto un tiramisù, in Spagna con un ragazzo tedesco, non era riuscito proprio bene, anche perché ci mancavano diversi ingredienti fondamentali e anche gli strumenti adatti. Adesso per tre giorni, complice un orario di lavoro non proprio leggero, ho rimandato il momento di cimentarmi nell’impresa. Mercoledì sera i ragazzi sono tornati a casa e, non trovando il tiramisù in frigo, sono andati a cercarlo in soffitta, pensando che in assenza di spazio lo avessi messo a raffreddare lì. Io ero al lavoro e loro mi hanno mandato un messaggio esprimendo tutta la loro delusione per la promessa non mantenuta. Per tre giorni mi sono svegliata col pensiero che non potevo deluderli ancora. E così oggi l’ho fatto, anche se dovevo correre al lavoro, e l’ho sistemato come sorpresa in frigo per quando sarebbero tornati a casa. Brutto è brutto, però è buono, e riuniti in cucina in questo stanco sabato sera, lo abbiamo mangiato tutti con gusto. Unica cosa che ha unanimemente deluso i miei tre gentili “padroni di casa”: non ci ho messo l’amaretto. Dicono che il mio è un triste tiramisù analcolico e che non esiste tiramisù senza liquore all’amaretto. Ora, se siete arrivati fino in fondo a questa storia, ditemi la vostra sulla ricetta del tiramisù e aiutatemi ad avere ragione 🙂

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