Aeroporto di Parigi, il mio terzo e ultimo volo verso casa ha quasi due ore di ritardo. Ho fatto una corsa per arrivare al gate, avevo meno di un’ora per la coincidenza. Prima dell’atterraggio, la hostess del volo da Panama a Parigi mi aveva consegnato una piccola mappa con le indicazioni per giungere rapidamente dal gate di arrivo a quello di partenza del nuovo volo. È vicino, mi aveva detto. Sono stati “solo” 15 minuti a passo svelto con il mio zaino che devo portare con disinvoltura per non far notare che è troppo pesante come bagaglio a mano.

Sul tapis roulant sorpasso uomini e donne vestiti in modo straordinariamente elegante, immersi in profumi sicuramente costosissimi. L’aeroporto in sé è talmente elegante, che dettagli terribilmente profani come le indicazioni per i bagni sono talmente nascosti da risultare introvabili. Il mio volo ha quasi due ore di ritardo, il problema è quel “quasi”, perché se le ore di ritardo sono meno di due, la compagnia aerea non è tenuta a darti un buono per comprarti qualcosa da bere o da mangiare, il che in questo aeroporto-gioiello sarebbe utile, visto che i prezzi di un microscopico snack vanno dai 5 euro per un mini-trancio di pizza ai 10-11 euro per una micro-porzione di pasta (francese!) in formato “to go”. Quelli di Air France potrebbero almeno passare con delle bottiglie d’acqua o un paio di thermos di tè, ma niente. Al terzo tentativo impietosisco una hostess di terra dai tratti orientali, che mi invita a seguirla, una volta arrivata una collega a darle il cambio, e mi procura la bellezza di due bicchieri di plastica pieni di acqua (lusso puro!). Sono in viaggio da più di ventiquattr’ore e ho un aspetto così disastroso che per un attimo penso di ingannare l’attesa facendomi fare un più che necessario manicure, se solo non costasse sicuramente cinque volte il prezzo che ho pagato in Guatemala. L’aspetto disastroso in fondo sembra aiutare, tant’è che la stessa hostess di terra richiama la mia attenzione per offrirmi di imbarcare in stiva gratis il mio zaino che visibilmente mi affatica. Ringrazio, ma declino l’offerta, non voglio perdere altro tempo all’arrivo per recuperare il bagaglio dal nastro trasportatore. Una volta atterrata, mancheranno ancora tre ore di macchina per arrivare a casa e domattina devo lavorare alle sei.

Credo che solo dopo il lavoro, o forse solo dopodomani, mi dedicherò a svuotare lo zaino, operazione la cui complessità consiste nel fatto che il mio piano era partire con il solo bagaglio a mano (lo zaino in questione, in origine non particolarmente pieno) e tornare con un bagaglio in più, da imbarcare in stiva, per portare con me dal Guatemala un po’ di acquisti che avrei voluto fare. Solo che ho scoperto ventiquattr’ore prima di partire che per aggiungere un bagaglio in stiva avrei dovuto telefonare a un call center in Italia, cosa che dal Guatemala mi sarebbe costata un occhio della testa. Dopo un paio di telefonate con call center situati in Nordamerica e per questo da me raggiungibili, ma incapaci di aiutarmi, ho rinunciato al mio piano, e l’ultima sera sono tornata al mio ostello di partenza, dove avevo lasciato una parte delle mie cose, ho svuotato nel cortile dell’ostello tutte le borse e tutte le buste e, con l’aiuto di una birra e sotto gli occhi di un divertito compagno di stanza olandese appena conosciuto, ho compresso e ri-assemblato il tutto fino a quando assolutamente ogni cosa ha trovato la sua collocazione nel mio magico zaino (meraviglioso regalo dei miei ex colleghi nel lontano 2008, undici anni e neanche uno strappo; regalate uno zaino di quelli buoni, è un regalo per la vita!).

Il ritardo del volo per Amsterdam cresce, e per fortuna mi è rimasta ancora una delle barrette ai cereali ricevute in dotazione per l’escursione al vulcano. Non è che sia disgustosa, ma è una di quelle cose che mangio solo in caso di vera necessità, come adesso. Sicuramente la barretta è più buona della pasta a dieci euro dei francesi. Una settimana fa a quest’ora, fuso orario compreso, facevamo colazione con pancakes e avocado (non avevo mai mangiato tanti pancakes come in Guatemala, immagino a causa della quantità di turisti gringos che affollano i luoghi turistici di questo paese) prima di imbarcarci nell’ascesa ai quasi quattromila metri del vulcano Acatenango, un’esperienza che, per tante ragioni, è valsa da sola il viaggio e l’attesa che l’ha preceduta.

È mezzanotte, sono a casa, tra cinque ore ho la sveglia per andare a lavoro. Alla fine ho svuotato lo zaino e mi ha fatto più tristezza del previsto smantellare l’armamentario di poche ma utili cose che mi hanno fatto compagnia in questo viaggio. Ma è stato bello fare tardi questa sera in compagnia di due delle persone più care che ho, sgranocchiare gli snack messicani che ho portato e spulciare tra le buste per cercare di ricordarsi i nomi delle erbe e polveri varie comprate al mercato di Antigua (no, il narcotraffico non c’entra).

Fa uno strano effetto lavarsi i denti con l’acqua del rubinetto, rimettere gli euro nel portafogli, ricordarsi pian piano dettagli di casa propria a cui per tre settimane non ho mai pensato. Questo viaggio non è stato preceduto da una lunga preparazione. Solo quattro settimane prima di andare non avevo nulla in mente se non poche immagini della guida che avevo comprato. Poi sono subentrati milioni di paure e lo stress di chiudere tutti gli innumerevoli capitoli che non volevo lasciare aperti prima della partenza. Per fortuna, tutto ha funzionato a meraviglia e ho potuto staccare davvero da tutto, avere il cellulare sempre con me, ma senza suoneria, mangiare sempre agli orari giusti e non uscire quasi mai senza colazione.

Per fortuna sono stanca da morire, perché qui è mezzanotte e un quarto e devo urgentemente dormire, ma dall’altra parte dell’oceano sono ancora le cinque di pomeriggio di un giorno per me imprecisato, iniziato ieri mattina con un commiato che vorrei tanto fosse un arrivederci, seguito dalla visione, in aeroporto in Guatemala, della partita del Bayern che è riuscito a prendere quattro pali e traverse, e poi da transiti in tre paesi diversi, prima di giungere finalmente a casa. Davvero è finito tutto? A me sembrava di averci appena preso gusto. A me sembrava che la bella stagione stesse appena cominciando, e qui ci sono i mercatini di Natale.

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