La torre di Babele

Sono in incognito. Ho deciso di non rivelare più a nessuno che parlo benissimo inglese, ogni volta che metto piede fuori da questo ostello-enclave britannica e tassativamente anglofona e mi ritrovo improvvisamente catapultata nella realtà, ovvero in territorio spagnolo. E ho deciso di non rivelare neanche che sono italiana, perché gli spagnoli sono gentili, e se provo a parlare la loro lingua nel mio modo ancora stentato, mi dicono di non preoccuparmi, tanto l’italiano lo capiscono benissimo. Continua a leggere

Città

Barcellona. Venerdì sera. Il traghetto ha fatto quasi due ore di ritardo senza una scusa, però eccomi qui, senza mal di mare, senza aver perso pezzi, con alle spalle una lunga notte di sonno pur non ininterrotto e una maratona di serie tv per far passare più in fretta le ore diurne di navigazione.

Scendo dal traghetto e mi dirigo in macchina verso il centre ciutat. Dopo tre giorni di viaggio la mia macchina è un casino di cose sparse ovunque. Tutte cianfrusaglie di nessun interesse, ma sparse ovunque. Ma adesso è tardi e farò ordine domani.  Continua a leggere

Il cartello giallo

Sull’autostrada, dalle parti di Alicante, c’è un grosso cartello giallo – anzi, due cartelli – con scritte in spagnolo e arabo, e il disegno di un traghetto. Le scritte dicono Almeria, città andalusa e antico porto del califfato di Cordoba, e poi Marruecos, Marocco, e un altro nome che non ricordo. Puntano verso sud. Puntano a terre che tra tre mesi potrebbero essere troppo calde per i miei gusti e a una costa che guarda all’Africa. Continua a leggere

I calendari

Svegliarsi di proposito un’ora prima per iniziare la giornata di lavoro andando a dare da mangiare ai cavalli, quando è già giorno ma tra le falesie spunta ancora la luna. Scervellarsi per capire dov’è finita una gallina dispersa e dov’era scomparso il gallo andato a fare un giro e tornato dopo due settimane. E dove si son messe a deporre le uova le galline rimaste al loro posto, visto che di uova fresche da un po’ di giorni a questa parte se ne trovano ben poche. Accorgersi di vivere in un posto in cui case, automobili e stanze d’ostello non si chiudono a chiave, ma i fienili sì. Ogni mondo ha i suoi beni primari: qui il fieno vale più di un tablet o di un televisore. Continua a leggere

Il dopolavoro

L’eccitazione che travolge l’arrampicatore romano quando sta per scattare l’ora legale e si può ricominciare a fare la pomeridiana. Ovvero prendersi un pomeriggio libero dal lavoro per andare a scalare in falesia. Scappare dall’ufficio come un ladro (ma con regolare permesso, s’intende) all’ora di pranzo, correre in scooter o macchina all’appuntamento in palestra o al parcheggio di un ipermercato, il cosiddetto Rusticone, tre quarti d’ora, massimo un’ora e un quarto di macchina e poi a giù a scalare fino a che il sole non sarà bello che tramontato, sfruttando ogni secondo di questo pomeriggio rubato alla giacca, alla cravatta, al computer, alle mail, alle riunioni o a quello che è. Mi piacevano tanto le pomeridiane quand’ero a Roma, così tanto che a un certo punto mi ero fatta cambiare l’orario di lavoro apposta.

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Il tassello mancante

Qui c’è gente che mette la colla su un’asse che si è staccata dal pavimento e se la scorda lì rovesciata, senza riattaccarla, si distrae e si mette a camminare avanti e indietro tutto il giorno su e giù per l’ostello in preda all’indecisione di cosa fare della propria vita: tornare a vivere in un paese senza sole, con un lavoro sicuro, una routine che non ha nessun sapore e amici alcolizzati e depressi, o restare qui a scartavetrare e ridipingere pareti e accompagnare turisti nordici ricchi, anziani e annoiati in giro in pullman in un orrendo labirinto di grattacieli in riva al mare. 
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Buongiorno

Ho capito che da queste parti ci sono dei momenti in cui è importante esserci. Uno è il tramonto, e quindi ormai ho preso l’abitudine di congelarmi stando seduta al tavolo del campeggio in attesa dello spettacolo che ogni pomeriggio lascia senza parole chiunque si trovi a passare e si degni di alzare lo sguardo dalle impegnative attività da cui è preso, come sfogliare la guida per scegliere la falesia per domani, riguardare per la quattrocentesima volta il video dell’amico che ha fatto il salto con la corda dal ponte e che si fa prendere dal panico un attimo prima di buttarsi, o stare su Tinder a cercare una donna con cui uscire, visto che in ostello e in falesia le donne scarseggiano e oltre tutto sono già impegnate. Continua a leggere

Inverno

Da quando sono arrivata io, qui fa più freddo di quanto non ne abbia fatto da un bel po’ di tempo a questa parte. Di giorno si lavora all’aria aperta e se c’è il sole, dato che non si sta mai fermi, spesso si sta anche solo in maglietta. Dopo pranzo la giornata di lavoro è finita e dopo la doccia ripeto sempre lo stesso errore: vestiti estivi, mi metto seduta al sole con il computer per un’oretta. Continua a leggere

Il tempo che c’è

Il primo pomeriggio di tempo libero dal lavoro e senza un programma. Il primo pomeriggio libero dopo sette anni e mezzo di lavoro in ufficio e quattro mesi di scatoloni da fare e disfare, scartoffie, lavori da chiudere, visite mediche, roba usata da regalare in giro. La prima volta che questo pomeriggio libero non è un weekend o una festività o una vacanza, ma una nuova quotidianità. Continua a leggere